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(19 giugno 2019)

Come forse avete già letto, oggi la procura olandese ha finalmente incriminato le prime quattro persone per l’abbattimento del Boeing della Malaysia Airlines (il volo MH17) sopra il sud-est ucraino, avvenuto il 17 luglio 2014. Si tratta dell’ex il ministro della Difesa dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, dell’ex capo dei servizi di intelligence della medesima «repubblica», di un separatista che si trovava a capo di un’unità militare nella regione di Donetsk e, infine, di un personaggio il cui ruolo mi è rimasto poco chiaro.

Nei prossimi giorni tutti gli interessati avranno sicuramente molte occasioni di leggere qualcosa di interessante e informativo sull’argomento. Io, nel frattempo, ritengo importante sottolineare che la conferenza stampa degli investigatori olandesi ci ha fornito solo una notizia rilevante: il processo inizierà il 9 marzo 2020.
Effettivamente, non ci vuole un lavoro investigativo particolarmente approfondito per accusare quei dirigenti (anche se autoproclamati) di una entità territoriale, che già pochi minuti dopo l’incidente se ne erano attribuiti tutto il merito su Twitter. Come non ci vogliono delle capacità di analisi evolute per capire che quei quattro non verranno mai estradati per essere giudicati o almeno interrogati in patria.
Un semplice ragionamento può suggerirci, però, almeno altre due cose. Prima di tutto, la data precisa dell’inizio del processo indica la disponibilità di una alta quantità delle prove di qualità. In secondo luogo, e più nello specifico, possiamo supporre che agli inquirenti siano noti anche alcuni altri nomi (per esempio di almeno alcuni esecutori effettivi dell’abbattimento). Sarebbero i nomi delle persone non conosciute al pubblico, che non possono dunque essere nominati pubblicamente prima dell’inizio del processo. Perché? Per non far avvicinare la loro fine.

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