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Ancora a pony

Dopo avere visto, qualche tempo fa, il film «The Last Duel» (bello e molto attuale nonostante essere ambientato nel XIV secolo, sicuramente da vedere), per l’ennesima volta mi ero chiesto: come facevano i semplici cavalli dei cavalieri a reggere il regime del combattimento con tutto quel carico di metallo sopra? Considerando anche il fatto che le tecnologie dell’epoca non consentivano di creare le protezioni e le armi tanto leggeri…
Ebbene, la settimana scorsa ho avuto una interessante risposta.
Solitamente si presume che nel Medioevo i cavalieri avessero combattuto utilizzando dei grossi cavalli (destrières), simili agli attuali Percherons, Brabansons e Charières.
Ma i ricercatori, dopo avere studiato le ossa di oltre due mila cavalli del periodo tra il IV e il XVII secolo trovati nei castelli o nei cimiteri speciali dei cavalli, sono giunti alla conclusione che quelli dei cavalieri furono dei cavalli molto piccoli, non più alti di 4 piedi e 10 pollici (147 centimetri). Quella è l’altezza di un pony dei giorni nostri.

Di conseguenza, vanno riviste quelle modalità dei duelli che abbiamo sempre avuto in mente grazie al cinema. Compresi i loro ritmi.

P.S.: e, ovviamente, ricordo a tutti che la storia non si impara dai film, nemmeno quando Ridley Scott finalmente si decide di farne uno scientificamente molto più attendibile dei precedenti.


L’idea di un film

Le scoperte relativamente recenti hanno confermato l’esistenza dell’acqua su Marte. Di conseguenza, si potrebbe girare un film (riservando pure dei ruoli a Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone), il quale ci racconterà che il genere umano sarebbe in realtà nato su Marte, ma avrebbe rovinato l’ecosistema locale fino al punto da dover inviare gli ultimi due giovani sani rimasti a colonizzare uno dei pianeti vicini. Farlo nella speranza, appunto, che la razza umana riesca a «ricominciare da zero» in un mondo migliore. Ma i due giovani – supponiamo che si chiamino Adamo ed Eva – sbagliano la procedura di atterraggio (accelerando invece di frenare) e trasformano la propria navicella spaziale in un asteroide che ammazza tutti i dinosauri. La morale del film: la costruzione di un nuovo mondo è iniziata con un nuovo disastro ambientale…
Conoscete un regista capace di realizzare questa idea?

Di questi tempi potrebbe diventare un film da Oscar.


L’Afghanistan nel cinema russo

È di nuovo arrivato il momento dei miei consigli cinematografici. Questa volta vi propongo ben tre film uniti dallo stesso argomento dettatoci dai recenti avvenimenti di una certa importanza.
La settimana scorsa mi è stato chiesto – non tanto a sorpresa – un commento/valutazione sul film italo-sovietico «Afghan breakdown» (regia di Vladimir Bortko, 1991). In Italia potrebbe essere conosciuto, tra l’altro, anche per la partecipazione di Michele Placido. Ma penso che sia conosciuto ingiustamente poco – per non dire dimenticato – perché, effettivamente, è un buon film che merita di essere visto almeno una volta nella vita. Si tratta di un film di guerra – non particolarmente violento ma drammatico – che parla dell’ultimo periodo del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan nel 1989. Consiglio l’"Afghan breakdown" con una certa tranquillità a tutto il pubblico adulto.
(La versione italiana del film si trova pure sui siti russi, quindi non penso che riscontriate dei particolari problemi nel recuperarlo.)

Il secondo film riguardante l’intervento militare sovietico in Afghanistan che consiglio sempre a tutti è  Continuare la lettura di questo post »


Tarantino è diventato uno scrittore

Dicono che il libro di Quentin Tarantino «Once Upon a Time in Hollywood» sia per niente peggio del quasi omonimo film. Infatti, il regista-scrittore non ha banalmente trasportato la storia dal film sulla carta (sarebbe stata una missione persa già in partenza), ma l’ha ampliata con molti elementi aggiuntivi. E, soprattutto, l’ha raccontata in un modo puramente letterario, come un vero romanzo. Senza, per fortuna, perdere il messaggio principale del film.
Insomma, chi ha già letto il libro dice che sia realmente bello.

Ma io, personalmente, non intendo di leggerlo nei prossimi anni: aspetto di dimenticare un po’ il film (o, almeno, l’impressione — positiva! — che mi ha fatto al momento della visione) per ritornare alla storia con una mente più libera. Libera dagli inevitabili confronti tra il libro e il film.
Però non potevo non condividere con voi una informazione tanto preziosa: Quentin Tarantino si è meritato la nostra attenzione.


