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L’Afghanistan nel cinema russo

È di nuovo arrivato il momento dei miei consigli cinematografici. Questa volta vi propongo ben tre film uniti dallo stesso argomento dettatoci dai recenti avvenimenti di una certa importanza.
La settimana scorsa mi è stato chiesto – non tanto a sorpresa – un commento/valutazione sul film italo-sovietico «Afghan breakdown» (regia di Vladimir Bortko, 1991). In Italia potrebbe essere conosciuto, tra l’altro, anche per la partecipazione di Michele Placido. Ma penso che sia conosciuto ingiustamente poco – per non dire dimenticato – perché, effettivamente, è un buon film che merita di essere visto almeno una volta nella vita. Si tratta di un film di guerra – non particolarmente violento ma drammatico – che parla dell’ultimo periodo del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan nel 1989. Consiglio l’"Afghan breakdown" con una certa tranquillità a tutto il pubblico adulto.
(La versione italiana del film si trova pure sui siti russi, quindi non penso che riscontriate dei particolari problemi nel recuperarlo.)

Il secondo film riguardante l’intervento militare sovietico in Afghanistan che consiglio sempre a tutti è  Continuare la lettura di questo post »


Laurie Bristow

Molto probabilmente a qualcuno è già capitato di leggere dell’ambasciatore britannico Laurie Bristow, il quale non ha lasciato l’Afghanistan per poter controllare personalmente l’evacuazione dei connazionali e dei collaboratori afghani.
In merito a questa sua decisione, l’aspetto che in un certo senso mi preoccupa è la tendenza di definire eroe una perona che non molla tutto e non scappa dal proprio lavoro alla prima difficoltà seria riscontrata. Nelle condizioni ideali, la presenza fisica costante di un ambasciatore sul territorio è sempre meno necessaria: serve solo per alcune (poche) conversazioni tecniche che gli umani, nonostante tutto, sono ancora abituati a fare di persona. Laurie Bristow, invece, ha deciso di essere presente nel posto giusto al momento giusto: in un luogo di emergenza, dove la gestione non poteva essere effettuata «a distanza» o rinviata ai tempi migliori.
Il confine tra l’eroismo (da una parte) e le pure professionalità e serietà (dall’altra) è sempre stato, nella mia logica, molto più lontano. In un mondo sano quel confine non dovrebbe essere tracciato esageratamente vicino alla normalità.


La velocità del Taliban

Sono già stati fatti numerosi tentativi di capire il perché di un ritorno al potere (di fatto) così rapido del Taliban in Afghanistan. Sono interessanti, per esempio, quelli pubblicati su The New York Times, Washington Post e, soprattutto, The Guardin.
Ma io vorrei mettere in evidenza un aspetto descritto bene da Le Monde: è molto più facilmente comprensibile per una persona che viene dall’Est che per un europeo o un americano. Infatti, si sottolinea che negli ultimi anni in Afghanistan era adottata una versione molto creativa della statistica militare.
Il giornale ricorda che, secondo gli stessi militari americani, gli afgani hanno creato interi «battaglioni fantasma» per ricevere soldi dagli Stati Uniti e rubarli.
In base ai dati forniti da un diplomatico occidentale – la cui identità non è stata resa pubblica – che lavorava a Kabul, formalmente nell’esercito afghano esistevano 46 battaglioni-fantasma da 800 uomini ciascuno. Inoltre, su forte richiesta del presidente Ashraf Ghani, l’esercito americano ha smesso di pubblicare i dati sulle perdite e sulle diserzioni tra i reparti in addestramento (quindi dell’esercito afgano) a partire dal 2017. Quest’ultimo fatto ha contribuito a distorcere ulteriormente il quadro informativo dello stato dell’esercito afgano. Questa è una parte importante della risposta alla domanda «Perché è successo tutto così velocemente?». Infatti, permette di immaginare facilmente le condizioni generali dell’esercito statale afghano…