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Economia creativa

L’analisi della politica internazionale (ma anche quella nazionale) molto spesso assomiglia alle scommesse sportive: si raccolgono dei piccoli segnali apparentemente poco significativi e si proiettano sul futuro.
Ma facciamo subito un esempio pratico. L’altro ieri la più grande compagnia aerea cargo russa – la Volga-Dnepr – ha annunciato di voler evitare, nelle occasioni dei propri voli, lo spazio aereo bielorusso. Noi conosciamo già il fatto passato che avrebbe determinato tale scelta: l’atterraggio forzato dell’aereo di Ryanair con un oppositore bielorusso e diversi cittadini europei a bordo. Ma noi vogliamo interpretare i fatti politici del presente e del futuro. Quindi io potrei ipotizzare quanti segue.
Le grandi aziende russe – private o statali che siano – non hanno una assoluta libertà nel prendere le decisioni importanti. Come minimo, i loro dirigenti si consultano con qualche dirigente statale russo. Di conseguenza, si potrebbe ipotizzare che a livello statale si voglia in qualche modo «punire» o «mettere in guardia» Lukashenko. quest’ultimo, però, è uno dei pochi «amici e alleati» della Russia.
A questo punto dobbiamo ricordare almeno due cose:
1) da decenni ormai la Bielorussia è di fatto finanziata dai soldi pubblici russi (prestiti coperti con altri prestiti fino all’infinito, prezzi favorevoli del gas e del petrolio etc);
2) le recenti sanzioni europee dovrebbero far perdere alla Bielorussia circa cinquecento milioni di dollari all’anno.
Come cercherà Lukashenko di recuperare le perdite? Esatto: chiedendo altri soldi a Putin.
Il risultato della analisi: la ripresa dei voli della (o delle) compagnia aerea russa sarà una delle forme dei futuri aiuti. In sostanza, sarà una questione di contabilità e non dei soldi realmente regalati. Perché la liquidità è limitata un po’ per tutti.
Anche da questa storia, impariamo pure un po’ di contabilità creativa ahahaha


Paragoni leggermente esagerati

Commentando il piano degli investimenti proposti da Joe Biden per l’economia statunitense, The Associated Press paragona i risultati promessi a quelli dei programmi del New Deal o della Great Society.
Da un lato, potremmo essere contenti per gli americani: alcuni usi economici/finanziari e infrastrutture che caratterizzano la vita quotidiana statunitense potrebbero sembrare obsoleti pure agli europei.
Dall’altro lato, gli stessi europei potrebbero (ri)cominciare a invidiare gli americani già adesso. Per esempio: gli USA sono l’unico Stato a me noto dove alle poste è possibile pagare – da anni ormai – con una carta bancaria. Se almeno una parte della spesa voluta da Biden per promuovere il progresso dovesse essere approvata, la situazione relativa dell’Europa dovrebbe spingere quest’ultima nella direzione preoccupante di uscita dal «primo mondo».
Detto questo, torno a ribadire che mi sembra molto più utile, dal punto di vista strategico, mettere il privato nelle condizioni di investire direttamente nelle opere (più o meno grandi) che egli ritiene più utili. Quindi non mi immagino nel ruolo di un elettore dei Democratici (almeno in assenza di Trump sulla scena politica, ahahaha).


Solo fantasie

Come ben sapete, da quando sul nostro pianeta è iniziata la pandemia del SARS-CoV-2, molte persone e organizzazioni si divertono pubblicando le loro previsioni sulla organizzazione della vita nel dopo-Covid. La maggioranza di quelle previsioni mi sembrano banalmente stupide e basate sui presupposti sbagliati.
Ma, come se non bastasse, ci sono pure dei numerosi indovini che trovano troppo allegro il momento corrente e si sfidano, apparentemente, nella gara delle previsioni più grigie. L’esempio più recente è quello della banca d’investimenti danese Saxo Bank che ha pubblicato una lista di «10 Previsioni Oltraggiose»…
Chi, se non io, può restituire un po’ di tranquillità ai miei lettori? (ahahaha) Ebbene, c’è da dire che non sono solo i mass media di tutto il mondo a trovare una certa soddisfazione nell’alimentare il panico con l’unico scopo di attirare l’attenzione della gente ingenua. L’attenzione è un bene desiderato da tutti ed è ben noto che si conquista più facilmente con delle dichiarazioni negative. Ma tutte le previsioni fantasiose, negative o positive che siano, sono uniti dalla stessa caratteristica: i loro autori sanno che tutte le previsioni generalizzate non avverate si dimenticano presto. Di conseguenza, non comportano delle responsabilità e possono essere pubblicate serenamente solo per imitare un intenso lavoro intellettuale svolto (e in questo periodo storico molti non hanno nulla di meglio da fare).
In particolare, i disastri economico-finanziari predetti dalla Saxo Bank sembrano poco probabili. Non solo perché ogni momento di difficoltà è naturalmente seguito dalla ripresa, ma anche perché le politiche economiche statali e interstatali sembrano ben progettate per salvare il salvabile già oggi.
Insomma, di previsioni catastrofiche in questo 2020 ne ho lette tantissime. Se ne dovesse avverarsi almeno l’1%, io sarò infinitamente sorpreso.


