Cosa vi ho nascosto:

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In vista delle elezioni presidenziali russe del 18 marzo, due settimane fa introdotto la questione delle firme che gli aspiranti candidati avevano dovuto raccogliere tra la popolazione. Oggi racconto brevemente di un dubbio circa le modalità con le quali sono state raccolte quelle firme.
Prima di tutto fornisco alcuni dati necessari:
1) Ogni candidato ha diritto di spendere per tuttala procedura dalla propria candidatura non più di 400 milioni di rubli (al giorno d’oggi sono un po’ più di 5.600.000 euro). Questa somma deve copriresia la campagna elettorale, sia tutte le spese amministrative necessarie per rendere ufficiale la candidatura.
2) Il resoconto di tutte le spese deve essere periodicamente fornito alla Commissione elettorale russa (l’organo che organizza le elezioni). Questa ultima rende pubblici i dati sul proprio sito ufficiale.
3) Nel resoconto di cui sopra devono essere indicate, tra tutte le altre, anche le spese per la raccolta delle firme.
4) Le persone esperte che nel passato si sono già occupate praticamente delle elezioni forniscono una statistica interessante. In sostanza, un adetto alla raccolta firme bravo ne raccoglie 7 o 8 nell’arco di una giornata d lavoro. Un adetto ottimo ne raccoglie 14 o 15 nello stesso periodo. Potrebbero sembrare poche, ma in realtà non è così: i cittadini raramente si fanno fermare da uno sconosciuto con dei fogli in mano, raramente gli aprono la porta di casa, raramente sono disposti a mostrargli un documento di identità (i dati del quale andranno sul foglio delle firme). Di conseguenza, la raccolta delle firme è un lavoro difficile, lento e faticoso: quasi nessuno è dispostoa farlo per sola passione.
5) Gli adetti alla raccolta delle firme devono dunque essere pagati. A Mosca vengono pagati circa 300 rubli per ogni firma raccolta (poco più di 4 euro), mentre nelle altre località la paga può scendere fino a 150 rubli per ogni firma.
Bene, ora vediamo quanto hanno pagato i 6 candidati per ogni firma raccolta (in media sul territorio russo):

Come possiamo vedere, solo un candidato ha dichiarato una spesa realistica, tutti gli altri hanno a) pagato in nero, b) sfruttato degli schiavi, c) hanno compilato i fogli delle firme in ufficio proprio con dei dati falsi. Scegliete l’opzione che vi piace di più.
N.B.: due candidati (Žirinovskij e Grudinin) non dovevano raccoglierle firme in quanto appoggiati dai partiti presenti nella Duma.
E ora vediamo le spese complessive per la raccolta di ogni singola firma. Questo valore deve essere necessariamente superiore allo zero perché i fogli delle firme vengono stampati a spese dei candidati.

Se confrontiamo i due grafici, potremmo avere l’impressione che alcuni candidati abbiano dichiarato dei valori inventati a caso. Per comodità affianco i due grafici di prima:

Leggendo la documentazione finanziaria, si possono osservare altri dettagli interessanti. Per esempio:
Vladimir Putin ha ricevuto quasi subito la somma massima prevista dalla legge (400 milioni) solo da alcune perone giuridiche. In più, ha speso poco più di 71 mila per la raccolta delle 100.000 firme.
Baburin e Suraikin hanno speso meno di 1 milione a testa, pagando solo la stampa dei fogli.
Boris Titov ha speso meno di 3 milioni, dei quali esattamente 2.400.000 rubli per la raccolta delle firme. Ma veramente una somma così precisa?
Ksenia Sobchak ha speso quasi 581 mila per la raccolta delle firme e 4,3 milioni per l’organizzazione della raccolta. Sembra che abbia iniziato con l’intenzione di raccogliere le firme vere per poi abbandonare l’idea. E, in effetti, i proprietari di alcune grosse fabbriche sostengono di avere ricevuto dal Cremlino il «consiglio» di garantire una certa quantità di firme alla Sobchak.
E con questa concludo anche la puntata di oggi.
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I post precedenti sui potenziali candidati:
Il post № 0 – alcuni candidati particolari
Il post № 1 – Vladimir Žirinovskij, Grigorij Javlinskij e Pavel Grudinin
Il post № 2 – Ekaterina Gordon, Sergej Polonskij e Boris Titov
Il post № 3 – Tristan Prisjagin e Natalia Lisitsyna
Il post № 4 – Ekaterina Gordon e Aleksej Navalny
Il post № 5 – Sergej Baburin e Maksim Suraikin


