Cosa vi ho nascosto:

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Festa dell’Europa

Molto probabilmente l’anno in corso è il più adatto per augurare a tutti i miei lettori europei una buona Festa dell’Europa.
Di quella Europa che attualmente viene criticata per ogni genere di male tranne quelli realmente imputabili. Di quella Europa i cui difetti sono accompagnati dai non meno evidenti vantaggi.
Quindi auguro a tutti i lettori con diritto di voto di riuscire a eleggere – il 26 maggio – dei candidati consci del fatto che la popolarità e l’efficienza dell’Europa dipendono, in una buona misura, da due cose:
1) non è necessario regolamentare le cose che non hanno bisogno di essere regolamentate;
2) le tendenze socialiste nel diritto e nell’economia non rappresentano lo sviluppo ma lo bloccano.
Conosco personalmente (anche se poco) un candidato, ma mi sono imposto la regola di non pubblicizzare i politici (anche quelli aspiranti).

P.S.: gli interessati alla Festa della Vittoria russa possono rileggere il mio post sull’argomento del 2017.


La Commissione europea ha multato Google per altri 4,34 miliardi di euro. Questa volta il pretesto sarebbe la «imposizione illegale» degli strumenti di ricerca della Google sui dispositivi con l’Android.
Potremmo ipotizzare due spiegazioni a tale idiozia. Per esempio, potremmo ipotizzare che la Commissione abbia deciso di non abbandonare la tecnica tipica del socialismo: derubare chi guadagna (Google) per finanziare la tranquilla nullafacenza di chi non è capace di farlo (i membri della Commissione).
Oppure potemmo ipotizzare che in forza alla età avanzata, analfabetismo digitale (spesso è la conseguenza dell’età) e/o limitate capacità cognitive, i membri della Commissione non sanno che su Android può essere installato qualsiasi strumento di ricerca alternativo a quello esistente per default. Inoltre, può essere installato sia dal produttore del telefono che dal suo utente privato. In forza ad almeno una delle ragioni elencate poco prima i Commissari non comprendono nemmeno la logica «nel sistema operativo di mia produzione includo lo strumento di ricerca di mia produzione».
Entrambe le ipotesi, naturalmente, vanno prima di tutto applicate alla commissaria per la concorrenza Margrethe Vestager. E spero che nessuno le racconti della esistenza degli iPhone!

A questo punto il CEO del Google Sundar Pichai dichiarò che l’Android potrebbe smettere di essere un sistema operativo gratuito. Di conseguenza, come potete facilmente immaginare, aumenteranno i prezzi finali di tutti gli smartphone con l’Android. Ringraziate pure la commissaria Margrethe Vestager. E ripensate ancora a quale delle due ipotesi scegliere.


Tre anni di embargo

Ieri, il 6 agosto 2017, è stato un interessante anniversario: tre anni dell’embargo alimentare russo.
Chi conosce il francese, può leggere un breve riassunto della sua storia su wikipedia. Io, invece, colgo l’occasione per ricordare un concetto stranamente ignoto a molti italiani (e occidentali in generale): l’embargo dei prodotti alimentari occidentali è stato inventato e imposto dalla Russia, con il decreto presidenziale № 560 firmato da Vladimir Putin il 6 agosto 2014.
Non so se sia più la colpa della propaganda o della semplice logica buonista, ma in pochi riescono a immaginare che uno Stato possa decidere di limitare i propri cittadini nelle basilari scelte alimentari. Eppure l’autosanzione russa è una risposta perversa alle sanzioni occidentali di vario genere (prevalentemente restrizioni economiche) contro i determinati politici e organizzazioni russe responsabili della annessione della Crimea. La prima di tali sanzioni fu l’ordinanza di Barack Obama del 6 marzo 2014.
In sostanza, la logica degli inventori dell’embargo è stata: voi punite noi, dunque noi in risposta puniamo i nostri cittadini.
Gli effetti dell’embargo, infatti, furono facilmente prevedibili. Secondo un rapporto della CEPII, tra l’agosto 2014 e il giugno 2015 il 78,1% degli introiti europei mancati non erano dovuti alle sanzioni contro la Russia e non all’embargo russo. Nel corso dei primi due anni della esistenza dell’embargo alimentare l’UE aveva stanziato appena 280 milioni di euro per compensare agli agricoltori europei le perdite dovute al suddetto embargo; nel periodo tra l’agosto e il novembre 2014 (cioè nel primissimo periodo che avrebbe dovuto essere il più pesante), furono utilizzati solamente 37 su 125 milioni. Le economie europee sviluppate hanno trovato relativamente in fretta i nuovi mercati per i propri prodotti; l’unico Stato che soffre ancora in un modo sensibile l’embargo russo è la Polonia, abituata a esportare una grande quantità di mele.
In Russia, invece, in conseguenza all’embargo sono aumentati i prezzi dei prodotti alimentari, si sono ridotti la qualità media e la varietà dei prodotti. Il calo della qualità è dovuto alle condizioni precarie della industria alimentare nazionale (mancanza delle tradizioni produttive, standard inferiori, controlli rari e inefficienti) e la ricerca delle materie produttive sostitutive da parte dei produttori russi (per esempio, già nel 2015 è aumentato del 26% l’import del famoso olio di palma non colpito dall’embargo). L’aumento dei prezzi è dovuto non solo alla riduzione della concorrenza da parte dei produttori occidentali, ma pure alle nuove tendenze dell’import. Infatti, molti dei prodotti vietati con l’embargo continuano a entrare in Russia perché rietichettati in Bielorussia (ho sempre detto che Lukashenko è un genio capace di guadagnare su qualsiasi casino che succede nella regione).
Alcuni esempi dell’aumento dei prezzi al dicembre 2015 (dopo quasi 17 mesi della introduzione dell’embargo):
– pesce 23%
– burro 11%
– mele 14%
– carne di bovino 16%
– carne di maiale 27%
Ovviamente, la crescita dei prezzi è continuata anche nel 2016 e nel 2017.
Inoltre, nel periodo tra il 2013 e il 2015 la popolazione russa è aumentata del 2%, mentre la produzione delle carni e del latte solo di 1%. I prodotti derivanti dalla pesca nello stesso periodo si sono ridotti del 5%.
In queste condizioni siamo giunti al terzo anniversario dell’embargo alimentare russo. Quell’embargo che è stato pensato come una contromisura adeguata alle sanzioni occidentali per l’annessione della Crimea. In sostanza, è uno dei prezzi da pagare.


