Cosa vi ho nascosto:

L’archivio della rubrica «Italia»

L’importanza della fantasia

Come probabilmente sapete (o, almeno, immaginate) in queste ore il Governo sta freneticamente elaborando delle idee sui divieti da imporci a partire da domani, il 4 dicembre. Perché, formalmente, il «sistema dei colori» delle Regioni che impone una gradazione delle limitazioni finisce oggi: se non viene approvata qualche nuova norma, tutte le Regioni dal punto di vista epidemiologico diventeranno automaticamente «verdi». Non voglio moltiplicare le voci infondate e/o alimentare la depressione da detenuti, quindi scrivo delle poche certezze che abbiamo già.
Per esempio, sappiamo già quali limitazioni ci aspettano per il periodo tra il 21 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021. Si tratta delle limitazioni minime che saranno le uniche sensibili solo nelle Regioni «gialle» o quelle «verdi» (teoricamente possibili fino alla emanazione di una nuova disposizione). Ebbene, non prestate troppa attenzione agli articoli pieni di pessimismo che vengono scritti da certi «giornalisti» ignoranti. Leggete sempre le fonti primarie, quindi i testi delle norme. Queste ultime, purtroppo, sono spesso scritte con delle frasi difficilmente digeribili da una persona comune, ma, comunque, possono essere comprese più o meno da tutti.
Il mio estremo riassunto del Decreto-legge 2 dicembre 2020, n. 158 è: dal 21/XII al 6/I si potrà viaggiare liberamente entro i confini della propria Regione. I giorni 25/XII, 26/XII e 1/I si potrà fare il rientro a casa.
Insomma, ci poteva andare molto peggio.
Ma, qualora anche queste restrizioni vi dovessero sembrare eccessivamente pesanti, ho una proposta: ci organizziamo e, tutti in massa, adottiamo il calendario giuliano. In questo modo riusciamo a festeggiare liberamente tutto quello che vogliamo, ma due settimane più tardi rispetto al consueto calendario gregoriano.
La sana fantasia salva il giovane, il vecchio e tutti quelli in mezzo dallo stress per la legislazione covidica…


Sempre la stessa sorpresa

In tanti si lamentano delle folle di persone uscite per strada nelle regioni che «hanno cambiato il colore» verso quello meno ristrettivo (secondo la logica prevista dal DPCM del 3 novembre). In teoria potremmo chiederci, per l’ennesima volta, cos’altro si aspettavano. Ma evitiamo: se qualcuno insiste a ripetere sempre lo stesso errore, noi non siamo obbligati a reagire sempre allo stesso modo. Perché rischiamo di annoiarci.
Quindi limitiamoci a esprimere un desiderio. Speriamo che un giorno, finalmente, qualcuno capisca che la creazione artificiale di un effetto cumulativo (per esempio, l’accumularsi della necessità e/o voglia di uscire di casa nelle teste di molte persone) è molto più pericolosa dello scorrimento regolare della vita quotidiana. Finché ci saranno i lockdown (dichiarati o di fatto), ci saranno anche le ondate delle epidemie.
Il fatto di avere sbagliato più o meno tutto sarà difficile da riconoscere. Ma prima o poi va riconosciuto.