Le elezioni presidenziali russe sono sempre più vicine. Oggi, prima di raccontarvi di altri candidati al secondo posto, propongo un piccolo gioco.
So che la maggioranza dei lettori di questo post non sa nemmeno una parola di russo, ma, allo stesso tempo, non ha dei problemi con la logica. Dato che la Commissione Elettorale Russa ha pubblicato la bozza della scheda elettorale del 18 marzo, io vi propongo di indovinare almeno uno dei nomi sulla lista dei candidati:

Formalmente si tratta di una scheda elettorale assolutamente legittima. Infatti, i cognomi dei candidati sono disposti nell’ordine alfabetico, con i caratteri degli stessi colore, stile e dimensione e, infine, sono accompagnati con la biografia sintetica e le informazioni sull’eventuale partito politico rappresentato. Per la fortuna di qualcuno, però, il legislatore si dimentica sempre qualche dettaglio (per esempio la lunghezza del testo informativo simile per tutti i candidati).
E ora passiamo ai nomi concreti. Continuare la lettura di questo post »


Per i pretendenti alla presidenza russa, il 31 gennaio era l’ultimo giorno per consegnare alla Commissione elettorale russa le firme dei cittadini che appoggiano le loro candidature. In base alla legge elettorale, è un passaggio necessario per tutti i candidati che non siano appoggiati da uno dei partiti politici presenti nel Parlamento. È necessario raccogliere 300.000 firme (dei quali non più di 7500 nella stessa Regione) per i candidati non appoggiati da alcun partito e 100.000 (dei quali non più di 2500 nella stessa Regione) per i candidati appoggiati da un partito non presente nel Parlamento. In base alla idea iniziale del legislatore, si tratta di un primo test preliminare della «importanza sociale» dei potenziali candidati. La raccolta delle firme è, sulla pratica, una impresa molto difficile anche perché un minimo errore in qualsiasi punto della compilazione del foglio con le firme fa annullare l’intero foglio. Per i candidati è prevista la possibilità di presentare fino al 7% delle firme in più al previsto per tutelarsi dagli eventuali errori (di fatto ce ne sono sempre). L’attenzione dei controllori, comunque, varia in base al nome del candidato.
Oggi sappiamo, ormai, che dei 64 candidati iniziali solo in 8 (otto) sono riusciti a superare tutte le formalità burocratiche e diventare dei candidati ufficiali. Due di loro non hanno dovuto raccogliere le firme: Vladimir Žirinovskij (in quanto deputato e leader del suo partito LDPR) e Pavel Grudinin (appoggiato dal Partito comunista pur non essendo un suo membro). Di loro due, però, ho già scritto nelle puntate precedenti.
Allo stesso tempo, non penso che sia necessario presentarvi il vincitore delle elezioni del 18 marzo. Per il solo dovere di cronaca preciso che è stato il primo a riuscire a raccoglire le 300.000 firme richieste (non è mai stato membro della Russia Unita e, come a volte capita, quest’anno ha deciso di candidarsi in qualità di un indipendente).
Gli altri cinque candidati sono Grigorij Javlinskij, Boris Titov, Ksenia Sobchak, Sergej Baburin e Maksim Suraikin. Non vi ho ancora presentato gli ultimi della lista – perché sin da subito mi erano sembrati tra i meno interessanti – ma ormai, se non accade qualche imprevisto, devo necessariamente scrivere anche di loro.
Ma non lo faccio oggi. Oggi sfrutto l’ultima occasione per scrivere di alcuni esclusi.
Il 26 gennaio, per esempio, l’aspirante candidata Ekaterina Gordon ha fatto una dichiarazione molto curiosa: avrebbe raccolto circa 105 mila firme (essendo appoggiata da un partito, avrebbe avuto bisogno di raccoglierne 100.000) ma si è rifiutata di presentarle alla Commissione elettorale «per non partecipare alle elezioni-farsa». Non potendo sospettare che sia affetta di una forma estrema di ingenuità (di certo non ha scoperto ora l’attendibilità delle elezioni russe) e comprendendo che la raccolta delle firme richiede un lungo, duro e ben organizzato lavoro di alcune centinaia di volontari (Gordon non si è mai mostrata una grande manager), constatiamo che la sua tentata candidatura alla presidenza è stata solo una mossa pubblicitaria di portata federale. Con il mio modesto contributo è andata anche oltre, ahahaha

