Cosa vi ho nascosto:

L’archivio del 26 settembre 2022

Il petrolio russo in India

Immagino che almeno oggi la maggioranza dei lettori sia mentalmente concentrata su altri argomenti. Mentre io, da ospite, porto comunque un po’ di diversità in questa… ehm… strana giornata.
La guerra «tradizionale» putiniana in Ucraina procede come sappiamo. Ma sappiamo anche che Putin sta conducendo diverse guerre in contemporanea: tra esse c’è anche quella energetica con l’Occidente in generale e con l’Europa in particolare. Inizialmente molti commentatori (e forse Putin stesso) si stavano illudendo che fosse possibile reindirizzare tutto l’export russo delle risorse naturali verso la Cina. Questo, però era impossibile tecnicamente (mancano gli strumenti), economicamente (la Cina non ha bisogno di tutte quelle risorse) e politicamente (si è «scoperto» che la Cina non è tanto felice di litigare con gli USA e l’Europa). In seguito in molti (Putin compreso) hanno che fosse possibile esportare il petrolio – la voce principale dell’export russo – verso l’India, la quale avrebbe poi rivenduto una parte di esso ai «vecchi clienti» della Russia. Ed ecco che Putin ottiene una nuova grandissima vittoria tattica…
Il giornale «The Times of India» scrive che le raffinerie indiane intendono smettere di acquistare il petrolio russo. Le ragioni indicate sono l’aumento dei costi di trasporto e il passaggio alle importazioni dall’Africa e dal Medio Oriente. Comprese le spese di trasporto, il petrolio ESPO (il tipo del petrolio fornito attraverso l’oleodotto ESPO) costa 5–7 dollari in più rispetto ai tipi simili provenienti da altri Stati, come, per esempio, il Murban degli Emirati Arabi Uniti. Precedentemente il petrolio russo era più economico. Inoltre, le consegne di petrolio dalla Russia all’India richiedono circa un mese di tempo, mentre dal Medio Oriente le petroliere arrivano in una settimana.
Certo, il mercato del petrolio è globale, dunque non può funzionare senza il petrolio russo. Il problema sta nel fatto che fino al momento dei cambiamenti radicali nella propria politica estera (quindi anche interna) la Russia sarà sempre costretta a vendere il proprio petrolio sui mercati secondari a prezzi sensibilmente inferiori a quelli di mercato (un po’ perché gli acquirenti si approfittano delle difficoltà, un po’ perché vorranno guadagnarci sopra rivendendo ai terzi). Di conseguenza, sembra molto più sensato continuare a costringere di vendere ai prezzi sempre più bassi, e non tentare di liberarsi del tutto dal petrolio russo. In tal modo non si danneggia l’economia occidentale, ma si danneggia il regime di Putin (che sta vendendo il petrolio come se fosse tutto suo).
Spero che l’UE sempre più «rinnovata» lo capisca.