Cosa vi ho nascosto:

L’archivio della rubrica «Russia»

La convinzione

Non sono sicurissimo del fatto che tanti media occidentali abbiano scritto del fatto che i militari della Guardia Nazionale della Federazione (uno dei corpi militari russi) alla fine di febbraio entravano in Ucraina con l’uniforme da parata nei bagagli. Infatti, si programmava di fare una parata da vincitori a Kiev dopo pochissimi giorni…
Sono un po’ più sicuro del fatto che quasi nessuno abbia scritto che davanti alla Cattedrale principale delle Forze Armate della Federazione Russa a Kubinka (nella Regione di Mosca) è in fase di costruzione un arco di trionfo!

Immagino facilmente la sceneggiatura dello spettacolo di inaugurazione programmato.
Inizia tutto con un omino un po’ anziano che cammina sotto l’enorme arco al suono delle fanfare. L’omino viene seguito dai trofei conquistati nel corso della guerra: le macchine del sistema Iskander trasportano le lavatrici, i bollitori elettrici, i motori di barche etc. Poi seguono decine di migliaia di «veterani» senza gambe e senza braccia con tante medaglie. Poi una lunga colonna di vedove in nero passerà sventolando gli assegni da x milioni di rubli regalati dallo Stato per i mariti uccisi. Subito dopo passeranno i vari rottami dell’ex «secondo esercito più grande del mondo»: migliaia di carri armati e mezzi corazzati distrutti. Seguiranno centinaia di bossoli sparati contro l’Ucraina. La lunga processione sarà chiusa dall’enorme incrociatore «Moskva» ricoperto di fango e conchiglie. la nave, ovviamente, si incastrerà nell’arco di trionfo. E proprio in quel momento inizieranno i fuochi d’artificio.
Che spettacolo…
Ma stavo dormendo?..


Il calendario del futuro

Nel 2020 – l’anno che ora possiamo anche ricordare con una certa nostalgia – c’era, tra l’altro, il 75-esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. O, come dicono gli autori e le vittime della propaganda imperiale sovietica/russa, il 75-esimo anniversario della vittoria nella Grande guerra patriottica. Per quella occasione in Russia era stato pubblicato un calendario con le foto dei giovanissimi soldati di leva insanguinati, fucili Mosin, carri armati antichi e altre armi della Seconda guerra mondiale.

Il calendario in questione è stato una «interessante» visualizzazione dello slogan Continuare la lettura di questo post »


Le notizie della cleptomania

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, alcuni Stati occidentali hanno rinominato le vie in cui si trovano le ambasciate russe. Così, per esempio, alla via dove si trova l’ambasciata russa a Praga è stato attribuito il nome di «Eroi ucraini», alla via analoga di Vilnius è stato attribuito il nome di «Eroi dell’Ucraina», mentre a Riga quello di «Indipendenza dell’Ucraina». In generale, la tradizione di modificare in questo modo gli indirizzi ufficiali delle rappresentanze diplomatiche russe non è nuova. A Washington, per esempio, l’ambasciata russa si trova in piazza Boris Nemtsov: nel 2018 un pezzo della via era stato dedicato al politico di opposizione ucciso nel centro di Mosca nel 2015. Si tratta di un modo «creativo» di esercitare pressione sullo Stato russo, costretto a indicare i nuovi indirizzi provocatori sui propri documenti ufficiali.
Lo Stato russo del XXI secolo ha però elaborato una propria tradizione interessante: rispondere in modo «simmetrico» alle «azioni offensive» degli Stati esteri, come se quelle azioni fossero ogni volta totalmente immotivate. Faccio subito un esempio recentissimo.
Alla fine di maggio il Comune di Mosca ha «deciso» di rispondere alle sanzioni statunitensi (dovute alla guerra in Ucraina) e di copiare finalmente il trucco occidentale del cambio degli indirizzi delle ambasciate. Ha quindi organizzato un sondaggio – tradizionalmente da risultato truccato con i voti obbligatori dei dipendenti comunali – sul nuovo nome da attribuire al pezzo della via dove si trova l’ambasciata USA. Il risultato del sondaggio è stato ufficializzato ieri: dal 22 giugno l’ambasciata statunitense a Mosca si trova in piazza della Repubblica Popolare di Donetsk.
Molto probabilmente non avrei mai scritto di questa ennesima manifestazione del degrado in cui si trovano la diplomazia e la direzione statale russi. Ma mi è sembrato curioso un dettaglio: sui cartelli pubblicitari che annunciano il cambio del nome della piazza è stato utilizzato – ovviamente senza permesso – il font «KTF Jermilov». Quel font era stato elaborato dai designer ucraini Oles Gergun e Yevgeny Anfalov per una campagna di sostegno alla Ucraina…

