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Un grande mistero cinematografico

Uno dei più grandi misteri cinematografici che mi sia mai capitato di tentare di risolvere è perché il film «The Lighthouse» di Robert Eggers sia stato classificato anche come horror. Infatti, tutti i suoi elementi interpretabili come «orribili» (con un certo sforzo comunque) sarebbero stati tali al massimo secondo gli standard dei primi anni ’50 del secolo scorso.
Il film stesso, in ogni caso, è sorprendentemente bello. Anzi, più ci penso e più mi sembra interessante. Illustra perfettamente l’evoluzione della follia di una persona costretta alla solitudine in un ambiente chiuso e per nulla amichevole. Sì, secondo me si tratta di un personaggio solo, la cui vita è raccontata con il ricorso a una infinità di allegorie più o meno evidenti.

Sarei pure andato a rileggere qualcosa di Nathaniel Hawthorne, ma l’ho scoperto troppo poco tempo fa.


Jojo Rabbit

Si usa dire e scrivere che il film «Jojo Rabbit» di Taika Waititi parli di un bambino che è cresciuto nell’atmosfera della propaganda nazista, che vuole diventare un vero nazista e che ha un amico immaginario chiamato Adolf Hitler. Altrettanto diffusa è l’idea idillica che il bambino inizi ad allontanarsi, crescendo, dalla ideologia nazista. E poi che il bambino ama gli animali… Effettivamente, sarebbe troppo bello e facile vedere solo queste cose. Ma in realtà il film è molto più profondo e interessante di tutti gli effetti visivi elencati.
Anche se non avete ancora visto il film (veramente?), non abbiate paura di leggere qualche spoiler nel mio testo. Un buon film non è fatto di sole scene inquadrate, come un buon libro non è fatto di sole storie raccontate.
Prima di tutto bisogna rendersi conto del fatto che il protagonista del film è caratterizzato dal non compiere alcuna azione. Il nostro simpatico bambino rispetta rigorosamente (a volte anche troppo) tutte le formalità estetiche del regime sotto il quale è cresciuto (l’abbigliamento e le parole giuste), ma non riesce a fare alcunché di concreto e, allo stesso tempo, ha sempre paura. In ogni episodio della sua vita le proporzioni della paura e della incapacità variano, ma il risultato è sempre lo stesso: zero azioni. Non riesce a partecipare alle attività collettive perché ha paura; ha paura di apparire incapace e quindi non riesce ad adempiere ai compiti individuali nel bosco, sul campo e in città. Alla fine non va nemmeno a difendere fisicamente il regime e si nasconde negli sotterranei, ma lo fa sempre per paura e non per convinzione.
E infatti dobbiamo capire che il film non parla di un bambino. Il film parla di una comune persona piccola. Di quel omino che vuole necessariamente sentirsi parte di una entità grande, forte e ammirata, ma sceglie la via più semplice per raggiungere l’obiettivo: si schiera dalla parte di un leader carismatico che sa fare le promesse, che ha già una soluzione semplice per tutti, che adula abilmente i sentimenti primitivi comuni alle grandi masse delle piccole persone comuni. Gli esempi storici non si limitano al solo Hitler: anche negli anni più recenti abbiamo visto salire alla guida di molti Stati dei leader del genere. La persona piccola ascolta avidamente le belle favole del/sul proprio leader, le coltiva nella propria mente, le ritrasmette al mondo circostante. Le ritrasmette non per informare o predicare, ma per convincere gli altri (e forse se stesso) delle proprie utilità e importanza. Ma non fa nulla di concreto. Ha solo paura. Ha paura non di andare contro il sistema (un pensiero del genere non verrebbe mai nella sua mente), ma di vivere la vita attiva piena di rischi e responsabilità personali. È solo una piccola persona comune, «umile e onesta».
Le persone del genere devono essere guidate per mano nel corso di tutta la vita. Quando il grande leader del turno sparisce per sempre (prima o poi succede a tutti gli umani), la persona piccola inizia a cercarsi un’altra guida, un altro leader. Lo cerca quasi inconsciamente, lo cerca perché non sa vivere diversamente come un bambino comune non sa vivere senza la mamma. E il nuovo leader – che sorpresa – è sempre una persona presente nelle vicinanze già da tempo, ma fino a poco fa considerata un nemico che merita solo minacce e beffe.
La persona piccola si pentirà? Si pentirà almeno del proprio passato? Si pentirà per avere sostenuto qualcosa di disumano? Si pentirà per essersi comportato in modo disumano anche solo dal punto di vista morale, senza compiere delle azioni fisiche concrete? Si farà delle domande? Capirà, almeno, che ha un bisogno vitale di essere guidato, non importa molto da chi? Nella maggioranza dei casi umani la risposta è, purtroppo, no. Nemmeno se per la colpa di quel passato disumano ha perso una delle persone più care. Pure tra i parenti e i discendenti delle vittime delle repressioni staliniane ci sono tuttora moltissimi stalinisti convinti. Ma, in ogni caso, il nostro protagonista continuerà a seguire tranquillamente la corrente della vita.
«Jojo Rabbit» è un tristissimo film sul destino di una piccola persona comune.

