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Il prezzo fisso del petrolio russo

Nei giorni scorsi avete sicuramente letto che l’UE e i membri del G7 hanno finalmente deciso di imporre un prezzo fisso al petrolio russo. Tale prezzo inizialmente sarà di 60 dollari al barile, ma la somma è in realtà solo un dettaglio poco significativo.
Infatti, dal punto di vista economico l’idea del prezzo fisso non è proprio il massimo. Capisco benissimo l’intenzione di colpire il regime politico russo e il tentativo di non finanziare la guerra, ma il mercato del petrolio rimane sempre globale. Di conseguenza, il prezzo fisso viola le leggi del mercato, aumenta il costo dell’energia e permette agli acquirenti di guadagnare sulla aggressione russa (qualcosa del genere sarebbe successo anche con tutte le altre merci di questo mondo). Mi sembra che sarebbe molto più giusto e sensato permettere alla Russia di vendere qualsiasi quantità di petrolio al prezzo di mercato, ma a una condizione.
Tutto il petrolio russo dovrebbe essere venduto attraverso un fondo speciale, che stabilirà la redditività approssimativa della sua estrazione (più o meno 30 dollari al barile). Tale importo andrebbe trasferito sul conto delle compagnie petrolifere che hanno estratto il petrolio venduto. Altri 5 dollari ricavati dalla vendita di ogni barile andrebbero messi da parte in un conto speciale: la Russia potrà spendere il denaro accumulato su quel conto per l’acquisto di qualsiasi bene umanitario, per esempio medicinali. Tutto il rimanente dalla vendita del petrolio potrebbe essere trasferito alla Ucraina in qualità del risarcimento per i danni della guerra.
Facciamo un esempio pratico. Supponiamo che il normale prezzo di mercato di un barile del petrolio Urals sia di 65 dollari: l’Ucraina riceverà 30 dollari per ogni barile venduto dalla Russia. Si tratterrebbe non solo di una giustizia economica, ma anche di quella psicologica: i residenti del Cremlino osserveranno, con terrore e disperazione, che ogni barile venduto sta aiutando l’Ucraina e non la guerra.
Ovviamente è una soluzione meno facile di quella del prezzo fisso (ma le soluzioni facili funzionano?) e almeno in parte raggirabile (ma lo è pure quella del prezzo fisso), ma può essere in qualche modo provata.
Purtroppo, non sono (ancora) un economista di fama mondiale, ahahahahaha


Il petrolio russo in India

Immagino che almeno oggi la maggioranza dei lettori sia mentalmente concentrata su altri argomenti. Mentre io, da ospite, porto comunque un po’ di diversità in questa… ehm… strana giornata.
La guerra «tradizionale» putiniana in Ucraina procede come sappiamo. Ma sappiamo anche che Putin sta conducendo diverse guerre in contemporanea: tra esse c’è anche quella energetica con l’Occidente in generale e con l’Europa in particolare. Inizialmente molti commentatori (e forse Putin stesso) si stavano illudendo che fosse possibile reindirizzare tutto l’export russo delle risorse naturali verso la Cina. Questo, però era impossibile tecnicamente (mancano gli strumenti), economicamente (la Cina non ha bisogno di tutte quelle risorse) e politicamente (si è «scoperto» che la Cina non è tanto felice di litigare con gli USA e l’Europa). In seguito in molti (Putin compreso) hanno che fosse possibile esportare il petrolio – la voce principale dell’export russo – verso l’India, la quale avrebbe poi rivenduto una parte di esso ai «vecchi clienti» della Russia. Ed ecco che Putin ottiene una nuova grandissima vittoria tattica…
Il giornale «The Times of India» scrive che le raffinerie indiane intendono smettere di acquistare il petrolio russo. Le ragioni indicate sono l’aumento dei costi di trasporto e il passaggio alle importazioni dall’Africa e dal Medio Oriente. Comprese le spese di trasporto, il petrolio ESPO (il tipo del petrolio fornito attraverso l’oleodotto ESPO) costa 5–7 dollari in più rispetto ai tipi simili provenienti da altri Stati, come, per esempio, il Murban degli Emirati Arabi Uniti. Precedentemente il petrolio russo era più economico. Inoltre, le consegne di petrolio dalla Russia all’India richiedono circa un mese di tempo, mentre dal Medio Oriente le petroliere arrivano in una settimana.
Certo, il mercato del petrolio è globale, dunque non può funzionare senza il petrolio russo. Il problema sta nel fatto che fino al momento dei cambiamenti radicali nella propria politica estera (quindi anche interna) la Russia sarà sempre costretta a vendere il proprio petrolio sui mercati secondari a prezzi sensibilmente inferiori a quelli di mercato (un po’ perché gli acquirenti si approfittano delle difficoltà, un po’ perché vorranno guadagnarci sopra rivendendo ai terzi). Di conseguenza, sembra molto più sensato continuare a costringere di vendere ai prezzi sempre più bassi, e non tentare di liberarsi del tutto dal petrolio russo. In tal modo non si danneggia l’economia occidentale, ma si danneggia il regime di Putin (che sta vendendo il petrolio come se fosse tutto suo).
Spero che l’UE sempre più «rinnovata» lo capisca.