Non so se l’utilizzo non autorizzato proprio di quel font sia stato intenzionato o accidentale (qualcuno poteva averlo scelto a caso senza conoscerlo), ma in entrambi i casi la situazione diventa ancora più ridicola.


Le sanzioni private

In tanti sanno che la Gazprom ha ridotto le forniture del gas via il North Stream, ma non tutti hanno capito bene il vero motivo.
È vera quella parte della notizia secondo la quale si è rotta una delle turbine (della Siemens) utilizzate per «pompare» il gas nel gasdotto. Ma è solo una parte della notizia più ampia. In realtà, la Siemens è una di quelle numerosissime aziende occidentali che hanno lasciato il mercato russo dopo l’inizio della invasione militare della Ucraina. Di conseguenza, la Russia sta seriamente rischiando di rimanere non solo senza i nuovi prodotti della Siemens (treni, macchinari ospedalieri, attrezzature per il trattamento delle materie prime etc.), ma pure senza i pezzi di ricambio. Senza i pezzi di ricambio, come potete facilmente immaginare, molte attività rischiano di fermarsi. Anche il trasporto del gas.
Non so ancora se e come possa essere trovata una soluzione – più o meno legale – del problema con le forniture via il North Stream. Ma posso già constatare che nel valutare l’efficacia delle sanzioni adottate contro la Russia bisogna prendere in considerazione anche quelle introdotte dalle aziende private per l’iniziativa propria. Potrebbero rivelarsi più sensibili e capaci di produrre effetti in tempi più stretti.


Buon tentativo

Le circostanze non sono molto divertenti, ma ieri sera ho scoperto uno dei futuri vincitori dell’Ig Nobel per l’economia. In sostanza, il Ministero delle Finanze russo ha deciso di combattere le sanzioni occidentali con delle mosse magiche: per esempio, rendendo segreti (quindi non consultabili dai non addetti ai lavori) i dati sulle spese del bilancio russo. Il servizio stampa del ministero ha comunicato:

A causa delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dal Regno Unito e da altri Stati ostili nei confronti della Federazione Russa e dei singoli individui, si è reso necessario limitare parzialmente la diffusione di informazioni, anche per quanto riguarda la formazione del bilancio.
[sì, la frase è un po’ storta anche nella sua redazione originale]

In pratica, qualcuno al Ministero ha pensato che su questo pianeta nessuno sappia cosa esporta nel mondo e cosa importa dal mondo la Russia. Molto probabilmente ha pure pensato che le merci non siano tracciabili se venduti con l’aiuto degli intermediari. Boh, l’unica cosa che possiamo fare di fronte a tale convinzione è augurare una buona fortuna agli inventori della mossa «geniale».
Nel frattempo, i dati sulla esecuzione del bilancio russo pubblicati ieri per il periodo di gennaio – maggio contengono solo le informazioni sul totale delle spese e delle entrate; è impossibile trovare i dati sulle spese per le sezioni specifiche.


Il funzionamento delle sanzioni

Periodicamente mi capita di sentire che le sanzioni occidentali contro la Russia non funzionerebbero. E mi sono già un po’ stancato a spiegare che non sono ancora state inventate le sanzioni capaci di iniziare a produrre gli effetti visibili in pochi giorni o in poche settimane. Ammetto pure che a me manca la fantasia per immaginare almeno una sanzione politica o economica così veloce…
È più interessante constatare che almeno alcune delle sanzioni adottate non funzionano in un senso molto più banale: gli stessi Stati che le hanno introdotte non sanno o non vogliono (ovviamente senza dichiararlo) applicarle al 100%. Per esempio: il giornale tedesco Welt am Sonntag ha contato circa trenta voli privati (aerei ed elicotteri) nello spazio aereo europeo – spesso con il punto di destinazione o di partenza in Europa – effettuati dopo il divieto annunciato da Ursula von der Leyen già il 27 febbraio.
L’articolo originale è in tedesco, ma i vari traduttori online si trovano ormai a un buon livello, quindi le persone realmente interessate riusciranno a leggere facilmente l’intera notizia.
Io, nel frattempo, posso aggiungere solo una cosa: spero che i voli clandestini di cui sopra siano serviti per le trattative di resa personale o collettiva. In parte, questo spiegherebbe anche il loro svolgimento impunito.