Sarebbe poco logico continuare a non nominare uno dei pochissimi veri oppositori russi Aleksej Navalny nel contesto delle elezioni presidenziali. Io, però, preferisco essere molto sintetico. In sostanza, Navalny è stato escluso dalle elezioni a causa delle persecuzioni giudizioziare molto fantasiose e poco sensate dal punto di vista giuridico. Formalmente, però, la legge è stata rispettata: un cittadino con la condanna penale non estinta non può candidarsi. Ma non c’è alcun motive di preoccuparsi: nel futuro avremo ancora moltissime occasioni per parlare di Navalny-politico. Per ora mi limito a constatare la sua vera fortuna: non è costretto a perdere le elezioni contro Putin. E, allo stesso tempo, un suo errore strategico notevole: chiamando i propri sostenitori a boicottare le elezioni presidenziali, contribuisce a far aumentare il vantaggio relativo del vincitore scontato.

Beh, mi sono appena reso conto che il post è diventato un po’ troppo lungo. Quindi per oggi mi interrompo e riprendo l’argomento dei candidate la settimana prossima.
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I post precedenti sui potenziali candidati:
Il post № 0 – alcuni candidati particolari
Il post № 1 – Vladimir Žirinovskij, Grigorij Javlinskij e Pavel Grudinin
Il post № 2 – Ekaterina Gordon, Sergej Polonskij e Boris Titov
Il post № 3 – Tristan Prisjagin e Natalia Lisitsyna


Riprendiamo lo studio dei candidati al secondo posto nelle elezioni presidenziali russe del 18 marzo 2018.
Prima di tutto, vi comunico che non sono stati accettati i documenti per la formalizzazione della candidatura dell’autoproclamato «Presidente dell’URSS» Tristan Prisjagin. Di Prisjagin sappiamo che oltre ad essere un Capo di Stato, ricopre anche la carica del presidente del movimento «I figli dell’URSS»; inoltre è il «coordinatore del quartier generale popolare per la ricostruzione dell’URSS in via pacifica». A giudicare dai testi pubblicati sul sito de «I figli dell’URSS», il movimento sta conducendo una durissima lotta quotidiana, finalizzata al raggiungimento degli obiettivi prefissati dal suo leader: ricostruire l’URSS in tutti i suoi aspetti. Evito però di riassumervi quei bollettini di guerra: la buona salute mentale dei miei lettori è un bene troppo prezioso per me. Mi limito a constatare che a) Prisjagin, nonostante i suoi ideali, è iscritto al partito «Russia Unita» e non al Partito Comunista, b) le elezioni presidenziali del 2018 hanno perso un gran comico. Vabbè, ci sarà da divertirsi comunque.