Forse sopravvive

L’americano Qualcomm, il più grande produttore dei processori per i dispositivi mobili, ha ottenuto l’autorizzazione del governo statunitense per fornire i chip 4G alla Huawei. Tale notizia va letta nel contesto di altre due, più datate: 1) il divieto per le aziende americane, vigente dal maggio 2019, di fornire le tecnologie ai produttori cinesi; 2) la conseguente decisione dei produttori di elettronica cinesi di utilizzare i processori della Samsung.
In sostanza, almeno ora l’amministrazione del presidente uscente ha capito che nel mondo globalizzato una guerra economica contro un altro Stato può facilmente trasformarsi in un suicidio economico. Così, per esempio, la «punizione» della Cina poteva comportare la fine di una grande azienda americana (la Qualcomm, appunto). Ma Trump, probabilmente, non può ammetterlo. Come non può nemmeno ammettere di avere permesso di evadere un proprio divieto.
Non so se e come la guerra economica con la Cina continuerà anche dopo l’insediamento del prossimo presidente. Ma sono sicuro al 99% che seguiranno altre autorizzazioni speciali per le aziende americane. Almeno dal punto di vista tattico sarà una scelta giusta. Allo stesso tempo dubito che qualsiasi presidente futuro sia capace a prendere le decisioni strategiche finalizzate alla creazione di un sistema produttivo nazionale che possa fare la concorrenza a quello cinese. (E nell’Unione Europea non si può nemmeno sognarlo.)


Come cambia l’idea del progresso

Ormai da mesi tantissime persone, aziende e organizzazioni si esercitano nell’immaginare il mondo del «dopo Covid». In un certo senso fanno bene perché, ovviamente, ogni evento di simile portata ha un impatto abbastanza forte sulla nostra vita. Dall’altra parte, sulla base delle esperienze passate, possiamo facilmente osservare che tutti i cambiamenti seguiti alle grandi situazioni di emergenza non sono altro che il normale progresso. Il progresso è un fenomeno inevitabile in ogni aspetto della vita umana e si sarebbe verificato anche in assenza delle grandi crisi. Me le situazioni di crisi, solitamente, danno una bella spinta al progresso. A questo punto, la prima cosa che devono imparare i semplici osservatori dei cambiamenti in corso è distinguere il progresso e le misure temporanee volte alla gestione della crisi.
Il mio esempio preferito, in questo senso, rimane l’11 settembre 2001 (forse perché è uno dei grandi eventi storici capitati nel corso della mia vita). Nel periodo iniziale avevamo osservato dei controlli e limitazioni intensi e spesso assurdi negli aeroporti, avevamo visto guardare con sospetto le persone barbute etc. Ma nel lungo periodo lo stile della nostra vita quotidiana non è cambiato: la gente non ha smesso di viaggiare (e, in particolare, prendere l’aereo), sulle strade non sono comparsi dei posti di blocco, nessuno ci ha obbligato a mostrare il contenuto delle borse a ogni vigile incontrato. Sono invece cambiate notevolmente le tecnologie di sicurezza. Uno dei segni distintivi di ogni tecnologia fatta bene è la sua invisibilità ai non professionisti.
Oggi, nel 2020, non è necessario avere dei poteri extrasensoriali per capire che la pandemia, prima o poi, finirà. Le persone comuni ricominceranno dunque progressivamente a vivere una normale vita attiva: incontrarsi come e dove si vuole, lavorare in gruppo, viaggiare liberamente in tutto il mondo etc. Allo stesso tempo, molte più persone si accorgeranno che non è più obbligatorio perdere tempo per andare fisicamente a fare la spesa o sprecare un giorno di ferie solo perché domani all’ora x deve passare l’idraulico a fare un lavoretto da cinque minuti.
Ma l’aspetto meno banale che mi incuriosisce tanto in questo periodo è una delle concezioni pre-Covid del progresso. Infatti, fino all’inizio del 2020 ho sentito parlare tantissimo della sharing economy. In parole povere, si tratta di quel modello economico nel quale le persone tendono a condividere sempre più cose: gli spazi e gli strumenti di lavoro, i mezzi di trasporto, i vari oggetti costosi di uso non quotidiano, gli attrezzi sportivi etc. Ebbene, proprio l’idea della condivisione è ora in una forte crisi: in parte è inutile (la gente è ferma a casa) e in parte è pericolosa (o, almeno, potrebbe essere considerata tale da chi ha paura di essere contagiato dal virus presente sulle superfici fisiche). Vorrei tanto vedere uno studio serio sull’impatto della pandemia sulla sharing economy. E poi, nel lungo periodo, vorrei anche osservare se questo modello riesca a riacquistare la popolarità di prima. Perché la condivisione unisce le persone, mentre la pandemia le divide (rendendo necessario l’acquisto in proprietà di molte cose prima condivise).
Quasi quasi sfrutto il lavoro gratuito di qualche prossimo tesista per la ricerca delle fonti.