Guardate il film se non lo avete ancora fatto. È molto attuale anche per l’Italia.


Un consiglio cinematografico

Nei giorni scorsi mi è stato segnalato che già a partire dal 9 gennaio è possibile vedere nei cinema italiani il secondo film del giovane regista russo Kantemir Balagov: «La ragazza d’autunno» del 2019. Non so perché abbiano tradotto il titolo in questo modo: forse per mancanza di un correspettivo dell’originale «Dylda» – una persona eccessivamente alta, magra e poco proporzionata.
In ogni caso, è un bel film che merita di essere visto. Prima o dopo lo avrei sicuramente consigliato anche per iniziativa propria. Seppure con un po’ di ritardo, in questi giorni posso inoltre augurare a tutti i lettori di organizzarsi in tempo per vederlo sullo grande schermo. Il tentativo dei germogli ancora verdi di sopravvivere in un mondo arrugginito – metafora non casuale – si osserva meglio così.

Approfitto della occasione per ribadire: secondo il mio giudizio personale, il primo film di Kantemir Balagov («Tesnota» del 2017) è uno dei migliori film russi del XXI secolo.


Once Upon a Time… in Hollywood

Molto probabilmente, «Once Upon a Time… in Hollywood» è il primo film di Tarantino che mi ha fatto pensare. Quasi sicuramente mi ha fatto pensare solo perché non sembra un film di Tarantino.
Da quando è uscito il film, ho visto tantissime persone alla ricerca del suo senso nascosto e del motivo che ha spinto il regista a produrre una opera per egli così atipica. Nessuno ha però proposto delle risposte convincenti o almeno interessanti. Tocca quindi a me…

Secondo il mio parere autorevolissimo, il «Once Upon a Time… in Hollywood» è la vendetta personale di Tarantino per il Hollywood e per il cinema degli anni ’60 e ’70 di quei tempi che hanno formato la cultura cinematografica di Tarantino stesso e che sono mutati fortemente anche «grazie alla» Family di Manson. In tutti (o quasi) i film di Tarantino i personaggi si vendicano per qualcosa. Ora lo fa lui con le mani dei personaggi in una delle ultime scene del film.
Ci ha messo tanto impegno per poter compiere una vendetta del genere. Ha sviluppato quella metodologia, quella tecnica della vedetta che noi abbiamo sempre conosciuto semplicemente come il suo stile cinematografico. E ha finalmente deciso che ora si può: è pronto lui e sono pronti gli spettatori. Ha dunque superato questo traguardo della propria carriera da regista.
Ora ha un impegno in meno nella vita professionale e può sentirsi libero a fissare qualche altro obiettivo. Ma sarebbe esagerato e scorretto cercare dei punti in comune con uno dei protagonisti dell’ultimo film.
Ecco, secondo la mia interpretazione personale il vero senso del «Once Upon a Time… in Hollywood» è questo.


Il cinema russo a Milano

Dal lunedì 23 settembre al venerdì 27 settembre a Milano si svolgerà la quattordicesima edizione della cosiddetta «Missione culturale russa». Si tratta di una serie di iniziative volte alla promozione della cultura russa in Italia. Tutti i dettagli possono essere letti sulla pagina dedicata della Camera di Commercio Italo-Russa. Io, almeno nel post di oggi, mi concentrerei sui film russi che verranno proiettati in quei giorni.
La lista dei nomi e delle rispettive informazioni si trova su questo pdf (per la versione italiana andate direttamente alla seconda pagina). Io posso consigliarvi due di quei film.
Il primo è «Come Vitka l’Aglio accompagnava Lyokha il Perno alla casa di riposo» del regista Aleksandr Khant. È un film con alcuni minimi problemi di montaggio finale (nel senso che un paio di scene rimane poco comprensibile dal punto di vista logico), ma complessivamente bello. È un film serio – e allo stesso tempo non pesante – che parla della impossibilità di rendere razionali alcuni rapporti umani quotidiani. Ci sono dei bravi attori (soprattutto i due protagonisti) e una interessante evoluzione di uno dei due rispettivi personaggi.
Martedì 24 settembre alle 19:30 al cinema «Odeon».

Il secondo film del programma che posso consigliarvi con serenità è «Una matta, matta, matta corsa in Russia» di Eldar Ryazanov. Non è proprio un grandissimo capolavoro cinematografico, ma – sempre secondo la mia opinione personale – una commedia abbastanza simpatica. Rischierei di rovinarvi la visione con dei spoiler, quindi mi limito a dire che per il pubblico italiano il film potrebbe essere interessante almeno per la possibilità di vedere Alighiero Noschese, Ninetto Davoli, Tano Cimarosa e Luigi Ballista recitare in un film sovietico d’avventura ambientato a Leningrado. Inoltre, trovo veramente strano che il film sia totalmente sconosciuto in Italia: nessuno dei miei amici e conoscenti italiani lo ha visto.
Mercoledì 25 settembre alle 19:30 presso il Centro Culturale di Milano.

