Cosa vi ho nascosto:

L’archivio del tag «cinema»

Da vedere a casa (la puntata №2)

Il fott-biiiip-mo lockdown-di-fatto per ora continua, quindi oggi pubblico una nuova lista dei film da (ri)vedere durante le lunghe serate passate in casa.
Ma prima vi ricordo la parte precedente della lista e i miei consigli circa il cinema russo (che di solito faccio separatamente).
Ecco, ora sono pronto a ricordarvi altri cinque titoli:
1. «The Lighthouse» di Robert Eggers (2019). A differenza di quanto dichiarato su alcuni siti dedicati al cinema, non è un horror ma un bellissimo film su quanto è facile impazzire trovandosi da solo in un ambiente isolato per troppo tempo. Vedete voi se è un film adatto per il momento storico corrente, mentre io specifico solo che è bello da tutti i punti di vista: la trama, la qualità degli attori, la fotografia e pure il formato azzeccato del fotogramma.

2. «L’ufficiale e la spia» di Roman Polanski (2019). Penso che sia il film più noto e più visto della mia lista di oggi. Chi lo ha scartato prima, Continuare la lettura di questo post »


Da vedere a casa (la puntata №1)

Visto che, purtroppo, ci ritroviamo quasi chiusi in casa per non si sa bene quanto altro tempo (le differenze con il lockdown non sono poi così grandi), dobbiamo nuovamente inventarci dei passatempi più o meno sensati. Presumo (o spero?) che tutti i miei lettori abbiano abbastanza perseveranza, fantasia, passione e comprensione di necessità per realizzare – nel tempo libero – dei progetti personali nei propri ambiti professionali. Quindi a me non rimane altro che contribuire iniziando a pubblicare la mia serie di proposte nell’ambito del divertimento.
Per esempio, potrei iniziare dalla lista dei film validi che a me è capitato di vedere più o meno recentemente, ma che qualcun altro poteva avere saltato. Come ben sapete, il cinema russo è un argomento a sé stante sulle pagine di questo blog (ricordo l’ultima puntata a tutti coloro che l’avessero persa), mentre con il post di oggi provo a fare una prima selezione di film europei e statunitensi consigliabili. Può capitare, almeno in teoria, che a voi ne sia sfuggito qualcuno.
Penso che cinque titoli alla volta possano essere sufficienti:
1. «La belle époque» di Nicolas Bedos (2019). Un film molto bello (in tutti i sensi) e molto tranquillo. Raccomandato anche a chi si accorge di uno preoccupante avanzamento della pigrizia intellettuale: si potrebbe provare a prendere il film come una ricetta.

2. «Il caso Collini» di Marco Kreuzpaintner (2019). È un bel film per chi sa riflettere sui Continuare la lettura di questo post »


Come si legge

Il semplice post di oggi è dedicato esclusivamente a una precisazione noiosa e inutile.
Molto probabilmente vi siete accorti anche voi che l’internet è da tempo invaso dalla pubblicità del film «Borat Subsequent Moviefilm» (il nome ufficiale di «Borat 2»). E, se siete stati attenti, avete notato i due modi di scrivere il nome del protagonista.
Il primo di questi modi è composto da caratteri che graficamente esistono sia nel cirillico russo che in quello kazako. In entrambi i casi si leggono come VOJADT.

Il secondo modo, invece, è caratterizzato da una lettera – quella centrale – che nel cirillico non esiste. Quindi si può leggere VORDT, VO[lettera inesistente]DT, oppure BORDT.

Non so perché ho scritto tutto questo, ma voi ora avete qualche informazione inutile in più. Utilizzatela come vi pare.


Il razzismo cinematografico

Come avrete già letto, sul sito ufficiale dell’Oscar è stato pubblicato un documento interessantissimo: «Academy establishes representation and inclusion standards for Oscars® eligibility». In sostanza, si tratta di una lista degli standard che dovranno essere rispettati dai film per essere nominati al «miglior film».
A partire dal 2024 i film, per essere nominati, dovranno obbligatoriamente rispettare almeno due dei quattro punti per ogni criterio. Mentre nel 2022 e nel 2023 i creatori di tali film dovranno solo compilare una form ai fini statistici.
Prima di tutto vediamo questi criteri:

Almeno uno degli attori principali o attori di supporto significativi che provenga da un gruppo etnico sottorappresentato:
• Asiatico
• Ispanico / Latinx
• Nero / afroamericano
• Indigeno / nativo americano / nativo dell’Alaska
• Mediorientale / Nordafricano
• Nativo hawaiano o altro isolano del Pacifico
• Altra etnia sottorappresentata
Almeno il 30% di tutti gli attori in ruoli secondari e più secondari che provenga da almeno due dei seguenti gruppi sottorappresentati:
• Donne
• Gruppo razziale o etnico
• LGBTQ+
• Persone con disabilità cognitive o fisiche, non udenti o ipoudenti
Una trama che sia incentrata su un gruppo sottorappresentato:
• Donne
• Gruppo etnico
• LGBTQ+
• Persone con disabilità cognitive o fisiche, non udenti o ipoudenti

Ovviamente, manca il criterio della alta qualità del film. Ed è altrettanto ovvio che prima o poi l’applicazione dei suddetti criteri verrà estesa anche alle altre categorie di premiazione. Perché non c’è il limite alla stupidità umana. A quella stupidità che ha portato l’amministrazione dell’Oscar a produrre, senza rendersene conto, un regolamento estremamente razzista. Razzista perché, per esempio, stabilisce i criteri di conformità proprio alla razza, il colore della pelle e altri aspetti fisici e fisiologici.
La prima cosa che potremmo fare a questo punto è fare gli auguri a tutta l’industria cinematografica statunitense.
La seconda cosa che possiamo fare è chiederci del futuro professionale e finanziario di tutti quei sceneggiatori e registi che non possono o non vogliono realizzare i film sui trans omosessuali sordomuti ghanesi.
La terza cosa che possiamo fare è fare gli auguri — questa volta sul serio — all’industria cinematografica europea. Perché, qualora i suoi protagonisti dovessero mantenere una migliore salute mentale rispetto ai colleghi statunitensi, in pochi anni vedremo crescere notevolmente il prestigio e la popolarità dei festival (e/o concorsi) cinematografici europei. Allo stesso tempo, potrebbe migrare in Europa anche la produzione dei film i cui autori non hanno come l’unico obiettivo la soddisfazione delle regole  del caz  assurde.
P.S.: certamente, mi rendo conto del fatto che i premi culturali di ogni genere (cinema, letteratura etc.) vengono spesso assegnati non solo in base alla qualità dell’opera, ma anche in base alla moda del momento. Possono essere di moda gli argomenti, i Paesi di produzione o gli autori. Ma l’adozione di una regola formale già per la fase di preselezione è una cosa più che esagerata.


Un po’ di storia industriale

Nel film «Jaws» di Steven Spielberg (uscito nel 1975) c’è la scena in cui il cacciatore Quint (recitato da Robert Shaw) schiaccia una latina di birra con una mano per mostrare le proprie forza e vigore.

Gli spettatori di oggi, soprattutto quelli giovani, potrebbero nel migliore dei casi non cogliere il messaggio. Potrebbero non comprendere in cosa consistesse la prova di forza del capitano.
Ebbene, all’epoca le latine furono molto più robuste di quelle di oggi. In particolare, le «pareti» verticali di una latina nel 1975 ebbero il 40% dello spessore in più rispetto a quelle di oggi.


L’adattamento

Sono molto frequenti gli adattamenti cinematografici delle opere letterarie. Alcuni libri sono stati adattati decine di volte (per esempio, «I tre moschettieri» o alcuni racconti su Sherlock Holmes), altri una volta sola (per esempio, «Il padrino»).
Nella natura esistono delle creature da aspetto umano convinte che diversi liberi (compresi quelli citati tra gli esempi) siano stati scritti sulla base dei film. Molto probabilmente è capitato anche a voi di vedere gli screenshot dei loro post su internet: purtroppo non scherzano.
Ma il fenomeno sociale appena indicato non influisce in alcun modo su un mio semplice pensiero: perché non si fanno gli adattamenti letterari dei film?
Il cinema e la letteratura, come tutte le altre forme d’arte, hanno dei loro limiti nel rappresentare i pensieri, le storie e le immagini. Il cinema può, come sappiamo bene tutti, aggiungere qualcosa non esprimibile con le parole. La letteratura, da parte sua, è assolutamente in grado di recuperare tutto ciò che non è in grado di fare il cinema. Quindi non c’è alcunché di male nel riprendere e raccontare con i mezzi propri qualcosa di visto o letto.