Una forma di spreco

Come ben sa il 99,99% dei miei lettori, nella confezione di ogni mobile venduto dall’IKEA è contenuta almeno una chiave a brugola per il montaggio del mobile stesso.
Ebbene, secondo me è possibile svolgere una importante indagine di mercato: quante decine di brugole dell’IKEA sono attualmente a disposizione di una famiglia media italiana e/o europea? Quante di quelle brugole dell’IKEA sono state utilizzate in più di una occasione? E se tutte le brugole conservate nelle case dei comuni cittadini venissero raccolte, quante tonnellate di metallo si sarebbero recuperate?
In realtà potrei fare anche una proposta seria: ormai si potrebbe non mettere più le brugole nelle scatole, ma regalarle alla cassa solo agli acquirenti che ne hanno un reale bisogno. Sarebbe un grandissimo risparmio per l’azienda e per l’ambiente. Anzi, per l’azienda potrebbe essere anche un guadagno in immagine.

Io, intanto, devo constatare che, per esempio, nelle confezioni dell’IKEA non vengono inclusi i cacciaviti: probabilmente perché si presume che li abbiano tutti. Lo stesso principio potrebbe essere applicato agli strumenti regalati a tutti per decenni.


Strano che non ci siano arrivati

Ormai da mesi nei vari negozi online è disponibile una vasta scelta delle mascherine in tessuto con dei disegni più o meno interessanti. Ogni persona può dunque trovare qualcosa di accettabile o addirittura bello per i propri gusti. Indipendentemente dalla presenza o meno di un disegno, i prognostici sui mesi futuri non ci fanno dubitare troppo sulla opportunità dell’eventuale acquisto. E, infatti, la gente compra…
Di conseguenza, mi chiedo: perché nessuna grande azienda ha ancora iniziato a distribuire anche gratuitamente – per esempio, per strada o nei propri negozi – le mascherine con la propria pubblicità stampata sopra? I costi economici di una campagna pubblicitaria del genere non dovrebbero essere particolarmente alti, mentre assieme a una infinità di agenti pubblicitari vaganti si rischia anche di migliorare la propria immagine.


Poteva andare peggio

Sicuramente lo avete già letto: è stato raggiunto l’accordo sul Recovery Fund. All’Italia, in particolare, vanno 81,4 miliardi di aiuti «gratuiti» e 217,4 di prestiti. Ma il punto che a noi interessa di più è il momento nel quale dovrebbe iniziare la restituzione del debito: a partire dal 2027.
A questo punto non tutti potrebbero rendersi conto di un aspetto in un certo senso paradossale: alle persone comuni conveniva un debito più grande possibile. Perché? È semplice, cercate di seguire la logica.
I debiti vanno restituiti e per farlo bisogna in qualche modo guadagnare dei soldi.
I Capi di Stato e di Governo che raggiungono gli accordi sui debiti non producono e non guadagnano, quindi pagano i debiti concordati con i soldi dei cittadini (nel linguaggio popolare si chiamano tasse).
Per pagare le tasse il comune cittadino deve lavorare.
Per pagare con le proprie tasse un debito pubblico alto il cittadino comune deve lavorare tanto.
Per lavorare tanto… tutti devono avere la possibilità di lavorare tanto (ma in realtà anche di spendere tanto per fare lavorare gli altri).
Di conseguenza, tenendo in mente il momento della restituzione, ci accorgiamo che ogni miliardo di debito in più verso l’UE riduce ulteriormente il rischio di un nuovo lockdown del cazzo*.
A questo punto potrei anche dire, in merito all’accordo raggiunto, che poteva andare peggio. Ma l’espressione significa che il prestito (= debito) poteva essere ancora più basso.