Il cashback più assurdo al mondo

Purtroppo, pure quest’anno il Black Friday non ha portato degli sconti sensibili e/o realmente interessanti per gli oggetti che mi sarebbero realmente utili. Non è una grandissima novità rispetto agli anni passati, quindi ha più senso scrivere di quei sconti che rispecchiano tutta l’assurdità dei tempi che stiamo vivendo.
Prendiamo, per esempio, il famoso «cashback di Natale» del 10% che dovrebbe applicarsi a ogni acquisto pagato con una carta bancaria. Il punto interessantissimo è che da quel cashback sarebbero esclusi gli acquisti fatti online. Quindi si tratta di uno stimolo economico in più per fare uscire le persone dalle loro abitazioni e farle andare nei luoghi pubblici chiusi più o meno affollati. Nel solo fatto non ci sarebbe una grossa tragedia, ma, considerata nel contesto di tutte le misure ristrettive anti-Covid, mi sembra cazza assurdità enorme.
Oltre ai difetti logici della suddetta scelta di politica economica, avrei potuto sottolineare anche il fatto che nel 2020 le persone sono state ridotte in una strana forma di schiavitù: possono uscire di casa solo per produrre o per spendere il guadagnato per i beni di prima necessità. Ma la presa di coscienza collettiva di tale fenomeno deve ancora arrivare, quindi aspetto di scriverne.
Nel frattempo, ricordo che il famoso 10% di cashback promesso è la soglia minima di convenienza degli acquisti straordinari online rispetto a quelli offline. Con la differenza che gli oggetti comprati su internet si trovano con più facilità e mi arrivano direttamente a casa.


Il fallimento e l’evoluzione

Ho saputo solo ieri sera del fallimento della casa editrice UTET Grandi Opere, avvenuto a ottobre.
Di fronte a tale notizia, posso constatare solo due cose.
In primo luogo, ricorderei a tutti che è scorretto affermare che sia fallita la UTET (la casa editrice che io, come molti miei colleghi, apprezzo anche per i libri giuridici di qualità): la sezione «Grandi Opere» è una società separata da oltre sette anni.
In secondo luogo, ammetto di non capire come abbia potuto sopravvivere fino ai giorni nostri una casa editrice specializzata nella pubblicazione di dizionari ed enciclopedie. Non posso certo mettere in discussione la qualità intellettuale e materiale dei rispettivi volumi pubblicati, ma si tratta sempre di due settori «mangiati» oltre un decennio fa dall’internet. Nel solo passaggio globale dalla carta al digitale (o allo schermo, se preferite) non c’è alcunché di male: il secondo è infinitamente più comodo dal punto di vista pratico e, allo stesso tempo, non influisce in alcun modo sui contenuti. Anzi, permette di allargare più facilmente i confini delle informazioni utili ricevute. È invece molto grave non sapersi adeguare alla normale evoluzione del mondo circostante. Perché il valore della conoscenza tende allo zero quando non si è in grado di fornirla al prossimo (in realtà anche di utilizzarla, ma ora parliamo solo di una casa editrice). La conoscenza conservata e/o servita con una modalità obsoleta diventa, purtroppo, solo un peso inutile. Di conseguenza, il fallimento del suo divulgatore che non si adegua alla vita dinamica è solo una questione di tempo.
In ogni caso, gli archivi, le opere pubblicate o in lavorazione e i cataloghi costituiscono un enorme cespite che non andrà di certo perso. Dobbiamo solo sperare che finiscano nelle mani di qualcuno che sia più preparato alla vita reale contemporanea.