Sono invece stati accettati i documenti di Natalia Lisitsyna. Di questa aspirante candidata sappiamo che è nata il 20 luglio 1952 in provincia di Čita, di lavoro fa la macchinista di una gru a torre in una grossa fabbrica metallurgica vicino a San Pietroburgo, è una sindacalista (in Russia i sindacati di fatto non hanno alcuna libertà di manovra e sembrano essere soddisfatti di tale situazione limitandosi a fornire le masse umane alle manifestazioni di piazza della «Russia Unita») ed è appoggiata dal partito di sinistra «Rot Front» («Fronte operaio russo unito»). Non sono ancora riuscito a trovare il programma elettorale di Lisitsyna, mentre tutte le sue dichiarazioni pubbliche possono essere riassunte in questo modo: «Le elezioni sono una farsa, io voglio sfidare il sistema e dimostrare che gli operai sono tanti». Non so se sono necessarie altre informazioni…

Questa volta ho pensato di limitarmi a due candidati perché domani, venerdì 12 gennaio, per i potenziali candidati è l’ultimo giorno per presentare i documenti alla Commissione elettorale centrale. Entro breve, dunque, avremo la certezza di parlare solo di candidati reali. Spero dunque di riuscire a raccontare molte più cose interessanti e utili di adesso.


Riprendiamo lo studio dei candidati al secondo posto nelle elezioni presidenziali russe del 18 marzo 2018.
Cominciamo con una notizia curiosa. Il 2 gennaio la Commissione elettorale centrale russa (l’organo che si occupa della organizzazione di tutte le elezioni in Russia) ha comunicato di aver ricevuto 64 (sessantaquattro) richieste di registrazione degli aspiranti candidati alla Presidenza russa.
Continuiamo con una notizia esteticamente (e solo esteticamente) piacevole. Ekaterina Gordon ha passato con successo il primo step della procedura burocratica ed è stata autorizzata a raccogliere le firme dei cittadini (per la legge ne deve raccogliere 100.000 in 7 regioni in quanto è supportata da un partito non presente nella Duma). Qualora riuscisse a raccoglierle, verrà ufficialmente registrata come candidata. Avevo già scritto di lei in uno dei post precedenti.

È stato invece bocciato già alla fase della presentazione dei documenti Continuare la lettura di questo post »


Il 18 dicembre 2017 è ufficialmente iniziata la campagna elettorale per le elezioni presidenziali russe del 2018. Prima di tale data 29 persone hanno pubblicamente espresso la propria intenzione di candidarsi. Noi, conoscendo già il nome del vincitore delle elezioni (chi non lo conosce, provi a indovinarlo con in tre tentativi), possiamo studiare i candidati al secondo posto.
Per evitare di scrivere un post di cinquanta schermate, ho pensato di dividere i personaggi che hanno già formalizzato la propria candidatura in piccoli gruppi, pubblicando dunque una serie di post sull’argomento. Inizierei con un testo dedicato ai concorrenti storici, quelli che partecipano alle elezioni presidenziali ormai da decenni.
Vladimir Žirinovskij (71 anni, nato il 25 aprile 1946) è il fondatore e il leader del partito politico nazionalista LDPR (Partito Liberal-Democratico di Russia); uno dei deputati della Duma con più anni di attività ininterrotta: lo è dal 12 dicembre 1993. Ha due lauree: nel 1970 si è laureato in Lingua e letteratura turca, mentre nel 1977 in Giurisprudenza; nel 1998 ha conseguito il Phd in sociologia. In qualità del politico è noto prevalentemente per un comportamento violento (verbale e a volte fisico) nei confronti dei propri oppositori, un altissimo grado di populismo e la capacità di ribaltare la propria opinione su qualsiasi argomento in giro di poche ore in base alle proprie necessità. (Sull’ultimo punto l’esempio più curioso è di alcuni anni fa: nel corso di uno dei discorsi nell’aula della Duma Žirinovskij invitò a chiudere una emittente radiofonica di opposizione. Il capo-redattore della radio reagì immediatamente con la frase «Benissimo, personalmente per Lei le porte dei nostri studi sono chiuse». Il giorno dopo, nella stessa aula, Žirinovskij tenne un altro discorso davanti ai colleghi dicendo che quella emittente fosse la migliore al mondo e meritevole di ogni forma di sostegno).
Il 22 dicembre 2017 ha presentato la propria candidatura alle elezioni presidenziali; facendo parte di un partito presente nella Duma, può candidarsi con la più semplice delle procedure (in sostanza, presentando solo alcune form compilate). Aveva già partecipato alle presidenziali nel 1991 (7,81% delle preferenze), nel 1996 (5,78% delle preferenze), nel 2000 (2,7% delle preferenze), nel 2008 (9,35% delle preferenze) e nel 2012 (6,22% delle preferenze). Aveva saltato solamente le elezioni del 2004, l’edizione nella quale si fece tutto il possibile per garantire il secondo mandato presidenziale a un noto politico russo, all’epoca un po’ meno affermato a livello nazionale.