Dal giorno dell’inizio della guerra in Ucraina, diverse migliaia di aziende occidentali hanno lasciato (o stanno lasciando in questo periodo), per l’iniziativa propria, il mercato russo. In parte lo fanno per motivi morali e/o reputazionali, in parte per la paura delle future sanzioni. Una delle prime aziende a lasciare è stato il McDonald’s. La sua uscita è stata tra le più discusse in Russia e, molto probabilmente, in questi giorni è capitato pure a voi di leggere o sentire degli sviluppi di questa discussione…
So che molti occidentali non riuscivano proprio a capire la popolarità del McDonald’s in Russia. Di conseguenza, negli anni passati mi era già capitato più volte di spiegarla. Ora ripeto brevemente per conservare bene questo fatto ormai storico in tutti i sensi. Nel XXI secolo il McDonald’s era diventato particolarmente apprezzato tra le persone che viaggiano tanto in macchina tra le città russe. Lo è diventato principalmente per tre motivi:
1. La qualità del cibo prevedibile (per molte persone si tratta certamente della qualità discutibile, ma il vantaggio della prevedibilità prevale);
2. I bagni puliti e funzionanti (in Russia i bagni pubblici di questo tipo sono… ehm… un po’ rari, soprattutto fuori dai centri delle città più grandi);
3. Il wi-fi gratuito (è sempre stato importante anche perché fino al 2018 chi andava in una Regione diversa dalla propria, doveva sostenere le spese del roaming).
Tutti i motivi diventano ancora più chiari se immaginate le distanze che molti automobilisti si trovano a percorrere in zone spesso poco conosciute, poco popolate e/o poco sviluppate. In più, molte persone hanno conservato l’abitudine di andare al McDonald’s anche nei periodi dei non-viaggi. Molti altri, invece, ci andavano perché non hanno mai avuto i soldi per un ristorante vero/normale.
Chiusa la parentesi storica, torniamo alla attualità. Prima della guerra il McDonald’s aveva 850 ristoranti sul territorio russo. La maggioranza di questi era di proprietà della azienda-madre, ma molti altri – aperti negli ultimi vent’anni – erano gestite dalle aziende russe con il franchising. Alcuni di questi ultimi, in base a dei contratti scritti in un modo abbastanza particolare, non hanno mai chiuso e potranno usare il marchio del McDonald’s ancora per un po’ di mesi. La maggioranza schiacciante, però, è stata venduta al franchiser siberiano Aleksandr Govor: per una somma segreta e con la condizione di riaprire i ristoranti sotto un marchio diverso ma con i dipendenti vecchi.
Ieri, in coincidenza con la Giornata della Russia (una festa nazionale), Aleksandr Govor ha iniziato a riaprire i ristoranti dell’ex McDonald’s: sono stati aperti i primi 15 locali a Mosca e nelle zone limitrofe. L’attenzione principale dei media era logicamente rivolata verso quello più famoso: il primo McDonald’s aperto a Mosca il 31 gennaio 1990 in piazza Pushkin. L’attenzione dei clienti, però, non è stata paragonabile a quella di 32 anni fa:

Ahahaha, io mi ricordo benissimo le file letteralmente chilometriche delle persone desiderose di entrare, era una scena che si poteva osservare per diversi mesi (lo dico da residente della zona).
Certamente, non è tanto corretto paragonare le due aperture: nel 1990 si trattava di un fenomeno totalmente nuovo, senza precedenti. Ora, nel 2022, l’affluenza è notevolmente inferiore perché la gente è già ben abituata alla presenza dei prodotti occidentali, allo stile di vita occidentale etc. etc… Allo stesso tempo, l’affluenza mi sembra notevolmente superiore a quella che si sarebbe osservata in un qualsiasi altro Stato occidentale nell’occasione della apertura di un nuovo fast food. La spiegazione del fenomeno mi sembra molto banale: nonostante le numerose dichiarazioni pseudo-patriottiche, la maggioranza degli utenti spera che non cambi nulla. Spera (spesso senza formularlo bene nemmeno nella propria testa) che lo spirito – la qualità, il modo di lavorare – del McDonald’s americano rimanga in Russia. Rimanga per i motivi elencati all’inizio di questo post.
È stato un modo molto curioso di festeggiare la Giornata della Russia. Soprattutto in questo momento storico.


L’arte ai tempi della guerra

Il modellista lituano Tomas Upckas ha creato – a maggio – un diorama di miniature raffiguranti i soldati russi che saccheggiano gli appartamenti degli ucraini. In particolare, il diorama mostra cosa fanno i militari russi nelle case degli ucraini: saccheggiano, bevono, buttano tutto per terra, rubano pure i caloriferi e i water, defecano… Le foto delle miniature sono visibili anche sull’account Facebook di Upckas.

Il diorama è stato poi messo all’asta con il prezzo di partenza di 2000 euro. L’artista intende donare tutto il ricavato a sostegno della Ucraina.
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I primi condannati nella DNR

Sulla condanna a morte dei primi tre foreign fighters nella cosiddetta DNR è utile ricordare due principi basilari:
1. La DNR (come pure la LNR) è stata creata anche per questo motivo: in qualità di un territorio russo, ma allo stesso tempo formalmente non appartenente al sistema giuridico russo. Un territorio dove si può fare qualsiasi cosa.
2. Ogni prigioniero di questa guerra – condannato o meno – è una merce di scambio. «Più» il prigioniero è occidentale, più è considerato prezioso. Quindi possiamo essere relativamente tranquilli per la vita di ognuno di loro.
Al secondo principio, in particolare, è legato un concetto che dobbiamo ancora verificare – con l’esito positivo, si spera – sulla pratica: se il grado attuale di follia di Vladimir Putin fosse 9999 invece di 10.000, il suo intento sarebbe ancora quello di apparire il personaggio più civile tra tutti i «vertici» della politica russa. Di conseguenza, sarà lui a spacciarsi per il «salvatore» dei prigionieri condannati da un «tribunale» «indipendente» dalle sue volontà. Sarà quindi ancora una persona con la quale trattare, alla quale chiedere umilmente dei favori. Non si tratterebbe di una situazione bellissima, ma non so in cos’altro sperare nel caso specifico dei foreign fighters condannati.


Interpretare Medvedev

I tentativi dei giornalisti occidentali di dare una qualsiasi interpretazione alle parole di Dmitry Medvedev (l’ex premier, l’ex custode della sedia presidenziale, l’ex primo tra i collaboratori di Putin) sorprendono e fanno un po’ ridere allo stesso tempo.
Sorprendono e fanno ridere perché indicano chiaramente il grado della (in)competenza delle persone che sono state incaricate a scrivere della Russia.
Da oltre due anni ogni dichiarazione di Dmitry Medvedev — che a differenza di Putin sa usare anche l’internet — ha un obiettivo solo: ricordare della esistenza di chi la esprime. Da quando non ricopre più l’incarico del premier (dal 15 gennaio 2020) e non passa più il tempo libero in compagnia di Putin (dai tempi ancora più lontani), Medvedev si sente, non senza motivo, escluso dalla vita politica «seria» russa. Ma, ovviamente, vorrebbe tanto esservi riammesso. Quindi cerca di attirare costantemente l’attenzione del capo, tentando di apparire il più agguerrito, il più categorico e il più fedele di tutti.
Di conseguenza, dobbiamo ricordare che tutte le parole di Medvedev sono rivolte prima di tutto (o addirittura solo) a Putin. Ed è una cosa normalissima, le cose del genere succedono in ogni struttura gerarchica non democratica.
Avrei potuto anche ipotizzare che stia lottando per qualche incarico importante nella Russia post-putiniana, ma non vorrei dedicarmi troppo a ciò che per ora non è fondato su alcuna informazione certa.