Cosa vi ho nascosto:

L’archivio del tag «armenia»

Nagorno Karabakh

Dato che i media occidentali in qualche modo tentano di parlare del conflitto che si è riacceso nel Nagorno-Karabakh, provo a fare pure io un commento. Non mi metto a raccontare tutta la storia pluridecennale del problema – chi si interessa se la (ri)legge da solo – ma vi aggiorno sulle sue particolarità attuali. L’obiettivo è dimostrare che non tutti i problemi possono essere risolti dalle «potenze» geograficamente più vicine.
Formalmente, il conflitto in corso vede confrontarsi due Stati (l’Armenia e l’Azerbaigian) per il controllo del territorio Nagorno Karabakh (in teoria sarebbe uno Stato non riconosciuto più o meno da tutto il mondo).
Quindi da una parte c’è l’Armenia: è l’unico Paese menzionato nelle cronache babilonesi che al giorno d’oggi esiste ancora. Nel corso dei millenni trascorsi tra la suddetta citazione e la data odierna, l’Armenia ha perso quasi tutti i suoi territori, compreso il suo grande simbolo: il Monte Ararat. Tutti quei territori sono stati staccati, a pezzi, dai vicini-invasori.
Quando parliamo dei vicini-invasori, prima di tutto dobbiamo pensare alla Turchia e all’Azerbaigian (la seconda parte formale del conflitto), i quali si offendono tantissimo ogni qualvolta si tenta di ricordare a loro anche la storia più o meno recente. Così, per esempio, molte edizioni delle guide e promemoria distribuiti ai turisti in visita in Turchia avvisano esplicitamente: mai chiamare Istanbul col nome Costantinopoli in presenza dei turchi. I turchi di oggi vivono nella capitale dell’Impero Bizantino che i loro antenati hanno conquistato in una guerra offensiva. Conquistato e, dopo avere massacrato la popolazione, anche semi-distrutto fisicamente. Ancora oggi lo Stato turco (solo per non ripetere i nomi delle nazionalità) continua a convertire le chiese cristiane in moschee, ma allo stesso tempo non ama che qualcuno gli ricordi quanto appena scritto. Ci sono moschee e santuari musulmani sul territorio dell’Armenia. Non ci sono chiese armene (quindi cristiane) sul territorio della Turchia e dell’Azerbaigian (l’Armenia, tra l’altro, è il primo Paese al mondo ad aver adottato ufficialmente il cristianesimo). Gli antichi cimiteri e santuari armeni, finiti in diversi anni all’interno dei confini della Turchia e dell’Azerbaigian assieme ai territori conquistati, sono tutti distrutti. E lo Stato turco non riconosce tuttora il genocidio armeno condotto cento anni fa. Anzi, manifesta delle reazioni furiose quando qualcuno tenta di parlarne.
In continuazione della logica storicamente affermata (purtroppo), anche il Nagorno-Karabakh – tradizionalmente abitato dagli armeni – è sempre stato l’oggetto dell’odio in Turchia e in Azerbaigian. Naturalmente, i piani per l’annessione di questa regione venivano preparati da molto tempo (oggi i politici turchi e azerbaigiani parlano di una «soluzione definitiva della questione»).
Proprio per questo l’Armenia contemporanea ha inizialmente puntato praticamente tutto sulla Russia. Proprio per questo le unità militari russe sono state ufficialmente di stanza in Armenia per tutti questi anni: la Russia aveva promesso all’Armenia di fare da garante della pace nella regione e di fornire una protezione quando i turchi o gli azerbaigiani dovessero finalmente attaccare militarmente. Nessuno ha mai dubitato di quest’ultima opzione: né l’Armenia, né la Turchia con l’Azerbaigian. Non si tratta dunque dell’intento dichiarato di richiedere un aiuto militare nel caso di una invasione attesa. Si tratta delle truppe russe presenti sul territorio in modo permanente – nelle proprie basi militari – già pronte da anni a intervenire. Trattandosi più di una certezza che di un rischio, lo Stato armeno ha sempre dimostrato la disponibilità di tollerare anche degli episodi abbastanza gravi: per esempio, la fuga di un soldato russo impazzito finita con l’uccisione una famiglia armena: l’accordo di protezione con la Russia ha l’importanza vitale per l’intero Stato.