Poi ci sarebbe anche un film del bravo regista Khudyakov, ma non avendolo ancora visto non posso permettermi di consigliarlo a voi.
P.S.: i non milanesi possono consolarsi con altri miei consigli cinematografici.


La festa del cinema russo

Poco fa ho scoperto che il 27 agosto si celebra – in Russia – la Giornata del cinema russo. È stata istituita nel 2001 in qualità della festa professionale dei cineasti russi e, allo stesso tempo, della festa degli amatori del cinema russo. Tale festa esistette già ai tempi dell’URSS tra il 1986 e il 1991 e fu fissata per il 27 agosto perché in tale data nel 1919 fu nazionalizzata l’industria cinematografica della Russia sovietica.
Per festeggiare la versione contemporanea della cine-festa potremmo rivedere qualche film russo bello girato dopo il 2001. Facciamo che sia «Tesnota» (2017) del giovane regista Kantemir Balagov. Pianificavo di consigliarvelo prima o poi, ed ecco che è arrivata una buona occasione.
È un film di qualità e mi sembra che lo abbiano anche tradotto in italiano (e pure mostrato nei cinema italiani ad agosto di quest’anno).

Non è certamente una commedia, ma non induce nemmeno di fare un passo oltre la finestra come alcuni film dei miei consigli precedenti.


Gli automobilisti nei film

Una delle stupidità cinematografiche più grandi al mondo è un attore che «guida» senza guardare la strada. Parla con la tipa accanto per cinque minuti e solo una volta, per mezzo secondo (e per sbaglio), da uno sguardo a quello che succede davanti.
Capisco che nei film è tutto relativo, ma così è troppo. A questo punto si potrebbe autorizzare l’attore a staccare le mani dal volante e girarsi verso il/la compagno/a del viaggio come si starebbe al bar. Tanto la macchina viaggia su una piattaforma.


Ho pensato che potrebbe avere senso pubblicare, a volte, dei documentari russi interessanti che il pubblico occidentale non riuscirebbe a scoprire senza un suggerimento di un russo. In sostanza, senza il mio suggerimento, cari lettori miei!
Quasi un mese fa vi avevo proposto il documentario «Kolyma» di Yury Dud.
Oggi, invece, posto un altro film dello stesso autore: «L’uomo dopo la guerra», dedicato a un semplice veterano della prima guerra in Cecenia (1994–1996). Ritengo importante precisare un dettaglio che potrebbe non essere evidente a tutti gli spettatori italiani: si tratta non di un militare professionista, ma uno di quei tantissimi giovani che sono stati mandati in guerra mentre prestavano il semplice (e obbligatorio) servizio militare di leva. Sì, avete capito bene: in Russia è una pratica ben affermata già dai tempi dell’URSS.
Il film non è lunghissimo: dura poco più di 35 minuti. Spero che a qualcuno di voi aiuti a liberarsi di certe illusioni.
Il documentario è realizzato in lingua russa ma ha i sottotitoli ufficiali in inglese: se non partono in automatico, attivateli voi.

Fate i bravi.


Come fare la pubblicità

Non tutti lo hanno capito…

Ma i fan del FaceApp stanno inconsapevolmente partecipando alla campagna pubblicitaria di massa del film «Terminator: Dark Fate»:

Oppure è il suddetto film a essere la pubblicità del FaceApp?
Boh, lo scopriremo nei migliori cinema del mondo a novembre.


Il documentario “Kolyma”

Alla fine di aprile il popolarissimo video-blogger Yury Dud ha pubblicato sul proprio canale su Youtube il documentario «Kolyma», abbastanza atipico in mezzo agli argomenti solitamente trattati dall’autore. Il film è dedicato a quella parte della regione russa Jacuzia che prende il nome dal fiume Kolyma e che per diversi decenni del XX secolo è stata nota prevalentemente per i campi di detenzione e di lavoro dei detenuti politici.
Dal punto di vista dei contenuti storici, il film era stato pensato e realizzato per il pubblico giovanile russo (i russi di età 30+ hanno letto sull’argomento infinitamente più cose). Alcuni dettagli della vita attuale in quei luoghi possono invece essere poco conosciuti alle persone di ogni età.
Partendo dal presupposto che, rispetto a un russo medio, il pubblico europeo di ogni fascia di età è meno informato sulla storia e sulla attualità di quei luoghi, ho pensato che fosse giusto condividere con i miei lettori quel documentario.
Dura 2 ore e 17 minuti, quindi lo pubblico il venerdì sera per lasciarvi la massima libertà sulla scelta dell’orario per la visione.
Il documentario è realizzato in lingua russa ma ha i sottotitoli ufficiali in inglese: se non partono in automatico, attivateli voi.

Intanto sto riflettendo sulla opportunità di pubblicare una lista di libri validi sul sistema del Gulag.