Cosa vi ho nascosto:

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La moderazione ridotta

Meta (ex Facebook) permetterà agli utenti di Facebook e Instagram residenti in alcuni Stati di pubblicare le minacce e gli inviti alla violenza contro l’esercito russo. Inoltre, Meta non rimuoverà gli auguri di morte ai presidenti russo e bielorusso Vladimir Putin e Alexander Lukashenko. Alcuni paesi sono Armenia, Azerbaijan, Estonia, Georgia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia e Ucraina. La Bielorussia, per qualche motivo a me sconosciuto, non è presente sulla lista di «alcuni Stati». In ogni caso, nella situazione attuale quella della Meta è una decisione purtroppo comprensibile, probabilmente anche più di comprensibile. Mi pesa tantissimo scrivere una cosa del genere, ma allo stesso tempo so benissimo che le norme giuridiche e morali permettono a ogni singolo militare – indipendentemente dal suo grado – di rifiutarsi di eseguire gli ordini criminali.
Con molta più serenità, invece, posso scrivere che apprenderei non solo con comprensione, ma anche con gioia la notizia della eventuale cessazione di ogni forma di censura nel segmento russo di Facebook. Infatti, quella moderazione delle pubblicazioni su Facebook (ma in sostanza si tratta della censura) da anni avviene in una modalità perversa: un oppositore al regime di Putin pubblica qualcosa di serio e/o commentato in modo un po’ emotivo, qualche utente pagato appositamente dal Cremlino lo denuncia per «violenza», il Facebook banna l’oppositore per x giorni senza entrare nel merito del problema. I ban del genere avvengono con una buona regolarità da anni, non si è mai vista alcuna tendenza (anche minima) al miglioramento della situazione. Ma almeno ora Facebook potrebbe sfruttare l’occasione e introdurre una forma di sanzione contro la Russia: smettere di moderare (quindi censurare) il segmento russo del social. Per il governo russo sarebbe stata una misura in un certo senso sensibile, sicuramente sarebbe stato un elemento di disturbo.
Certo, a partire dal 4 marzo 2022 Facebook è formalmente bloccato sul territorio russo per il volere degli organi governativi, ma i russi continuano tranquillamente a usarlo con l’aiuto dei vari VPN. Certo, a partire dal 5 marzo 2022 in Russia si applica la legge sulla responsabilità penale per la diffusione pubblica di informazioni consapevolmente false sulle azioni dell’esercito russo (fino a 15 anni di reclusione se dici o scrivi che la Russia sta conducendo una guerra in Ucraina). Ma ci sono molti utenti di lingua russa che vivono fuori dalla Russia e che potrebbero dunque continuare a diffondere le informazioni veritiere.
Insomma, tutti i social della Meta hanno una buona occasione di contribuire alla lotta del bene contro il male.


Interpretare il logo

Sicuramente tutti si sono già accorti del cambio del logo sulle app della Meta (ex Facebook):

Data una relativa novità (per ora) della immagine, io continuo ancora a farci caso ogni volta che compare sullo schermo del mio telefono. E mi sono accorto che ogni volta nella mia testa compare una delle due figure: a volte mi sembrano gli occhiali VR e a volte gli occhiali Ray-Ban Aviator. Capisco che la prima opzione è molto più vicina all’idea originale di Zuckerberg, ma non riesco a scacciare dalla testa la seconda.
Per fortuna, «Biz News Post» mi tranquillizza: c’è chi ha delle visioni molto più strane.


Se non sai cosa fare, cambia il nome

The Verge scrive che Mark Zuckerberg avrebbe l’intenzione di cambiare il nome di Facebook: il cambiamento dovrebbe essere realizzato già la settimana prossima. Non so quale possa essere l’utilità pratica del cambiamento di un nome conosciuto a quasi tutti gli utenti dell’internet (tranne forse alcuni cinesi incapaci di impostare un VPN). Probabilmente, l’idea è di creare un nome che rappresenti quell’impero di Facebook che proprio ora certe Istituzioni anti-monopolistiche vorrebbero smembrare. Beh, per il bene dei propri azionisti Zuckerberg è obbligato a mostrarsi sicuro di sé.
A preoccuparmi è una brutta osservazione storica: quando il dirigente di una qualsiasi azienda si concentra troppo sugli aspetti esterni, significa che ha esaurito le idee per un reale progresso tecnologico. Il Facebook, dal punto di vista tecnologico, è abbastanza scarso: meno funzionale dei forum che esistevano in internet già nella seconda metà degli anni ’90. Purtroppo, a questo punto potrei presumere che la crescita tecnologica continua a non essere tra le priorità di Zuckerberg.
Per fortuna, quindi, il creatore di un futuro social network normale ha tutto il tempo che vuole dovrà preoccuparsi solo del come attirare le grandi masse degli utenti. Per il resto, fare peggio del (ex) Facebook è impossibile.


