Cosa vi ho nascosto:

L’archivio della rubrica «Nel mondo»

Le gare divertenti

Apparentemente la concorrenza può assumere delle forme ridicole. Come, per esempio, quella tra Richard Branson e Jeff Bezos.
Branson aveva talmente tanta fretta di andare per primo nello spazio, che non ci è arrivato e si «limitato» a raggiungere una quota suborbitale.

Bezos, a sua volta, aveva quindi tutte le possibilità di vincere la concorrenza dal punto di vista qualitativo, ma alla fine nemmeno lui ha superato la quota suborbitale.

In compenso, i due ora discutono sulla Terra dive inizi realmente lo Spazio.
Ma in realtà entrambi hanno raggiunto un risultato importantissimo (un piccolo salto per l’uomo, un grande passo per l’umanità). Con i loro voli sono riusciti a dimostrare che la concorrenza tra i privati nel raggiungimento dello Spazio è realmente possibile. E visto che è possibile quella, sarà possibile anche la concorrenza nel suo sfruttamento economico e tecnologico dello Spazio: con la conseguente riduzione dei costi e delle tempistiche. Possiamo quindi vederne i primi risultati già nei prossimi anni (per esempio, la diffusione dell’internet satellitare).
Quindi tifiamo per loro due, per Musk e per tutti gli altri.


I Alone Can Fix It

Il Washington Post ha pubblicato un frammento di un nuovo libro dedicato a Donald Trump: «I Alone Can Fix It». Questa volta, in particolare, si tratta dell’ultimo, «disastroso» anno della presidenza di Trump e, tra le altre cose, del piano del generale Mark Milley contro l’eventuale rifiuto del 45-esimo presidente di lasciare il potere nel caso di una probabile – ai tempi – sconfitta elettorale.
Non so quanto senso possa avere la lettura di un libro del genere (almeno per i non cittadini americani), ma sono comunque contento che Donald Trump contribuisca alla crescita economica – attraverso la generazione delle opere intellettuali ben vendibili – anche ora, nel periodo in cui può essere dimenticato come un incubo della notte passata. Ma in base del pezzo pubblicato avete comunque la possibilità di prendere una vostra decisione.

P.S.: sul libro si parlerebbe anche del fatto che Trump ha sottovalutato il tristemente noto coronavirus. Per fortuna, è vero solo in parte: nonostante tutto, è stato proprio Trump ad acquistare diverse centinaia di milioni di dosi dei vaccini quando questi ultimi erano ancora in fase di sviluppo. È dunque riuscito a risparmiare tempo e soldi preziosi per i propri cittadini. La verità storica rimane una cosa abbastanza importante.


Patria y vida

I cubani che protestano contro il regime hanno cambiato il vecchio slogan «Patria o muerte» (Patria o morte) in «Patria y vida» (Patria e vita). Presumo che non intendano solo la vita biologica, anche se, purtroppo, spesso la questione è pure quella.
Per fortuna, hanno delle buone possibilità di vincere la loro lotta in un periodo non particolarmente lungo. Per esempio, perché a differenza del Venezuela, Cuba non ha la cocaina o il petrolio per sostenere economicamente il regime esistente. Oppure, sempre per esempio, a differenza della Bielorussia, Cuba non ha un vicino generoso sempre pronto a finanziare il regime esistente (e lo sponsor storico di tutti i comunisti del mondo è schiattato oltre trent’anni fa).
Spero che un altro slogan storico – «hasta la vista» – assuma presto dei nuovi significati, ahahaha