Grigorij Javlinskij (65 anni, nato il 10 aprile 1952), è un economista (phd), l’ex vice-premier dell’URSS, il fondatore e il leader del partito politico liberale «Jabloko». All’epoca del lavoro nel Governo sovietico, nel biennio 1989–1990, curò l’elaborazione del programma economico chiamato «500 giorni» e avente per l’obiettivo di far uscire l’economia sovietica dallo stato di agonia. Per una serie di circostanze politiche tale programma non fu realizzato in alcun modo, mentre Javlinskij dovette dimettersi.
Nella realtà politica post-sovietica Javlinskij si distingue per essere un eterno oppositore: a Eltzin prima e a Putin poi. Ma non solo a quei due. Il modo di fare la politica di Javlinskij lo porta, infatti, ad essere costantemente in controposizione a tutto e a tutti: egli e il suo partito politico non riuscì, nemmeno in una occasione, ad allearsi con altri candidati o partiti, anche quelli aventi il credo politico molto molto simile. Si tratta, in sostanza, di uno dei politici più derisi in Russia. È noto, infatti, che pur essendo un uomo istruito e un economista preparato, è capace ad esprimere la propria contrarietà alla affermazione «1+1=2» pronunciata da qualcuno che non riconosca la sua leadership assoluta.
Javlinskij aveva partecipato alle elezioni presidenziali russe nel 1996 e nel 2000; alle elezioni del 2012 la sua candidatura non fu registrata dalla Commissione elettorale centrale. Javlinskij intende candidarsi per le elezioni del 2018.