In una parola

Uno dei pochi effetti positivi che la fase attuale della pandemia porta nel nostro mondo è la possibilità di pubblicizzare il gioco degli scacchi. Così, per esempio, la lezione di ieri avrebbe potuto essere dedicata al concetto di zugzwang. In poche parole, si tratta di una situazione in cui ogni mossa del giocatore porta al peggioramento della sua situazione.
Cosa centra con la fase attuale della pandemia? Per me è evidente: il coprifuoco notturno in Lombardia è solo l’ennesima mossa nella sequenza dei provvedimenti che sono difficilmente spiegabili dal punto di vista sanitario, ma che palesemente non possono fare altro che portare a un risultato negativo.
Considerando che i provvedimenti adottati e discussi in questi giorni assomigliano tantissimo a ciò che è già stato fatto a febbraio, la reazione delle persone è scontata. Leggendo le notizie e temendo – direi logicamente – un nuovo lockdown, tutti si affrettano a godersi l’"ultimo" periodo di libertà. Perché chissà quando potranno vedere gli amici, andare in qualche locale, fare qualche acquisto o semplicemente uscire dalla propria abitazione… Di conseguenza, ogni restrizione imposta (o solo ipotizzata ad alta voce) dal Governo o da qualche ente locale provoca necessariamente nuovi incontri, assembramenti e/o spostamenti delle persone.
Bravissimi! Era così difficile immaginarlo?
Allo stesso tempo è importante precisare che non ho nulla contro le singole persone che vogliono continuare a condurre una vita normale. Ogni persona adulta e responsabile è capace di comprendere i rischi, prendere le semplici misure di autotutela e, soprattutto, deve essere libera di fare tutto quello vuole della propria vita.
Ma ora dobbiamo costatare che le restrizioni potranno solo aumentare nella quantità e nel contenuto. Perché, considerato il modello d’azione europeo nella lotta al virus, quell’aumento è la conseguenza naturale delle restrizioni stesse.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedere quale sia la soluzione corretta del problema. Io, da parte mia, posso riproporre un principio che, fortunatamente, ho scoperto già moltissimi anni fa: se un metodo non funziona, bisogna tentare la soluzione di segno esattamente opposto. Questa, al 99%, funzionerà. Un esempio banalissimo: se non si riesce a sportare un oggetto pesante tirandolo a sé, molto probabilmente conviene tentare di spingerlo. Oppure: se non si riesce a obbligare le masse a tenere i comportamenti desiderati, probabilmente conviene fare in modo che diventi una scelta loro. Ma bisogna essere un giocatore abile…


La sociologia virale

Più o meno da quando è iniziata la pandemia del Covid-19, sto cercando di scriverne meno possibile perché capisco benissimo: l’alimentazione dell’ansia collettiva non contribuisce in maniera positiva alla salute pubblica. Anzi, la danneggia fortemente. Allo stesso tempo, non posso non constatare alcuni aspetti curiosi.
Per esempio: possiamo facilmente osservare che molte persone sono ormai tanto abituate a convivere con il rischio del virus da adottare nei suoi confronti le stesse modalità comportamentali degli altri ambiti della vita quotidiana. Prima di tutto, si tende a diffondere le (e credere in) voci assurde sui provvedimenti anti-Covid anziché informarsi su quelle realmente prese dai vari Governi.
Possiamo a questo punto sostenere che le persone siano nella loro maggioranza pigre e/o stupide? Non sempre. Perché certi provvedimenti statali reali sono a volte ancora più assurdi delle voci che circolano sui social networks.
Così, dall’ultimo DPCM sulle misure volte al contenimento dei contagi possiamo apprendere, tra le altre cose, la notizia di una importantissima scoperta sociologica. Possiamo apprendere che il puntualissimo Covid-19 tutte le sere alle ore 21:00 si presenta al banco del bar. Mentre a mezzanotte si stufa di bere e si sposta al ristorante per mangiare. Quindi voi, umani responsabili, cercate di andarci tutti prima di quegli orari che poi diventa una cosa pericolosa.
Ma prima leggete pure la notizia della grande scoperta matematica: il Covid-19 sa pure contare fino a 1001. Infatti, il testo dello stesso DPCM ci fa sapere che al massimo 1000 persone possono assistere alle competizioni sportive svolte all’aperto (e al massimo 200 a quelle svolte negli ambienti chiusi). Con lo spettatore numero 1001 (o 201) si presenterà anche il virus, quindi state attenti.
Io sono totalmente disinteressato allo sport professionale e, in parte per lo stesso motivo, vado nei bar e ristoranti poco più spesso di ogni morte di papa, ma sono fortemente infastidito dalla tendenza generale. Perché il testo del nuovo DPCM mi fa sospettare fortemente che ora – come a marzo/aprile – la priorità sia sempre rimasta quella di far vedere di fare qualcosa, senza però capire cosa sia dal punto di vista medico sensato e cosa no.
Nella lotta per la salute il buon umore è sempre uno strumento importante. Quindi esercitiamoci pure nelle battute di ogni qualità finché possiamo.