Finalmente una giusta motivazione

Se dico che il mondo è pieno di gente strana, non faccio una grande rivelazione. Ma, allo stesso tempo, posso sottolineare una cosa un po’ meno evidente: alcune persone sono tanto strane (nel senso negativo) da anticipare gli eventi come se fossero dei veri geni (o, se preferite, «visionari»). Per esempio: già diverse settimane fa qualcuno – residente in Italia – mi ha chiesto se la vaccinazione contro il covid sia obbligatoria in Italia e/o in Europa. Io, in quella occasione, avevo risposto più meno nel senso che nessuno è obbligato – per fortuna o purtroppo – a preoccuparsi per la salute propria e dei propri contatti fisici.
Tra ieri e oggi, invece, ho letto diverse discussioni sulla sempre più probabile applicazione del cosiddetto «green pass» anche per l’accesso a diversi servizi (e in alcuni casi pure lavori) sul territorio nazionale: non solo in Italia, ma anche, per esempio, in Francia e in Germania. A chi piace vedere la pura sostanza delle cose, preciso: secondo me si sta andando verso l’obbligatorietà di fatto della vaccinazione.
E io ne sono infinitamente contento: con i livelli di vaccinazione raggiunti già al giorno d’oggi non più molto senso prendere in considerazione solo i numeri relativi ai contagi e alle morti. Ha invece senso minimizzare il rischio di altre chiusure dannose per la salute psichica collettiva e per l’economia.
Inoltre, è un bel modo di motivare la gente indecisa…


Un libro rientrato

È una storia abbastanza curiosa: qualche tempo nella biblioteca della cattedrale di Sheffield è stato restituito un libro preso in prestito nel relativamente lontano 1709… Esatto: ben 312 anni fa. Per il solo dovere di cronaca aggiungo che si tratta di una ristampa de «The Faith and Practice of a Church of England Man» del 1704.
Ma il punto più interessante è un altro. Il vice priore della cattedrale (felicissimo per il ritrovamento del libro) si è messo a ipotizzare — per scherzo! — l’entità della multa da infliggere agli eredi del lettore ritardatario. Ebbene, dovrebbe utilizzare il sistema adottato nelle biblioteche italiane (almeno quelle che conosco io): sanzionare il ritardatario con due giorni della interdizione al prestito per ogni giorno di ritardo.
Ehm, forse i giorni di blocco sono più di due… non mi ricordo… non mi è mai capitato di consegnare con un ritardo sufficientemente grave… Spero di avere presto delle informazioni precise dai bibliotecari di mia conoscenza.
In ogni caso, la risposta «italiana» al suddetto grave ritardo sarebbe l’unica realmente simmetrica e allo stesso tempo sufficientemente divertente. Scrivo subito una mail, ahahaha

P.S.: in quanti hanno pensato che si sarebbero tenuti il libro?


Lavorare quattro giorni? Boh…

Molto probabilmente è capitato anche a voi di leggere, nei giorni scorsi, della sperimentazione islandese sulla giornata lavorativa di quattro giorni proclamata riuscita.
Boh, io continuo ad avere dei grandi dubbi sulla opportunità di tutte le iniziative del genere. Prima di tutto perché nel lungo termine l’essere umano tende a minimizzare gli sforzi e quindi disperdere una parte del tempo dichiarato come lavorativo.
In secondo luogo, la produttività generale delle persone varia da una società all’altra (potete intendere il termine società in tutti i modi), quindi non vedo la possibilità di estendere la suddetta sperimentazione a tutto il mondo.
In terzo luogo, considero ormai superato da tempo il concetto stesso del tempo lavorativo. Nel mondo contemporaneo sempre più persone sono impiegate nelle professioni intellettuali (quindi spesso anche creative), dove lo strumento di lavoro chiamato cervello non si spegne alla fine di una giornata di lavoro come un macchinario industriale. In qualche misura continua a elaborare tutte le problematiche correnti e passate legate alla attività professionale del suo «portatore»: almeno in sottofondo. A volte, addirittura, spinge la persona ad accendere il computer di sera o in un giorno festivo per scrivere degli appunti o fare delle modifiche ai progetti di lavoro. Di conseguenza, ritengo che in un mondo evoluto ogni persona debba lavorare «solo» il tempo necessario per realizzare la propria parte del lavoro. Sei in grado di farlo bene in cinque minuti? Bravo: per il resto della giornata sei libero a fare quello che vuoi.
In ogni caso, però, potete provare a leggere il rapporto sulla sperimentazione islandese.