Un horror ai tempi della pandemia

Molto probabilmente, le persone che seguono attentamente le novità del cinema mondiale hanno già avuto l’occasione di leggere del film «Unsubscribe».

In sostanza, il regista Christian Nilson e il suo amico Eric Tabach hanno logicamente ipotizzato che qualsiasi film uscito nei cinema ai tempi della pandemia è condannato a finire in cima ai box office. Nilson ha dunque scritto in un solo giorno la sceneggiatura di un film horror che poi è stato «girato» in una settimana con l’aiuto del videochat Zoom. Secondo la trama, cinque persone si collegano in una conferenza video e finiscono a essere perseguitati da un troll.
Dopo avere prodotto il film – spendendo, secondo quanto dichiarato ufficialmente, ben 0 dollari – i due hanno affittato una sala cinematografica a Westhampton Beach (nello Stato di New York), hanno comprato tutti i biglietti e hanno mostrato il film in una sala vuota il 10 giugno. Il film ha dunque «raccolto» 25.488 dollari finendo in cima ai box office. Si tratta di un risultato scontato: in termini degli incassi hanno superato di ben 25.488 dollari il migliore dei concorrenti ahahaha
Ora il film è pubblicato su Vimeo e gli amanti del horror potrebbero provare a vederlo.
Io, intanto, avviso tutti gli interessati che il suddetto film assomiglia tantissimo al buon film «Unfriended» del regista Levan Gabriadze. Io lo consiglio serenamente anche perché è stato realizzato direttamente in inglese: tutti potranno vederlo in una lingua comprensibile.


Spettatori-attori

I cinema – le strutture commerciali – non hanno saputo adeguarsi alla diffusine dell’internet e all’aumento della lunghezza dei film. Di conseguenza, si stanno estinguendo.
L’estinzione del cinema – quindi dei film e delle serie televisive – mi sembra un evento un po’ più lontano nel tempo: anche perché il cinema si adegua più facilmente al mondo contemporaneo. Ma si potrebbe fare di più.
Per esempio, immaginate quel momento di un film horror (ma anche d’azione) quando improvvisamente si spegne la luce e il protagonista ne rimane negativamente sorpreso. Ma nel XXI secolo la maggioranza degli spettatori inizia a vedere il riflesso del proprio volto sullo schermo nero! Secondo me gli sceneggiatori dovrebbero iniziare a prevedere e sfruttare questa circostanza.
Così diventiamo tutti attori. Ma anche dei propri spettatori.


I poster cinematografici

Un certo Lee Steffen di Nashville ha pubblicato su Twitter una interessante classificazione degli schemi utilizzati per la creazione di una notevole parte dei poster cinematografici. È una osservazione curiosa tratta da una storia vera, ahahaha
I film d’azione blu/arancione
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Once Upon a Time… in Hollywood

Molto probabilmente, «Once Upon a Time… in Hollywood» è il primo film di Tarantino che mi ha fatto pensare. Quasi sicuramente mi ha fatto pensare solo perché non sembra un film di Tarantino.
Da quando è uscito il film, ho visto tantissime persone alla ricerca del suo senso nascosto e del motivo che ha spinto il regista a produrre una opera per egli così atipica. Nessuno ha però proposto delle risposte convincenti o almeno interessanti. Tocca quindi a me…

Secondo il mio parere autorevolissimo, il «Once Upon a Time… in Hollywood» è la vendetta personale di Tarantino per il Hollywood e per il cinema degli anni ’60 e ’70 di quei tempi che hanno formato la cultura cinematografica di Tarantino stesso e che sono mutati fortemente anche «grazie alla» Family di Manson. In tutti (o quasi) i film di Tarantino i personaggi si vendicano per qualcosa. Ora lo fa lui con le mani dei personaggi in una delle ultime scene del film.
Ci ha messo tanto impegno per poter compiere una vendetta del genere. Ha sviluppato quella metodologia, quella tecnica della vedetta che noi abbiamo sempre conosciuto semplicemente come il suo stile cinematografico. E ha finalmente deciso che ora si può: è pronto lui e sono pronti gli spettatori. Ha dunque superato questo traguardo della propria carriera da regista.
Ora ha un impegno in meno nella vita professionale e può sentirsi libero a fissare qualche altro obiettivo. Ma sarebbe esagerato e scorretto cercare dei punti in comune con uno dei protagonisti dell’ultimo film.
Ecco, secondo la mia interpretazione personale il vero senso del «Once Upon a Time… in Hollywood» è questo.