Un buon tentativo, ma

Imporre un «tetto» ai prezzi del petrolio e del gas russi è una idea politicamente curiosa, ma economicamente mi sembra un po’ dubbia. Lo è per almeno due motivi. A breve termine, con il prezzo massimo che impone l’Europa, le risorse naturali russe potrebbero diventare più richieste nel mondo: se l’UE dovesse dire «invece di 100, paghiamo al massimo 50», l’ipotetica India potrebbe dire «noi prendiamo tutto a 52 e a voi conviene accettare perché altrimenti non vendete proprio». A questo punto la Russia continua a incassare, l’India risparmia e l’Europa rimane senza le nuove forniture di petrolio (e con meno gas). Fortunatamente, l’Europa ha già le scorte sufficienti per passare serenamente l’inverno, ma, intanto, l’obbiettivo politico di togliere i soldi al regime di Putin non funzionerà.
A lungo termine, poi, il prezzo massimo del petrolio e del gas potrebbe contribuire a cambiare più velocemente la logistica del mercato globale del petrolio. La Russia cercherà e sicuramente troverà altri acquirenti, i quali, a loro volta, rivenderanno lo stesso petrolio all’Europa.
C’è una soluzione migliore rispetto a quella appena partorita in UE? Boh, per ora non lo so. Per fortuna, io non sono pagato per inventarla. A differenza dei vertici europei.


Aiutare salvandosi la faccia

Dicono che la Germania sta bloccando da oltre un mese un pacchetto da nove miliardi di aiuti destinati dall’UE all’Ucraina. Allo stesso tempo, sembra che la Germania sia intenzionata a restituire alla Gazprom la turbina della Siemens riparata ma bloccata in Canada a causa delle sanzioni.
A questo punto si potrebbe pensare che nell’ottica della guerra in Ucraina il comportamento della Germania, come pure di diversi altri Stati europei, sia abbastanza strano. Più uno Stato è lontano dalle zone dei combattimenti e più è strano il suo comportamento (anche sulla questione della fornitura degli armamenti). È strano anche perché dopo il comprensibile entusiasmo iniziale nell’adottare le sanzioni contro la Russia, l’Europa sta lentamente passando alla necessità di «salvare la faccia» (© Macron) propria e non di Putin: azzerando, appunto, ogni forma di partecipazione politica-economica al conflitto incorso ma continuando a stare dalla parte del bene.
E quindi spero che si trovi almeno il modo di adottare l’idea alternativa (l’ho già sentita da più economisti) che consiste nell’acquistare più risorse naturali possibile dalla Russia, far precipitare i prezzi e applicare una sorta di tassa o dazio su tale prezzo (per esempio il 30%) a beneficio del bilancio ucraino. In tal modo verrebbero raggiunti almeno tre obiettivi:
1) lo Stato russo incasserà molto meno, anche rispetto ai tempi pre-bellici;
2) gli aiuti all’Ucraina non costeranno alcunché ai contribuenti europei;
3) in Europa non ci sarà la crisi del gas e del petrolio.
Tutto questo non aiuta molto a fermare la guerra, ma almeno potrebbe aiutare a raggiungere dei risultati positivi più visibili e immediati.


Distinguere le cause

Il presidente della Duma Vyacheslav Volodin ha scelto bene il momento e ha dichiarato (citando l’economista americano Jeffrey Sachs) che gli USA dovrebbero risarcire i Paesi colpiti dalla pandemia del coronavirus perché le autorità statunitensi potrebbero essere coinvolte nella diffusione del virus. L’accusa si basa sulla ipotesi che il virus della SARS-CoV-2 possa essere stato creato in un laboratorio biologico statunitense. Da anni – sì, ormai da anni – sappiamo che non ci sono prove a sostegno della teoria della origine artificiale del coronavirus.
Come succede quotidianamente in Russia, anche la dichiarazione appena menzionata di Volodin ha solo un semplice obiettivo: pronunciarsi in qualche modo contro gli USA per sottolineare di essere «dalla parte giusta». Di conseguenza, sarebbe una ennesima stronzata non degna di attenzione.
Ma io ne vorrei approfittare per ricordare: con l’inizio della guerra in Ucraina il mondo si è dimenticato abbastanza facilmente il periodo della pandemia e tutte le conseguenze economiche dei vari relativi lockdown. Vedo tantissime persone che attribuiscono la colpa della crisi corrente esclusivamente alla guerra e alle sanzioni contro Putin. Di conseguenza, sottolineo che bisogna fare uno sforzo mentale e ricordarsi di fare una distinzione tra i motivi delle difficoltà economiche attuali. Per esempio: l’inflazione è dovuta prevalentemente alle misure di sostegno delle economie durante la pandemia, mentre l’aumento dei prezzi del gas e del petrolio è invece dovuto alla guerra. Oppure: la carenza del grano in certe zone del mondo è dovuta alla logistica rovinata durante la pandemia e non perché meno del 3% del grano mondiale è bloccato in Ucraina.
Naturalmente, tutto questo non giustifica Vyacheslav Volodin, la guerra i complottisti vari.