Un segnale speranza

Pare che alla fine le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno con zero spettatori. La tendenza, infatti, sembra indicare che non saranno ammessi nemmeno quelli «locali» (non solo a Tokyo, ma pure nelle altre zone interessate).
Sarei anche rimasto indifferente di fronte a questa notizia – come a tutte le altre riguardanti le Olimpiadi – ma non posso ignorare una piccola soddisfazione comparsa per un attimo nella mia testa.
Ebbene, spero che gli stadi giapponesi vuoti di questa estate dimostrino, finalmente, che l’Umanità possa tranquillamente sopravvivere anche senza una manifestazione profondamente falsa come le Olimpiadi (dove non si osserva una traccia di tutti gli «ideali» ufficialmente dichiarati). Così, finalmente, gli sforzi e le buone intenzioni delle persone verranno indirizzati verso qualcosa di più utile e interessante.


Un regalo di Trump

Come avete probabilmente già letto, Donald Trump ha deciso di fare una causa a Facebook, Twitter e Google per il blocco dei suoi account sui rispettivi social networks. Le lamentele di Trump circa la censura nei suoi confronti sono in una certa misura fondate, ma in questa sede volevo sottolineare un altro aspetto.
Il ricorso in tribunale è in una buona misura un grande regalo ai convenuti. Infatti, indipendentemente dalle preferenze politiche dei dirigenti di quelle aziende (e dai mezzi di manifestarle ritenuti opportuni), il business di Facebook, Twitter e Google si basa sui rapporti intensi tra gli utenti: la quantità degli utenti e dei contenuti da loro generati (pubblicazioni e commenti) si traduce nelle entrate di grandezza proporzionata (per esempio, della pubblicità visualizzata). Allo stesso tempo, i suddetti dirigenti devono rispondere ai loro azionisti che hanno una propria visione dell’ammissibile nella politica e nella vita sociale. L’eventuale sconfitta delle tre aziende nella causa voluta da Trump potrebbe quindi ristabilire l’equilibrio di una volta. O, se preferite, fornire una giustificazione ai dirigenti di Facebook, Twitter e Google che riavranno uno dei loro più grandi generatori dei contenuti.
In ogni caso, sarà divertente osservare quanto succede.


La villa di Erdogan

Considerate le fasi alternate nei rapporti tra la Russia e la Turchia (ma anche alcune somiglianze tra i rispettivi presidenti), non sono riuscito a evitare dei paragoni anche leggendo la notizia sulla super villa di Erdogan.

Ma le differenze, ovviamente, sono numerosissime. Per esempio, a differenza di Putin, il presidente turco ha qualche decina di residenze in meno e tende di meno a nascondere il proprio legame con tutti quegli immobili…
Però, in fondo, è abbastanza inutile cercare di distinguere le varie tipologie della sostanza marrone. L’importante è capire perché nessun politologo ci abbia mai pensato – secondo le mie osservazioni – a inserire l’esistenza di almeno un palazzo lussuoso tra i criteri distintivi di una dittatura o autocrazia. Eppure, tutti i dittatori o autocrati ne fanno costruire per il proprio uso personale. Anche quando la storia non concede più molto tempo per utilizzarli.


Il nuovo vecchio logo

A febbraio la BBC ha iniziato a utilizzare — per alcuni suoi progetti — il proprio nuovo logo. Il fatto divertente, però, è: la gente se n’è accorta solo ora. E la stampa scandalistica si è pure lamentata per il prezzo non ufficialmente noto, ma apparentemente «alto».
Non so perché si lamentino: il buon re-design è sempre quello che porta qualcosa di nuovo senza stravolgere le abitudini degli utenti, quindi paghino pure bene quelli che riescono a rispettare il principio.
(Non sono un contribuente britannico, quindi per me è facile dirlo, ahahaha)

P.S.: se vi state ancora chiedendo quale sia la versione nuova del logo, vi risparmio un po’ di forze per le imprese più importanti. È quello della seconda riga.