Numerale

Solo poche settimane fa – e dopo anni di attenzione non prestata – mi sono accorto che in pieno centro di Milano alcune targhe con il nome di questa via riportano un errore grammaticale da prima media:

La sostituzione di queste targhe non sarà l’intervento più urgente, ma nemmeno il più costoso. E i ragazzini che ogni giorno affollano il corso Vittorio Emanuele II avranno un cattivo esempio in meno.
Quindi conviene sostituirli con quelli corretti.


L’inerzia pandemica

Qualcuno dei miei lettori poteva avere letto (o avere visto con i propri occhi nella vita reale) che il nuovo provvedimento del Governo consente di utilizzare il 100% dei posti a sedere sui mezzi del trasporto pubblico locale. Così, per esempio, già venerdì pomeriggio dalle carrozze della metropolitana milanese sono spariti tutti gli adesivi che per circa cinque mesi hanno indicato i posti da lasciare liberi.
Prima era così:

Ora, invece, è così:

L’aspetto che mi sembra più curioso è, però, di carattere sociologico. Ebbene, le persone continuano ancora a seguire la «vecchia» regola dei posti liberi in mezzo. Anche quando ci sono molte persone in piedi sulla carrozza, uno su cinquanta osa sedersi su uno dei posti «proibiti» fino a pochi giorni fa.
Vorrei proprio vedere per quanto tempo durerà questa abitudine.
Chissà se e quanto la paura del virus contribuisce alla sua persistenza.


Buon anno scolastico a tutti

Nella maggioranza delle Regioni italiane oggi è iniziato l’anno scolastico. Direi che è iniziato nonostante le speranze congiunte di molti scolari e insegnanti ahahaha
In occasione della riapertura delle scuole, alla gente perennemente presa dal panico non dico nulla perché sarebbe inutile.
Ai genitori [relativamente] normali avrei fatto gli auguri per la fine di una dura prova durata quasi sette mesi, ma non so quanto sia stato facile organizzarsi con il rientro a scuola nelle condizioni dell’eventuale smart working.
Agli scolari, invece, ricorderei che ogni regola scomoda e noiosa può essere rivolta a proprio vantaggio. Per esempio, in questo modo:

Ah, e poi spero che i ragazzi più piccoli non inizino, incontrando o conoscendo i compagni di classe, a scambiarsi ingenuamente le mascherine. Tale comportamento sarebbe molto più preoccupante del non indossare le mascherine stesse o del non rispettare il distanziamento sociale.


I ruoli si invertono

Con una certa sorpresa ho scoperto che nel corso del 2020 si sono ribaltate molte più cose di quanto avremmo potuto immaginare. Per esempio, diverse migliaia degli insegnanti scolatici hanno deciso di adottare dei trucchi che fino a qualche mese fa erano tipici agli scolari: «non ho voglia di andare a scuola, dico di stare male». Naturalmente, non escludo che molte delle richieste di esonero presentate siano giustificate dalle reali condizioni di salute, ma la tendenza generale fa un po’ ridere.
E, soprattutto, la situazione creatasi non può non far aumentare la quantità delle battute più o meno divertenti sul rapporto dei dipendenti pubblici con il lavoro scelto da loro stessi. Spero che se ne renda conto quella parte delle Istituzioni che nei mesi scorsi ha alimentato il clima di panico anziché promuovere i principi della sana e ragionevole attenzione verso i semplici principi della sicurezza medico-sanitaria personale.
Nel frattempo, saluto tutti i dipendenti di tutti gli ospedali, negozi alimentari, forze dell’ordine, autisti dei mezzi pubblici e tante altre imprese che non hanno mai smesso di lavorare in presenza e in contatto con la gente. Rimanendo, nella schiacciante maggioranza dei casi sani e salvi.