Cosa vi ho nascosto:

Il mezzo peggiore

(11 maggio 2020)

Ho sempre pensato che la bicicletta fosse il mezzo peggiore per gli spostamenti in città.
Nel migliore dei casi un ciclista urbano arriva alla destinazione sudato e ricoperto di tutte le polveri possibili. Questo problema capita a tutti i ciclisti e diventa particolarmente sensibile (a tutti) d’estate.
In un caso un po’ meno «bello» il ciclista urbano si prende pure la pioggia dall’alto e l’acqua delle pozzanghere dal basso. Questo capita in tutte le stagioni.
Sempre in tutte le stagioni il ciclista urbano rischia di essere investito da qualche auto (le piste ciclabili vere sono pochissime) o di investire qualche pedone (sempre perché le ciclabili sono pochissime). Il problema si aggrava quando il viaggio in bicicletta si verifica in una fase della giornata buia.
In tutte le stagioni il ciclista rischia anche di passare sopra qualche materiale tagliente sparso per strada e quasi mai notato dai pedoni normali. Effettivamente, noi spesso non ci facciamo caso alla quantità di vetri rotti o piccoli oggetti metallici sotto i nostri piedi, ma le gomme relativamente sottili delle bicilette li «notano» molto facilmente.
Tutti i problemi elencati sopra esistono anche fuori dalle città, ma è soprattutto nei grandi centri abitati che la gente si sposta molto per lavoro o per studio. Quindi l’arrivare in orario e, allo stesso tempo, in condizioni estetiche adeguate agli impegni seri diventa una missione non sempre compatibile con l’uso della bicicletta.
Nel periodo di post-quarantena, però, le amministrazioni di molte città europee ci propongono di optare verso l’utilizzo dei mezzi di trasporto a due ruote. Con tanta fretta attrezzano pure decine di chilometri delle nuove «piste ciclabili» (conosco il mal realizzato esempio di Milano un po’ meglio delle altre città). Da una parte hanno ragione: in questo modo si minimizza il rischio di essere contagiati almeno sui mezzi pubblici. Dall’altra parte, però, le nuove piste non eliminano tutti i problemi legati all’uso della bicicletta in città.
Leggendo quotidianamente le notizie, molte persone si sono convinte che il COVID-19 si sia mangiato tutti gli altri problemi del mondo. Se fosse veramente così, dovremmo proteggere e diffondere questo benedetto virus! Ma, per fortuna o purtroppo, non è così. Quindi, per esempio, le linee bianche o gialle disegnate sull’asfalto non hanno il potere magico di proteggere i ciclisti dal traffico.
Spero tanto di potermi aspettare dei grandi progetti urbanistici in giro per il mondo nei prossimi mesi o anni. Progetti finalizzati alla costruzione delle piste ciclabili vere, quelle separate fisicamente dalla strada e dai marciapiedi, possibilmente anche con meno interruzioni possibile. Nei centri storici di molte città europee (e soprattutto quelle italiane che sono molto compatte) è una missione quasi impossibile. Di conseguenza, mi sa che mi tocca a considerare le biciclette inadatte per le città ancora per moltissimi anni.

Chi ha tanta paura del coronavirus, nel frattempo, può adottare quello stile di vita che in Giappone è una regola sin dai tempi immemorabili: guanti, mascherina, distanza di sicurezza da tutti, contatti fisici minimi con gli sconosciuti, cambio dei vestiti e lavaggio almeno parziale del proprio corpo diverse volte al giorno etc etc.

Le rubriche: Italia, Urbanistica

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