Facebook è malato

Tra tutti i grandi misteri di questo mondo, ce n’è uno che in questo periodo mi preoccupa particolarmente.
Perché Facebook ha deciso che mi interessi qualcosa del calcio in generale e del Milan in particolare?
Da oltre due settimane sto bloccando le varie fonti di articoli e foto riguardanti quella squadra, ma ogni giorno ne salta fuori qualcuna nuova. Non avrei mai pensato che la selezione dei miei autori «virtuali» scelti con tanta cura potesse essere attaccata da un virus così resistente. Sarà la colpa di qualche cinese che ha postato la foto di un pipistrello sferico…
Io, intanto, sto cercando il modo facile e universale di bloccare la visualizzazione di tutti i contenuti sullo stesso argomento con pochi click. Vi terrò aggiornati.


Ripetere l’ABC

Alcuni «giornalisti», quando si sentono annoiati, tirano fuori qualche notizia vecchia o poco significante e si mettono a spaventare i propri lettori (come se non si fossero divertiti abbastanza con il Covid). È successo così anche con la «notizia» dei dati personali rubati su Facebook nel 2019: ci è stata riproposta proprio in questi giorni.
Alcuni lettori particolarmente tonti sono corsi anche questa volta a verificare se il loro profilo su Facebook sia stato compromesso… So che non dovrei preoccuparmi di queste creature strane: i miei lettori sono sicuramente più preparati sulla gestione razionale delle proprie attività digitali. Ma se qualcuno dei vostri amici, colleghi o parenti si sia per caso allarmato di fronte alla suddetta «notizia», ricordategli pure due nozioni basilari:
1) l’opportunità di utilizzare l’autentificazione multi-factor per ogni genere di account e su ogni genere di dispositivo,
2) l’inopportunità di rendere pubblici tutti i dati personali che vi chiedono i vari servizi online (o, addirittura, fornire quelli reali o principali).
Diffondendo questi due principi vi sentirete dei Capitan Ovvio, ma almeno renderete qualcuno un po’ più tranquillo di prima.


I carcerati volontari

Come avete probabilmente già letto, su Facebook non possono più essere condivise le notizie riguardanti l’Australia. E gli utenti australiani del Facebook non possono proprio vedere le notizie condivise. Tutti i mass media australiani si sono trovati, il 18 febbraio, con le proprie pagine di Facebook vuote:

Si tratta di una scelta tecnica consapevole del Facebbok stesso: è una reazione (abbastanza naturale e prevedibile, direi) alla recente legge australiana (News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code) che obbliga le piattaforme digitali a pagare gli emettenti delle notizie per le condivisioni o citazioni da parte dei propri utenti. Di conseguenza, già nelle prime ore i vari siti australiani specializzati nella pubblicazione delle notizie hanno perso circa il 13% del traffico proveniente dalla Australia e circa il 30% del traffico proveniente dall’estero.
Noi, a questo punto, avremmo anche potuto limitarci a constatare che ogni tentativo statale di regolare il naturale e libro sviluppo dell’internet è destinato al fallimento. Tale sviluppo, infatti, è solo uno «specchio digitale» della «vita reale» e di tutti i relativi comportamenti tra gli umani. Se un rapporto è regolamentato in un modo sfavorevole alle parti, esso viene spesso cancellato dalle usanze invece di essere adeguato alle fantasie perverse dei governanti: non si vive per accontentare chi crea problemi.
Ma la questione più interessante è un’altra. In base alla ricerca della Università di Canberra, il 21% degli australiani percepisce le notizie principalmente dai social networks e il 39% della popolazione ottiene le notizie dal Facebook. Non pensando che nei Paese europei la situazione sia radicalmente diversa, mi chiedo: che senso ha un comportamento del genere? Sappiamo bene tutti da anni che il Facebook ha gli algoritmi «allenati» a proporci solo le pubblicazioni che secondo egli dovrebbero interessarci. E allora perché utilizzare uno strumento che limita artificialmente la nostra visione del mondo per accedere alle informazioni di cui l’internet è già pieno?
Stranamente, tante persone si chiudono volontariamente nella cella di Facebook…


La vecchia interfaccia di Facebook

Purtroppo, lo sapete già: il Facebook sta trasferendo tutti i suoi utenti al nuovo design dallo stile idiota «voglio che sia tutto grande e colorato». È assolutamente normale che questo stile non piaccia a tutti. Mentre l’opzione ufficiale di mantenere il vecchio stile per 48 ore (rinnovabili di volta in volta per non so quante volte in totale) è, a quanto pare, temporanea.

Per fortuna, però, esiste una soluzione tecnica al problema: è possibile tornare al vecchio design.
Il vecchio design della interfaccia del Facebook può essere ottenuto attraverso un plugin disponibile per tutti i browser principali. Si scarica da questa pagina ed è semplicissimo da usare. È sufficiente installarlo e ricaricare la pagina di Facebook: a quel punto vedrete nuovamente la vecchia interfaccia.

Inoltre, volendo, potete aggiungere l’utilissimo plugin Social Fixer che fa alcune cose molto interessanti. Per esempio, nasconde le «pubblicazioni sponsorizzate» (in sostanza, la pubblicità), la politica e le parti delle pagine che non volete vedere, mostra automaticamente le pubblicazioni altrui più recenti o filtra le notizie secondo i vari criteri come l’autore, le parole-chiave etc., dice quando siete stati cancellati dagli amici da parte di qualcuno.