Quindi nella situazione attuale, quando gli azeri hanno nuovamente radunato le proprie forze armate e hanno iniziato l’invasione del Nagorno-Karabakh, la Russia avrebbe potuto fermare la guerra con una mossa semplice e poco impegnativa: solo per ricordare di essere una alleata dell’Armenia, avrebbe potuto far fare un volo esemplare ai suoi aerei stanziati sulle basi locali. Non sarebbe servito nemmeno un bombardamento, nemmeno un episodio di combattimento da parte delle truppe russe: solo una dimostrazione di forza e di volontà politica. E la guerra sarebbe finita subito. Né l’Azerbaigian né la Turchia (che era entrata in guerra dalla sua parte su un territorio straniero) avrebbero trovato oppotuno scontrarsi militarmente con la Russia.
Ma la Russia non farebbe mai nemmeno quella semplice mossa. Perché? Prima di tutto, Putin è un – usiamo un termine un po’ diplomatico – fifone. In tutti i vent’anni che si trova al potere, non ha preso una sola decisione realmente forte. Tutto quello che sa fare è agire alla chetichella. Sa mandare in uno Stato vicino i sabotatori in uniforme senza i gradi, contrabbandare le attrezzature militari all’estero mascherandole con un convoglio umanitario, far applicare delle sostanze velenose sulle porte altrui, e, ogni volta beccato, ripetere: non siamo stati noi, noi non c’entriamo niente…
In secondo luogo, bisogna ricordare che la Russia è il peggior alleato che si possa immaginare. La Russia non ha amici: la Russia ha litigato con tutto il mondo che la circonda, ha rovinato i rapporti non solo con le grandi potenze mondiali, ma anche con quasi tutti i propri vicini. In tempi di pace, la Russia può anche prendere impegni con l’Armenia e garantirle generosamente la protezione. Può farlo per dei piccoli guadagni a breve termine. Ma sicuramente non rispetterà gli impegni presi nel momento decisivo, quando ce ne sarà il reale bisogno.
La Russia – intesa come un insieme delle personalità al governo – ha i suoi problemi e suoi obbiettivi. È in corso lo scandalo con l’avvelenamento dell’oppositore Navalny, di conseguenza si intuiscono le nuove sanzioni occidentali in arrivo, la caduta del rublo, la minaccia di non poter completare/sfruttare il nuovo gasdotto Nord Stream-2. Ecco perché la Russia, e prima di tutto Putin, fa tutto il possibile per «non ricordare» degli impegni presi. Anzi, in un certo senso la guerra in Armenia conviene alla Russia. Perché permette di «invitare le parti alla pace», fare la faccia triste davanti alle telecamere, inviare un paio di scatole di bende nelle zone di combattimenti e apparire un umile pacificatore nella speranza di rafforzare, in questo modo, la propria immagine internazionale scossa. Ma l’aiuto concreto all’Armenia nell’ambito dell’accordo di alleanza non è assolutamente nei piani della Russia.
In realtà questa è la risposta alla domanda perché tutti Stati del mondo – anche quelli che geograficamente, culturalmente e spesso politicamente sono più vicini alla Russia – si rivolgono alla NATO in ogni occasione di difficoltà. Lo fanno perché capiscono: una alleanza con la NATO è mille volte più sensata e sicura di una alleanza con la Russia. Perché la Russia tradirà nel momento del primo problema serio.
L’Armenia ha sempre puntato tutto – o quasi – sulla sua amicizia con la Russia: questo è stato un suo errore fatale.
La Turchia è da tempo nella NATO (il fatto di cui la NATO si sta pentendo da tempo). Ora la Turchia ha gli F-16 con armamenti missilistici e droni, i quali, pur essendo vecchi, possono, nel caso di un conflitto diretto, distruggere facilmente qualsiasi mezzo militare di produzione russa. Le armi russe di produzione contemporanea, purtroppo, non possono assolutamente competere con anche le più antiche generazioni di quelle occidentali. Non c’è dunque alcun problema per la Turchia a dichiarare di essere un alleato all’Azerbaigian e di andare in guerra sul territorio di un altro Stato semplicemente per l’amicizia e per la ricerca della «soluzione finale della questione». Ma la Russia si aggrapperà certamente alla scusa che il Karabakh non è esattamente l’Armenia, quindi gli accordi non funzionano e bla bla bla…
Bene, ora avete qualche elemento in più per orientarvi bene nella situazione.