* Uno Stato del Nord Europa è stato molto criticato dalla gente isterica per non avere introdotto il lockdown. Tantissime persone hanno sottolineato il numero dei contagiati e dei deceduti più alto rispetto agli Stati vicini. Tutti i critici hanno preferito dimenticare che quello Stato – rispetto ai vicini – ha il numero più alto delle case di cura (luoghi di alta concentrazione delle persone altamente a rischio) e dei ghetto per gli immigrati (dove è difficile imporre qualsiasi regola, compreso l’eventuale lockdown). Sempre gli stessi critici isterici si dimenticano di riconoscere che in quello Stato, alla fine, non è alcunché di più grave rispetto alla media mondiale, anzi. E che ora i numeri sono migliori a molti altri Stati europei.


Il destino del Telegram

Chi si interessa dell’argomento, lo sa già benissimo anche senza il mio aiuto: in teoria oggi, il 30 aprile, doveva essere lanciata la criptovaluta Gram sviluppata dalla squadra del Telegram. Molto in teoria perché il lancio è bloccato da un lungo procedimento giudiziario tra Pavel Durov e il Securities and Exchange Commission statunitense.
A interessarci oggi non sono i dettagli del suddetto procedimento, ma il destino del Telegram. Infatti, Pavel Durov ha proposto agli investitori del Gram tre soluzioni:
1) riavere subito il 72% della somma investita,
2) aspettare l’esito positivo del procedimento e avere le proprie «monete» Gram tra un anno esatto,
3) aspettare l’esito negativo del procedimento e ottenere il 110% della somma investita tra un anno esatto.
Le risorse necessarie per la terza opzione, se dovesse essere preferita dagli investitori, saranno ricavate dalla vendita – da parte di Durov – delle azioni delle compagnie proprietarie del Telegram. Ecco, a questo punto qualcuno potrebbe chiedersi se l’eventuale cambio della proprietà possa influire sulla qualità tecnica e sulla politica del Telegram.
Io, essendo un famosissimo esperto del mondo finanziario (triplo ahahaha), predico: la maggioranza degli investitori preferirà riavere subito il 72% dei soldi ora e chiudere così il proprio rapporto con il Gram. Lo preferirà perché dietro l’angolo ci aspettano la crisi, l’inflazione e tante altre belle cose. Quindi forse è meglio avere una parte dei soldi ora che la carta colorata tra un anno.
Di conseguenza, il Telegram resterà a Pavel Durov. E, eventualmente, sarà venduto, chiuso o rovinato più avanti e per altri motivi. Motivi che oggi non possiamo nemmeno immaginarci.


Una moda misteriosa

Uno dei misteri più grandi del periodo corrente è la diffusione pressoché totale della moda di consentire l’accesso libero alle risorse digitali.
Certo, dal punto di vista sociologico (o forse psicologico) si tratta di un esperimento molto curioso: esso permette di capire se nella vita normale le masse non «consumano» la cultura perché non hanno soldi o perché in realtà non se ne interessano. Perché se non accedono a una risorsa culturale nemmeno se è gratuita e accessibile dal computer personale, la presunta mancanza di soldi o di tempo diventa solo una scusa miserabile della propria pigrizia intellettuale.
Ma io non riesco a capire l’aspetto economico del fenomeno di cui all’inizio del post. Quale logica economica ci potrà mai essere nell’aprire l’accesso a tutto solo perché è aumentata la domanda? È la paura di perdere in popolarità? Ma la popolarità non si mangia, non si beve e non funziona come un pezzo di abbigliamento. Di cosa vivranno domani gli autori dell’accesso libero? Si lamenteranno della crisi economica e della mancanza degli aiuti?
In realtà non c’è alcunché di male nel guadagnare con il proprio lavoro. I soldi in entrata sono un equivalente degli sforzi professionali e degli investimenti necessari per realizzare un qualsiasi prodotto o servizio. Il male sta nel tentativo di trasformare tutti i lavoratori in volontari e umiliare tutti coloro che manifestano il proprio disaccordo.
Tutto deve essere pagato. Se non vuoi pagare, non ricevi.