Scacciare la merda dal cervello

Non mi sarei mai aspettato di vedere una persona laureata pubblicare una minchiata del genere (e un po’ sono sorpreso per il fatto che questo tipo di gioco vada ancora di moda):

Ebbene, mi sento costretto a ribadire alcuni concetti che dovrebbero essere già noti da anni a tutte le persone dotate di cervello:
1. Iscrivendovi (o rimanendo iscritti) a un qualsiasi sito, accettate automaticamente i termini di utilizzo e tutti i loro aggiornamenti. Se rifiutate, non riuscite a iscrivervi. Se accettate, non potete disdirne unilateralmente una parte, nemmeno pubblicando un qualsiasi testo sulla propria pagina. Al massimo potrebbe esistere, da qualche parte nelle impostazioni, una pagina che permette di attivare/disattivare alcune opzioni (come si fa spesso per il software).
2. Se siete preoccupati per i propri dati personali (di qualsiasi tipo, le immagini comprese), la soluzione è semplice: non pubblicateli. Nessuno vi costringe a pubblicarli (come, in realtà, nessuno vi costringe a registrarvi su un qualsiasi sito). Nessuno vi costringe nemmeno a comunicare ai siti web i vostri dati reali (compresi i nomi, cognomi, date di nascita, numeri di telefono etc etc). Chi mi ha tra gli amici su Facebook lo sa bene, ahahaha!
3. La responsabilità giuridica delle persone non può essere declinata con una pubblicazione generica su Facebook. Si potrebbe fare un esempio un po’ estremo: provate a pubblicare su Facebook una foto con, che ne so, la vostra amante e poi, ormai in fase di separazione, portare davanti al giudice la stampa di quel testo. Infatti, tutti hanno il diritto di poter ridere anche sul posto di lavoro.
4. La profilassi intellettuale quotidiana vi salverà dal fare tante figure di merda. Comprese quelle simili allo screenshot riportato sopra.
Cercate di spiegare queste semplici cose ai vostri amici e conoscenti che dovessero pubblicare dei testi «magici» del genere.
A questo punto non resta altro che augurarvi tanta serenità!


Due modelli di censura

Il fatto che il Twitter abbia iniziato ad aggiungere i link alle informazioni vere in fondo a certi twit di Trump, è una notizia molto curiosa. [Anche io sono bravo con i link, quindi ecco i due esempi: unodue.] L’iniziativa in sé rappresenta, forse, l’unica forma di censura umanamente possibile nei confronti degli autori dei famosi «fake news»: non viola il diritto all’informazione dei lettori e, allo stesso tempo, non costringe l’autore a optare verso la diffusione anonima dei propri comunicati fantasiosi.

Quello che mi incuriosisce ancor di più è, invece, la reazione di Mark Zuckerberg: afferma che il Facebook avrebbe una politica d’intervento diversa. Ecco, purtroppo il modo di agire del Facebook è noto particolarmente bene in Russia, dove da anni gli utenti vengono sistematicamente bloccati per le parolacce contenute nelle opere letterarie citate e per le opinioni politiche denunciate come «inopportune» dai bot pro-governativi. [Avrei messo anche più di due link sull’argomento, ma la maggioranza di voi non legge in russo.] C’è il sospetto che la direzione del social semplicemente non è interessata a entrare in merito di ogni situazione segnalata. Esercita la censura ceca e indifferenziata, spacciandola per una grande conquista.
Direi che il metodo del Twitter mi piace molto di più. Anche se, da utente, sono totalmente disinteressato al Twitter stesso: per i contenuti brevi ho altri canali di comunicazione decisamente più belli e comodi.


Mettiamo Mark dietro un recinto

Stamattina il mio FireFox (il browser meno tonto che conosco) si è aggiornato alla versione 76.0.1. E, dopo tale aggiornamento, mi ha comunicato una notizia interessante: è finalmente stata creata una estensione che permetterebbe di nascondere al Facebook aperto la propria navigazione su altri siti.

Non sono ancora riuscito a capire quanto sia realmente funzionale questo nuovo strumento, ma l’idea alla sua base è interessante e utile. Le valutazioni degli utenti sembrano mediamente buone. Ho dunque deciso di testare l’estensione.

La descrizione ufficiale della estensione:

Dopo l’installazione della estensione il Facebook «si dimenticherà» di voi (come se fosse stato svuotato il cache del browser), mentre il titolo della scheda avrà una sottolineatura bianca (invece della promessa colorazione). Ma questi non sono certo dei problemi. L’importante è che il browser non si è rallentato, mentre io ho avuto la speranza di vedere un po’ meno pubblicità delle cose già cercate e spesso trovate precedentemente su internet.

Inoltre, ora ho una risposta in più alle stupide domande circa la scelta del browser ahahaha
P.S.: ma pure un consiglio in più.