Il nazismo ucraino

Poco fa avevo scritto della abolizione dei visti per gli ucraini che vogliono visitare l’UE. È importante sapere che lo Stato ucraino ha trovato un modo geniale di ringraziare per il regalo.

I miei lettori che si interessano della politica internazionale in generale e dell’Est Europa in particolare si saranno già accorti che la Polonia non è proprio entusiasta a vedere l’Ucraina avvicinarsi all’UE.

Il motivo, in effetti, è molto comprensibile. Con l’inizio della aggressione militare russa nel 2014, l’Ucraina ha intensificato la ricerca degli eroi nazionali nella propria storia (per ovvi motivi aveva iniziato a farlo già negli anni ’90).

Addirittura a partire dal 1997 in Ucraina viene ufficialmente commemorata in numerosi modi la figura del collaboratore nazista Roman Shukhevych (comandante di un battaglione speciale, responsabile dello sterminio dei polacchi e degli ebrei sul territorio ucraino): monumenti, targhe commemorative, il titolo del cittadino onorario di quattro città, l’attribuzione del suo nome alle vie e addirittura intere zone delle città… L’ultima, nel senso cronologico, trovata ucraina è stata quella di attribuire il nome di Shukhevych a una delle vie di Kiev: è successo il 1 luglio 2017.

Fare un piccolo genocidio locale ammazzando 60 mila polacchi, non chiedere scusa, dedicare una via della capitale al loro assassino e andare a «integrarsi» con l’UE? Se i polacchi si oppongono con tutti i mezzi disponibili alla integrazione con uno Stato nazista, io li capisco e appoggio.

N.B. Tutto quello che ho scritto sopra non significa, naturalmente, che io appoggio o giustifico l’invasione russa in Ucraina. I nazisti che non tendono alla espansione vanno isolati nei loro confini abituali. Coloro che condividono i sempre più evidenti «valori» dello Stato restano lì, mentre gli altri si integrano anche fisicamente con gli Stati più evoluti.


La dura lotta contro l’economia

Mi è già capitato di scriverlo in passato: nell’Unione Europea (come è oggi) è impossibile la nascita delle grandi aziende innovative. Il motivo principale e sufficiente è la burocrazia europea tendente a regolamentare ogni particolare di ogni aspetto della vita. Si arriva al punto di indicare alle aziende private — sia comunitarie che addirittura straniere — come devono condurre la propria attività interna.

Oggi, per esempio, abbiamo potuto apprendere la notizia sulla multa da 110 milioni di euro a Facebook per la sua gestione dei dati dell’acquisito WhatsApp.

Porco Digitus! Se io compro un appartamento e installo una porta trasparente nel bagno, la mia moglie ha la possibilità di fare una scelta tra scappare verso una casa migliore o accettare di contemplare tutto ciò che faccio dentro. La stessa libertà hanno gli utenti di un qualsiasi servizio. Si chiama il libero mercato. Ma in Europa ci si sta ormai dimenticando cosa significhi tale espressione.