Sicuramente avete già sentito o letto almeno una volta nella vita il nome di Gennadij Zjuganov, lo storico leader del Partito comunista russo. Aveva partecipato alle elezioni presidenziali russe nel 1996, 2000, 2008 e 2012, arrivando costantemente secondo. Come Žirinovskij, aveva saltato – per il medesimo motivo – le elezioni del 2004. In ogni caso, precisiamolo subito, il Partito comunista russo è la secondo partito più votato in Russia (il primo è la «Russia unita»). Non è però un partito di opposizione: assieme al LDPR di Žirinovskij e alla «Russia giusta» in sede parlamentare appoggia tutte le iniziative della «Russia unita»: in caso contrario la sua presenza nella Duma sarebbe fortemente ridimensionata (ma, a differenza di altri partiti, molto probabilmente non totalmente esclusa).
Ora, però, Gennadij Zjuganov ha 73 anni (è nato il 26 giugno 1944) e, come dicono, ha alcuni problemi di salute tipici della sua età (cuore prima di tutto). Si tratta dunque di una situazione non ottimale per candidarsi alle elezioni presidenziali o, addirittura, aspettare le elezioni del 2024. Allo sesso tempo, nel corso di tutta la storia del Partito comunista russo Zjuganov fece tutto il possibile per non permettere la comparsa di un altro potenziale leader del partito che potesse eliminarlo politicamente prima del dovuto. Di conseguenza, in vista delle elezioni del 2018 ha fatto una mossa a sorpresa: nonostante le assicurazioni iniziali circa la propria partecipazione, a dicembre propose come candidato-presidente Pavel Grudinin.
Pavel Grudinin, nato il 20 ottobre 1960 a Mosca, fino al 2010 fece parte del partito «Russia unita», mentre ora non è iscritto in alcun partito. Laureato in ingegneria agricola nel 1977, successivamente è diventato un grande produttore agricolo grazie alla privatizzazione, all’inizio degli anni ’90, di un sovchoz (una tipica grossa azienda agricola dell’epoca sovietica) di cui fu già il dirigente a partire dal 1990. Attualmente Pavel Grudinin è una persona ricca, in sostanza un capitalista a guida di una azienda tipicamente capitalistica, le cui priorità politiche hanno ben poco in comune con quelle del Partito comunista. È dunque è una figura politica interessantissima, che da una parte dovrà accontentare gli elettori del partito (la maggioranza dei quali non sono comunque più dei comunisti nel senso classico) e, dall’altra parte, attirare degli elettori nuovi. Ed è per questo che nei suoi discorsi pubblici la retorica capitalista si mischia magicamente con il relativamente popolare in Russia stalinismo e con la critica alla politica di Putin. Sottolineo che su quest’ultimo punto Grudinin insiste molto più di Zjuganov.
Insomma, politicamente Pavel Grudinin mi sembra uno dei candidati più curiosi di queste elezioni. Non solo per il risultato che potrà ottenere il 18 marzo 2018, ma anche per il suo futuro ruolo nella politica e nella vita partitica.

A questo punto prendo una breve pausa nella presentazione dei candidati e vi prometto di continuarla tra pochi giorni. Parleremo di personaggi interessanti in tutti i sensi!


I candidati

Allontanate dagli schermi i minori di 18 anni.
Assicuratevi che le vostri mogli, fidanzate o i capi non abbiano i vostri schermi nel proprio campo visivo.
Perché tante misure precauzionali? Perché nel post odierno vi racconto di cinque potenziali candidati alle elezioni presidenziali russe che si terranno il 18 marzo 2018. Si tratta di cinque personaggi molto particolari che potrebbero turbare le menti più deboli…
Ufficialmente la campagna elettorale può iniziare non prima di 90 giorni prima delle elezioni (dunque non prima di inizio dicembre 2017), ma alcuni noti personaggi russi hanno già manifestato la propria intenzione di parteciparvi.
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L’alternativa per tutti

Dopo le elezioni tedesche di ieri potrei fare due constatazioni semplicissime (non sono un politologo stipendiato, quindi non mi sento obbligato ad apparire un analista intelligente e onnisapiente).
La prima constatazione semplicissima: la stabilità politica tedesca è impressionante. Infatti, Angela Merkel è l’ottavo Cancelliere tedesco dal 1949 (in tutta la storia della Germania attuale) e il terzo dal 1982 (negli ultimi 25 anni). Sempre dal 1949 ad oggi negli Stati Uniti ci sono stati 13 presidenti. Enon posso dire che la Germania sia uno Stato notevolmente meno democratico degli USA.
La seconda constatazione: il terzo posto della Alternative für Deutschland è un risultato ben prevedibile, mentre il 12,6% dei voti mi sembra sorprendentemente basso. Nelle prime ore della giornata di oggi ho avuto l’occasione di leggere i commenti di alcuni esponenti/simpatizzanti della sinistra italiana: una notevole parte di loro considera il risultato Alternative für Deutschland come una conseguenza della assenza alternative ideologiche o semplicemente della scomparsa della vera sinistra dalla scena politica europea contemporanea. Col cazzo, cari sinistrosi. Il problema è molto più grave.
Il crescere della popolarità degli estremisti e dei populisti – di destra e di sinistra – che osserviamo in Europa negli ultimi anni è dovuto alla dilagante tendenza dei politici «convenzionali» a mascherare la propria incapacità/paura/mancata volontà di risolvere i problemi più gravi con un finto buonismo. Per farvi capire cosa intendo con l’espressione «finto buonismo» vi ricordo che nel linguaggio politico attuale è uno dei reali sinonimi di «multiculturalismo» e «tolleranza». Non intendo solo la gestione cretina della immigrazione, ma pure le politiche verso tutti quei gruppi sociali che presentano oggi un peso ingiustificato per l’itera comunità.
Nessuna campagna elettorale o la propaganda quotidiana può distrarre la gente dalle questioni reali quotidiane all’infinito. La correlazione delle parole con la realtà che manca per troppo tempo porta alla stanchezza mentale e emotiva, quindi si traduce, prima o poi, nelle scelte elettorali perverse.
Se nemmeno in Germania, lo Stato che ha fatto e sta facendo i progressi più notevoli nella rieducazione del proprio popolo, si è riuscito a ingannare il 12,6% degli elettori – forse è il momento di rivedere il proprio modo di affrontare i temi difficili.
Questa è la mia dose odierna delle banalità.