Il doppio taglio

Non so se tutti abbiano già letto di una nuova grande vittoria del «tattico geniale» (ahahaha, ormai posso iniziare a pubblicare una serie di post specifici sull’argomento). Questa volta mi riferisco all’uso del gas naturale in qualità di una arma economica contro l’Occidente.
Ebbene, il giugno è stato il primo mese nella storia – praticamente dagli anni ’70 del secolo scorso – in cui l’UE ha importato più gas sotto forma di GNL dagli Stati Uniti che attraverso i gasdotti dalla Russia.

Ma dato che quasi sicuramente ve ne siete già accorti tutti, posso aggiungere qualche altra piccola osservazione utile, anche se non tanto sconosciuta. In sostanza, in questo periodo la Gazprom si sta autocancellando dal mercato europeo. In parte questo fenomeno è dovuto alla volontà di Putin di ricevere i pagamenti in rubli, in parte a causa delle sanzioni occidentali e in parte a causa delle «sanzioni di risposta» russe. Il risultato di tutto questo è molto curioso:
1) gli Stati europei hanno deciso – logicamente – di porre fine alla dipendenza dalle risorse naturali russe, ma si sono rese conto di realizzare tale progetto in pochi mesi: di conseguenza, i prezzi sono cresciuti bruscamente;
2) la Gazprom (tradotto in italiano parlato significa Putin) ha deciso di non sfruttare la situazione: anzi, insiste nel ridimensionare la propria posizione sul mercato europeo per non incassare troppo.
Ed ecco che è arrivato il momento della domanda di fine capitolo: contro chi viene utilizzata la famosa arma economica?
Proviamo a rispondere senza ridere.


Buon tentativo

Le circostanze non sono molto divertenti, ma ieri sera ho scoperto uno dei futuri vincitori dell’Ig Nobel per l’economia. In sostanza, il Ministero delle Finanze russo ha deciso di combattere le sanzioni occidentali con delle mosse magiche: per esempio, rendendo segreti (quindi non consultabili dai non addetti ai lavori) i dati sulle spese del bilancio russo. Il servizio stampa del ministero ha comunicato:

A causa delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dal Regno Unito e da altri Stati ostili nei confronti della Federazione Russa e dei singoli individui, si è reso necessario limitare parzialmente la diffusione di informazioni, anche per quanto riguarda la formazione del bilancio.
[sì, la frase è un po’ storta anche nella sua redazione originale]

In pratica, qualcuno al Ministero ha pensato che su questo pianeta nessuno sappia cosa esporta nel mondo e cosa importa dal mondo la Russia. Molto probabilmente ha pure pensato che le merci non siano tracciabili se venduti con l’aiuto degli intermediari. Boh, l’unica cosa che possiamo fare di fronte a tale convinzione è augurare una buona fortuna agli inventori della mossa «geniale».
Nel frattempo, i dati sulla esecuzione del bilancio russo pubblicati ieri per il periodo di gennaio – maggio contengono solo le informazioni sul totale delle spese e delle entrate; è impossibile trovare i dati sulle spese per le sezioni specifiche.


Spiegare le sanzioni

A tutti coloro che vogliono dedicare una parte anche di questo finesettimana alle letture in qualche modo correlate con la guerra in Ucraina segnalo un progetto interessante.
Alla Stanford University è stato creato — in parte virtualmente — un gruppo di lavoro che studia le sanzioni già adottate contro la Russia e suggerisce quelle che dovrebbero essere adottate in un futuro più o meno vicino per contrastare con più efficienza l’aggressione militare in Ucraina. Il gruppo di lavoro è guidato da Michael McFaul (l’ex ambasciatore americano a Mosca) ed è composto da studiosi appartenenti a diversi ambiti e Stati (pochi di loro hanno qualche legame formale con la Stanford University): alcuni nomi vi sono sicuramente noti.
Il suddetto gruppo di lavoro pubblica — con una buona frequenza — dei documenti che spiegano in un modo interessante tutte le sanzioni: quelle adottate e quelle proposte dal gruppo stesso. Alcuni documenti potrebbero rivelarsi un po’ difficili per le persone non particolarmente esperte di economa, mentre altri sono veramente facili da comprendere.
Io posso consigliarvi di iniziare dal documento più breve e facile: quello che in appena due pagine scritte con dei termini comuni riesce a sfatare i vari miti sulla rinuncia, da parte dell’Occidente, alle fonti energetiche russe.
E poi provate a leggere anche altri documenti potenzialmente vicini ai vostri interessi.
In generale posso dire che questo gruppo di lavoro sta svolgendo due lavori molto importanti: quello scientifico e quello divulgativo.