Al problema della burocrazia si aggiunge poi la dominante concezione della politica fiscale comunitaria: vedere l’intero settore privato come una mucca da mungere senza pietà al fine di finanziare la burocrazia stessa e le preoccupanti tendenze socialiste comunitarie.

Tutti i fattori elencati nel presente post mi fanno pensare al periodo fascista (ebbene sì, quello italiano) quando lo Stato si permetteva di ficcare il naso nel settore privato con gli obiettivi sostanzialmente molto simili.


Propaganda russa

Come forse avete già letto ieri, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione contro la propaganda russa in Europa.

Si tratta di una mossa di autotutela assolutamente ragionevole. Lo Stato russo spende centinaia di milioni di euro all’anno per finanziare delle istituzioni come il canale televisivo multilingua RussiaToday, la cui attività non può certo essere definita come «diffusione della informazione». A volte operano con dei fatti realmente accaduti: solo a volte, appunto, sono a) fatti e b) realmente accaduti. La pericolosità di tale operato può essere compresa grazie allo studio attento della propaganda araba: la maggioranza degli occidentali, per esempio, è erroneamente convinta che la Striscia di Gaza sia isolata dal resto del mondo per opera del «cattivo» Israele (guardate la mappa, cazzo; cercatevi le vecchie notizie sulla apertura dei valichi con l’Egitto, porco Giove). È solo uno dei tantissimi esempi della propaganda efficace, influenzandosi dalla quale la popolazione occidentale esercita il proprio diritto di voto per poi applaudire delle scelte politiche di dubbio gusto. Di conseguenza, è assolutamente giusto tentare di contrastare la propaganda finché c’è la consapevolezza diffusa del fatto che si tratti proprio della propaganda.

Per le persone capaci di leggere le fonti primarie aggiungo anche il link al testo della risoluzione del Parlamento Europeo.


Gli europei in UK

Come immaginavo fin da subito, nell’UK si farà di tutto per ridurre quasi a zero i reali effetti del Brexit.

Oggi, per esempio, ho letto che secondo le previsioni ufficiali l’80% dei cittadini comunitari residenti sul territorio del Regno Unito avrà il diritto alla residenza permanente. Mentre gli altri, in sostanza, pure.

Di conseguenza, ribadisco la mia vecchia idea: oggi, come quattro mesi fa, non c’è alcunché da dire o scrivere sugli effetti del Brexit perché sarebbero solo delle fantasie (volendo possiamo chiamarle ipotesi astratte). Le fantasie potevano essere fatte anche prima (o in assenza) del referendum inglese. Ha invece senso vedere come gestiscono i vari aspetti della uscita dalla UE e la situazione in generale. Vederlo per confrontare le cose realmente fatte con quelle che si avrebbe potuto fare.


Brexiti chi può

Guardate bambini, questa signora danese si chiama Margrethe Vestager e nella vita fa la grande burocrate commissaria europea per la concorrenza. Oggi si parlerà del suo fantastico operato volto all’impoverimento dell’Europa.

Il 30 agosto sul sito della Commissione europea è stato pubblicato un dettagliato comunicato stampa sulla decisione della Commissione stessa circa le relazioni tra il fisco irlandese e due controllate della Apple (Apple Sales International e Apple Operations Europe). In un altro documento, pubblicato sempre il 30 agosto, troviamo i commenti della euro-commissaria Vestager.

Si tratta di una curiosa decisione in stile socialista. In sostanza, la Commissione ha osservato una usanza instaurata più di 25 anni fa e in conformità con la legge, l’ha definita illegale post-factum, e ha infine «ordinato» alla Apple di restituire allo Sato irlandese 13 miliardi di euro più gli interessi.

Perché è successo ciò? E’ successo perché nel 2013 gli eurocrati hanno inventato dei principi della tassazione «giusta» e nel 2014 hanno ingaggiato la danese di sinistra Margrethe Vestager per lo svolgimento delle indagini sui regimi fiscali degli Stati come Belgio, Irlanda, Lussemburgo o Paesi Bassi. Le indagini e le conseguenti decisioni della Commissione si basano sul presupposto che ogni regime favorevole alle grandi imprese (come Amazon, Apple etc) violino il concetto della «tassazione equa». In tale ottica non viene fatta alcuna distinzione tra una impresa che apre in Europa una sede fittizia e una impresa che assume personale locale e investe nelle infrastrutture e nella istruzione.

La differenza tra i due tipi di aziende è però ben chiara a quegli Stati europei che cercano ancora di attirare gli investitori di un certo livello. Più di 25 anni fa tale differenza è stata compresa in Irlanda e gli effetti si vedono. Andiamo a vedere i dati ufficiali.