Macron Presidente

Come sicuramente sapete già, ieri, al secondo turno delle presidenziali, la maggioranza degli elettori francesi ha scelto il meno-peggio. Non ho un termine migliore per definire il nuovo presidente francese, e per questo l’unica emozione che mi ispira la sua figura è la noia. Sembra solo un perfetto funzionario e solo per questo è già noioso: ha capito di dover lasciare i socialisti poco prima che fosse evidente il loro fallimento in tutti gli ambiti, non ha ripetuto gli stessi errori politici di Fillon e ha vinto nel secondo turno solo perché la sua concorrente è stata la Le Pen. La mancanza di almeno uno di questi tre elementi avrebbe fatto venire meno la sua grande fortuna di ieri.

Quello che mi preoccupa, invece, è il fatto che circa un terzo dei francesi vorrebbe tornare nel XX secolo. Non le presunte tendenze verso la xenofobia o il razzismo — Jean Marie Le Pen è stato cacciato dal partito proprio per liberare il «Fronte Nazionale» da quelle due caratteristiche — ma la concezione arcaica dell’interesse nazionale che c’è nelle teste delle persone. I giornalisti e i politici europei non sono in grado (lo in base a quello che vedo) di spiegare i vantaggi di un mondo aperto rispetto a quello chiuso. Probabilmente non ci sarei mai riuscito nemmeno io. Anche se posso provare a farlo con qualche esempio elementare.

Immaginate Tizio che spende 10.000 euro all’anno per mantenere una macchina di proprietà (per esempio una Fiat Panda del 1988) e Caio che spende 5000 euro all’anno per nolleggiare tutte le macchine che gli piacciono e solo quando realmente gli servono (che ne so: Audi, Range Rover, Volvo etc). Ecco, circa un terzo dei francesi hanno dichiarato di volere passare tutta la loro vita con una Peugeot marcia del 1972. E so che una determinata quantita degli italiani vorrebbe passare tutta la vita sempre con la stessa Panda del 1988 funzionante per miracolo.

Che tristezza.


Giovani, imparate!

Cosa ci insegna il primo turno delle elezioni presidenziali francesi? A noi per ora nulla.

Ai più giovani, però, da una lezione importante: ragazzi, provateci con le vostre insegnanti del liceo. Se va male, al massimo sarà lei ad andare in galera. Se va bene e – seconda condizione – un giorno finirete in politica, la gente vi voterà e vi commenterà facendo più attenzione ai vostri fatti personali familiari che alle solite qualità politiche.

Ecco, per ora non c’è altro da dire sul primo turno delle presidenziali francesi. Tutte le possibili analisi che leggo e sento in questi giorni scivolano presto nelle bassezze di fronte alle quali pure la Le Pen è un esempio della serietà.