Cosa significa pagare in rubli

Purtroppo, nel nostro mondo imperfetto molto spesso si incontrano tra loro le persone che non sanno scrivere le notizie e le persone che non sanno leggere le stesse notizie…
Per esempio: oggi molti giornali italiani hanno scritto del fatto (fatto?) che l’ENI starebbe considerando l’opzione di rispettare il decreto di Putin e pagare quindi il gas russo in rubli. Di questa notizia, però, bisogna scrivere e capire una cosa semplicissima: l’ENI indipendentemente dalla decisione presa, NON pagherà il gas russo in rubli. La spiegazione di tale fenomeno curioso non è difficilissima.
Infatti, bisogna ricordare che:
– il decreto presidenziale di Putin sui pagamenti in rubli è un tentativo di cambiare unilateralmente il contratto firmato dalle aziende private (contratto che, tra l’altro, prevede anche la valuta di pagamento) con una norma di rango inferiore a una legge ordinaria russa: quindi dal punto di vista puramente giuridico quel decreto è la carta igienica sporca;
– di conseguenza, l’ENI ha tutto il diritto di ignorare quel decreto, continuare a pagare in euro come ha sempre fatto e, in caso di problemi, andare dal giudice e vincere la causa;
– naturalmente, nella vita reale l’ENI ha bisogno (per ora) del gas russo, quindi sta cercando delle soluzioni che non compromettano la continuità della sua attività;
– lo stesso decreto di Putin stabilisce, in breve, che lo stesso Gazprom apre dei conti nella propria banca per ogni azienda-cliente non russa, riceve i pagamenti in euro o in altre valute (come ha sempre fatto prima della guerra in Ucraina) su quei nuovi conti e poi converte la valuta ricevuta in più passaggi (ma ormai senza alcuna partecipazione della azienda-cliente) in rubli;
– quindi «pagare in rubli» significherà, per l’ENI, versare gli euri su un nuovo conto della Gazprombank.
Basta, tutto qui.
Però la propaganda russa avrà l’occasione per dire che «l’ENI è stata costretta a pagare in rubli».


I fantomatici aiuti cinesi

Una delle domande più strane che mi capita di sentire costantemente negli ultimi giorni è quella sulla possibilità di una maggiore collaborazione tra la Russia e la Cina: secondo diverse persone i rapporti tra i due Stati dovrebbero intensificarsi dopo la quantità record delle sanzioni occidentali contro la Russia.
Devo tranquillizzare tutti: la Cina non fa regali. A nessuno. Gli ultimi vent’anni – più o meno – dei rapporti tra la Cina e la Russia hanno dimostrato alcune tendenze abbastanza chiare. Per esempio, la Cina (scrivo «la Cina» perché le decisioni importanti vengono prese dal partito al potere) concede i prestiti finanziari solo in presenza di precise garanzie. O, per esempio, partecipa alla realizzazione di grandi opere solo in presenza di garanzie circa un buon livello di redditività. O, ancora, non compra le materie prime a prezzi sconvenienti o in quantità superiori alle reali necessità (a qualcuno sembra strano anche questo? ahahaha). E, infine, non è fisicamente in grado di vendere alla Russia – come a qualsiasi altro Stato – quelle tecnologie che sono vietate alla Cina stessa.
Di conseguenza, la Russia non è, nelle sue condizioni attuali, un buon cliente per quella Cina che abbiamo conosciuto fino a oggi. Nel migliore dei casi la Russia potrà mantenere lo stesso livello di vendite delle materie prime (in questo contesto non è nemmeno rilevante riportare i numeri), ma non riuscirà a fare due cose:
1) attirare i capitali cinesi (non riuscendo a fornire garanzie a causa delle difficoltà dovute alle sanzioni);
2) continuare a essere un buon mercato per i produttori cinesi (a causa dell’impoverimento della popolazione e della uscita delle compagnie dei container dal mercato russo).
I rapporti tra la Russia e la Cina cambieranno. Molto probabilmente la Russia (il governo russo) cercherà di migliorare quei rapporti. Ma non vedo in quale modo la Cina possa salvare l’economia russa.