Nel 1991 (l’anno in cui è stata adottata la prima versione del regime fiscale favorevole alla Apple) l’Irlanda era uno Stato con la popolazione poverissima. Infatti, il PIL pro capite era di 14.073 USD (nel 1985 era di 6005 USD).

Nel 2013, cioè 22 anni dopo l’introduzione della pressione quasi nulla per la Apple, il PIL pro capite irlandese era di 50.503 USD.

Come potete facilmente immaginare, non la sola Apple beneficia in Irlanda di un trattamento fiscale favorevole. Il trattamento fiscale in questione è uno dei fattori fondamentali del famoso «boom innovativo» irlandese, del quale vi è sicuramente capitato di leggere negli ultimi anni. per la Commissione europea, però, la ricchezza della popolazione, l’innovazione tecnologica, la ricerca scientifica e tecnologica, l’istruzione e la crescita economica sono nulla nei confronti della riscossione delle tasse alte. Gli Stati-membri dell’UE vengono quindi invitati a far pagare le tesse ugualmente alte a tutti, facendo dunque fuggire gli investitori e tornando alla povertà. Con le tasse raccolte, intanto, prima delle ennesime elezioni si potrà fare qualche regalino ai cittadini rimasti senza lavoro.

Pensate che il modo sia talmente globalizzato che i grandi investitori non abbiano più delle destinazioni verso le quali migrare in cerca delle tasse meno alte? Triplo ahahaha! Ricordatevi che anche Stati sono in concorrenza.

Penso che in questi giorni il Governo irlandese stia (ri)facendo delle serie riflessioni sulla esperienza del Brexit. E non condannerei la loro eventuale decisione di rimanere fuori dall’UE.


Brexit accademico

Era troppo prevedibile: gli studenti universitari hanno già iniziato a chiedere di poter scrivere la tesi di laurea sugli effetti del Brexit. Non ridevo tanto dalla primavera del 2006, quando un mio conoscente (ora assessore milanese di fatto al secondo mandato) scrisse la tesi sulla «rivoluzione arancione» ucraina basandosi su una buona quantità di libri belli voluminosi.

Ma che cazzo di tesi volete fare se non si sa ancora se, quando, come e per quanto tempo avverrà il vero Brexit? E, soprattutto, quali effetti volete analizzare se:

a) alla vera uscita della Gran Bretagna dall’UE mancano minimo due anni;

b) la Gran Bretagna è stata un membro dell’UE a regime molto ridotto; e

c) dato che dovrà necessariamente trattarsi delle vostre fantasie, perché avete aspettato proprio questo momento storico per scegliere un argomento del genere?

Ricordatevi che la maggior parte degli effetti a cui assistiamo in questi giorni sono più di carattere politico ed economico. Consiglierei di aspettare la riscrittura dei 177 accordi commerciali tra la Gran Bretagna e l’UE: il vero show giuridico e diplomatico sarà proprio lì. Sarà, secondo le mie previsioni, una delle migliori illustrazioni della frase più citata de «Il Gattopardo».

P.S.: a settembre spero di sapere la quantità precisa dei progetti di ricerca in materia del brexit presentati per le scuole di dottorato.


Brexit

Lo sapete già: il 48,1% ha detto di voler restare, mentre il 51,9% ha detto di voler tornare libero.

A differenza di molti non vedo una grossa tragedia nell’abbandono dell’UE o addirittura nella disgregazione di quest’ultima. Infatti, ogni Stato, se diretto da persone professionalmente adatte, è capace di produrre in proprio la burocrazia idiota o, al contrario, le regole vantaggiose per le aziende e persone straniere. Anzi, al di fuori da una organizzazione interstatale altamente regolamentata ci sono più possibilità di offrire qualcosa di veramente interessante al mercato globale e concorrenziale. Insomma, non è detto che l’Inghilterra debba per forza cadere in una crisi permanente: dipende tutto da come sfrutta la propria libertà nei prossimi anni.

Quanto ho appena scritto può essere collocato nella categoria dei vantaggi a lungo termine. Tra gli effetti a breve termine, però, gli elettori inglesi hanno già raggiunto i seguenti:

1) L’imminente trasferimento del centro finanziario dell’UE in Germania;

2) Il rafforzamento del peso politico nell’UE della Germania e della Francia (si spartiscono la parte inglese);

3) Il rischio di vedere una sequenza di referendum sul modello di quello scozzese, ma con i risultati opposti a quello del 2014;

4) L’indebolimento della moneta nazionale (ma questo può anche essere, se dura nel tempo, un vantaggio per l’economia).

Ora facciamoci una scorta di pop corn e mettiamoci a osservare. L’esperienza inglese può tornare utile a tutti.