La protesta armena (parte 3)

Stamattina il leader della opposizione armena Nikol Pashinyan è stato eletto Primo ministro dal Parlamento: 59 voti favorevoli e 42 contrari (in totale il Parlamento armeno ha 105 deputati).
Martedì 1 maggio, al primo tentativo, il risultato era stato negativo: solo 45 voti favorevoli su 53 necessari (è richiesta la maggioranza dei deputati).
Sia oggi che una settimana fa Pashinyan è stato l’unico candidato sottoposto al voto parlamentare. Se anche la votazione di oggi non avesse portato alla elezione di un premier (quindi di Pashinyan), il Parlamento armeno avrebbe dovuto essere sciolto.
Secondo me la situazione nella quale attualmente si trova Nikol Pashinyan è più che curiosa. Da una parte, in qualità di un vero leader dell’opposizione e della protesta è riuscito a far dimettere il premier Sargsyan e farsi nominare al suo posto con i voti del partito politico a cui si trova, appunto, in opposizione. Non è a questo punto molto chiaro come intende governare (per i tonti: senza l’appoggio del Parlamento si combina un tubo).
Suppongo – ma potrebbe essere uno schema politico molto primitivo – che il partito di maggioranza attuale abbia accettato di nominarlo al capo del Governo per poi bocciare ogni sua iniziativa e dimostrare, in tal modo, la sua cosiddetta «incapacità di governare il Paese». Insomma, fargli perdere la popolarità acquistata nelle ultime tre settimane di proteste.
Dall’altra parte, al neoeletto Nikol Pashinyan non sarebbero più convenienti nemmeno le elezioni politiche anticipate. Egli ha certezza di essere il leader di una minoranza attiva, ma non ha alcuna certezza di poter contare sulla maggioranza degli elettori. Infatti, alle ultime elezioni politiche (2 aprile 2017) il suo partito è arrivato terzo, conquistando appena 9 seggi su 105. Nonostante l’entusiasmo per il successo della protesta, sarebbe troppo azzardato sperare in un risultato anche solo doppio rispetto alla volta scorsa.
Tra tentare di governare senza essere stato eletto per farlo e perdere nuovamente le elezioni (nel senso di non raggiungere comunque i numeri per governare), la scelta è caduta sulla prima. Non sono sicuro che per Nikol Pashinyan sia la scelta migliore.


Le barzellette politiche

Aggiornandomi sulla situazione politica in Armenia (ne ho già scritto due post: il primo e il secondo), ho per puro caso scoperto una curiosa dichiarazione che il deputato (e figlio di Vladimir Žirinovskij) Igor Lebedev fece alla televisione di Stato russa il 23 aprile. Prima di riportare la citazione, devo però specificare il contesto: il padre di Lebedev Žirinovskij ha fondato il partito LDPR il 13 dicembre 1989 (anche se fino al 18 aprile 1992 esso aveva un altro nome) e lo dirige interrottamente da quel momento ad oggi. Essendo il LDPR un partito costantemente presente alla Duma, tutti i deputati ad esso appartenenti appoggiano attivamente ogni iniziativa del Cremlino e del partito Russia Unita. Igor Lebedev è, naturalmente, uno dei deputati proprio del LPDR: attualmente è al quarto mandato, è stato eletto per la prima volta nel 2003.
Insomma, in relazione alle dimissioni del premier armeno Serž Sargsyan il deputato russo Lebedev disse:

«Il popolo armeno ha saputo insistere fino alla fine, bravi! Nessuno vuole tollerare la stessa persona al capo dello Stato per decenni. È necessario il ricambio dei governanti e dei partiti». [traduzione mia]

Il Ministero degli Esteri russo si è già dimostrato il campione dei doppi standard in innumerevoli occasioni, ma i deputati dovrebbero essere un po’ attenti nel fare le battute sugli argomenti politici…


La protesta armena (parte 2)

Dopo le dimissioni del Premier Serž Sargsyan in Armenia continuano le proteste. Il motivo di questo fenomeno è assolutamente comprensibile: l’opposizione vuole evitare che Serž Sargsyan rimanga, tramite una influenza esercitata sul proprio partito, il governatore informale dello Stato. La migliore garanzia della non-influenza sarebbero le elezioni politiche con un risultato diverso da quello del 2 aprile 2017. Quindi bisogna a) ottenere le elezioni anticipate e b) avere il peso politico per vincerle. Ovvio, no?
Una domanda molto più sensata — ma in realtà altrettanto semplice — che mi hanno già fatto più volte in Italia è: qual è la reazione di Mosca a questi eventi in Armenia. La risposta può essere espressa in due parole: nessuna reazione. I motivi sono due (ma volendo possiamo anche dividerli in tre).
Prima di tutto, è successo tutto troppo velocemente, in poco più di una settimana.
In secondo luogo, la fase iniziale delle proteste non appariva capace di portare a degli sconvolgimenti politici (ma mi ricordo che anche l’inizio di tutte le rivoluzioni ucraine degli ultimi 14 anni fece la stessa impressione; sappiamo bene come finirono).
In terzo luogo, a Mosca comprendono bene, con tanto pragmatismo, che chiunque arrivi al potere in Armenia, non avrà molta scelta: dovrà necessariamente restare sotto il protettorato (e quindi l’influenza) della Russia. Altrimenti verrà schiacciata dalle pretese territoriali ed economiche dalla Turchia e dall’Azerbaigian (penso che la questione del Nagorno Karabakh sia largamente nota tra le persone che si interessano della politica internazionale). Per Mosca, dunque, la «perdita» dell’Armenia può avvenire solo in un modo: vederla sparire (del tutto o quasi) dalla mappa geografica. E, dato che nemmeno l’Armenia vuole perdersi in tal senso, anche l’attuale opposizione, qualora vincesse le elezioni, sarà disposta e costretta a mantenere dei buoni rapporti con la Russia. Potranno cambiare alcuni dettagli, ma non il principio in generale.
Detto ciò, aggiungerei che fino ai prossimi avvenimenti rilevanti non ha più senso commentare gli avvenimenti armeni. Fino al risultato delle (ipotetiche) elezioni o le azioni forti del governo attuale, le proteste armene resteranno solo dei fatti di cronaca locale.


Cosa si sottointendeva?

Ho appena scoperto che di recente nei Giardini Vaticani è stato inaugurato il monumento al poeta, monaco cristiano, teologo e filosofo mistico armeno Gregorio di Narek (951–1003), considerato santo e dottore della Chiesa cattolica.
Ma il monumento, secondo me, ci dice molto più sui sogni proibiti degli abitanti del Vaticano che sul personaggio al quale è dedicato:


La protesta armena

Le proteste in corso a Erevan – la capitale dell’Armenia – potrebbero essere presto definite la «rivoluzione delle albicocche». Infatti, le albicocche sono il prodotto armeno attualmente più importante e caratteristico. In più, a breve dovrebbe pure iniziare la stagione… Certo, c’è pure il cognac armeno che è di buona qualità (il marchio più noto e consigliato è «Ararat», chiamato in tal modo in onore della famosa montagna storicamente armena), ma la «rivoluzione del cognac» farebbe venire in mente un raduno di ubriaconi assetati.
Parlandone seriamente, però, dobbiamo constatare che fino a ieri la protesta armena aveva poche possibilità di portare ai risultati desiderati.
Da una parte c’era Serž Sargsyan, già Presidente dell’Armenia per due mandati consecutivi dal 2008 al 2018, che nel 2014 annunciò il passaggio dal presidenzialismo al parlamentarismo e promise di non tentare a diventare il Premier dopo la conclusione del proprio secondo mandato presidenziale (l’ultimo possibile in base alla Costituzione). Nel 2015, dunque, l’esito positivo del referendum costituzionale ha reso possibile la riforma. Il 9 aprile 2018 il Parlamento armeno ha dunque eletto per la prima volta nella propria storia il nuovo presidente: Armen Sargsyan (non è un parente di Serž, ma solo un personaggio particolarissimo che merita uno studio apposito). Allo stesso tempo – sorpresa! – l’ex presidente Serž Sargsyan si è fatto nominare il Premier.
«Scusi, ma Lei aveva promesso…»
«Beh, capita…»
[Tra parentesi: si possono trovare delle analogie nella storia recente di almeno due Stati.]
Dall’altra parte c’era Nikol Pashinyan, un oppositore molto attivo e noto. Nel 2017 è pure riuscito a farsi eleggere deputato e arrivare secondo alle elezioni del sindaco di Erevan. In qualità del leader della protesta/rivoluzione, però, ha almeno un punto debole: non è più un personaggio nuovo in grado di dare alla popolazione la sensazione della «freschezza politica». Di conseguenza, le manifestazioni di questi giorni sembravano più una testimonianza del malcontento per l’incoerenza politica di Serž Sargsyan che un tentativo di arrivare a un cambiamento radicale della situazione politica. Le proteste del genere solitamente esauriscono da sole, ma a condizione che vengano totalmente ignorate da coloro contro chi sono rivolte.
Per quanto riguarda la qualità della protesta, si possono fare delle analogie sia con la «rivoluzione delle rose» georgiana del 2003 (la quale è andata a buon fine proprio perché Saakashvili fu un personaggio totalmente nuovo e distante rispetto alla classe politica dirigente dell’epoca), sia con la «rivoluzione della dignità» ucraina del 2013–2014 (la quale, nella sua prima e relativamente lunga fase sembrava destinata a fallire per assenza di un leader più «di peso» degli altri e degli obbiettivi precisi, ma anche per dei lunghi «momenti morti»).
Se nel pomeriggio di ieri Nikol Pashinyan non fosse stato arrestato, le proteste, molto probabilmente, si sarebbero spente da sole. Ma l’arresto ha portato all’effetto contrario. Oggi alla protesta crescente si sono uniti pure i militari. Sicuramente è stato questo il motivo principale delle dimissioni di Serž Sargsyan annunciate meno di un ora fa.


Oggi vi spiego in poche parole il riaccendersi del conflitto sul controllo di Nagorno-Karabakh.

Quando i prezzi del petrolio crollano e non vogliono proprio rialzarsi, ogni petrocrazia inizia a sentire, prima o poi, il bisogno di una piccola guerra vittoriosa. Una guerra finalizzata alla riappropriazione dei «territori storici sottratti ingiustamente». Una guerra che appare molto utile per risolvere i problemi politici interni del governante, di distrarre i cittadini dagli emersi problemi economici. Provate a ricordarvi voi qualche esempio recente.

Ricordatevi, poi, che già domenica, dopo tre giorni di scontri, il presidente di Azerbaijan Ilham Aliyev ha dichiarato di avere vinto la guerra. Come nei precedenti ai quali mi riferivo io, il reale risultato è poco chiaro e non ha alcuna importanza.

Certo, una telefonata da Mosca a Baku avrebbe potuto fermare la guerra già nelle prime ore, ma non avrebbe risolto i problemi di Aliyev di cui sopra. In più, Azerbaijan e Armenia, se ho capito bene, sono destinatari di circa 5% dell’export degli armamenti russi.