Il film “Nobody”

Oggi anche nei cinema italiani esce il film «Io sono nessuno» (titolo originale «Nobody»), girato dal regista russo Ilya Naishuller su invito dello studio americano 87North. Io l’ho già visto qualche settimana fa, quindi ora ho la possibilità di scrivere qualche commento per le persone potenzialmente interessate.
Non essendo un grande esperto dei film d’azione, non posso dire con certezza se sia una parodia («John Wick»?), un film d’azione comico nel senso puro o, in forza al genere scelto, solo un esempio del trash cinematografico. Lo potrete determinare voi. Io, invece, devo constatare che nel film è presente una buona quantità di riferimenti al mondo criminale russo che uno spettatore occidentale non saprebbe interpretare correttamente (e in alcuni casi nemmeno notare).
Nel post odierno evidenzierei tre aspetti.

1. Il locale preferito dall’antagonista (e dai suoi «colleghi») si chiama «Malina». Non è un caso. Nel gergo dei ladri professionali russi – da oltre un secolo – la parola malina (l’accento si mette sulla i; la parola si traduce letteralmente come lampone) indica un bordello, un luogo segreto dove si riuniscono gli elementi criminali (non necessariamente della stessa «banda») e dove spesso vengono temporaneamente nascosti i beni rubati. Secondo una delle leggende metropolitane la parola malina utilizzata nel senso appena descritto provenga dalla parola ebraica malon, che significa hotel.
2. La musica preferita dell’antagonista (diciamo pure che è interpretato dal grande Alexei Serebryakov) è dello stile particolarmente popolare – tra le persone di una certa categoria – nell’URSS tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Da questo dettaglio, combinato al fatto che il film sia ambientato nei giorni nostri, possiamo dedurre che il personaggio appartenga alla cosiddetta «mafia russa» (entità quasi mitologica), formata dagli esponenti dell’ultima ondata di immigrazione dall’URSS.
3. La parola obtshak – sempre nello stesso gergo dei ladri russi – indica una specie del fondo per l’assistenza reciproca all’interno di una grande porzione della comunità criminale. Esistono due tipi dell’obtshak: in carcere e fuori dal carcere. Ogni ladro può partecipare anche a entrambi tipi. In base alla «legge dei ladri», i contributi all’obtshak devono essere volontari, anche se sulla pratica questo requisito non è sempre rispettato da chi ama i rapporti particolarmente rischiosi con i «colleghi». L’obtshak viene affidato a un leader criminale autorevole che gode della fiducia di tutti gli altri ladri (e viene definito «ladro di diritto» o «supervisore»). Le violazioni delle regole per la raccolta, la conservazione e l’uso dell’obtshak sono severamente punite.
Bene, ora siete un po’ più preparati alla visione del film.


Dinosauri in televisione

Con una certa sorpresa ho letto che alla fine del 2021 dovrebbe uscire il documentario «The Beatles: Get Back» di Peter Jackson. Ovviamente, sarà composta di tre puntate lunghe.

Ma non è l’archeologia del pop che mi sorprende. Mi sorprende il fatto che il film debba uscire sul canale Disney+, quindi un canale teoricamente dedicato alle persone interessate ad altri tipi di dinosauri.
Sì, il mondo sta diventando un po’ strano.
Solo il mio rapporto con la musica di qualità sovrastimata non cambia (anche quando capisco a cosa era dovuta la sua popolarità).


Rezo Gabriadze

La domenica 6 giugno è morto all’età di 84 anni lo sceneggiatore, drammaturgo, regista, artista e scultore georgiano Rezo Gabriadze. A differenza della maggioranza degli italiani, i miei lettori più fedeli dovrebbero conoscere (e potrebbero ricordare) alcuni dei cortometraggi di Gabriadze che mi era capitato di postare anni fa in una rubrica cinematografica.
E allora dedico ancora una volta il post del venerdì a questo simpatico personaggio della cultura: merita di essere ricordato.
Considerata l’occasione, potrebbe essere ricordato con uno dei cortometraggi che sono contengono un po’ di tristezza, ma anche un po’ di allegria: «La farfalla» del 1977.

Prima o poi, quando trovo abbastanza tempo, faccio i sottotitoli italiani a quei cortometraggi della serie che non ho ancora postato a causa della questione linguistica.


Il regista tedesco Vincent Urban ci ha impiegato due anni per realizzare un cortometraggio sulla Russia. Solo per effettuare le riprese necessarie per un film che dura meno di sette minuti, Urban ha visitato la Russia per quattro volte: in autunno, inverno e primavera. Le città e le località visitate (e riprese) sono state Mosca, San Pietroburgo, Murmansk, Salechard, la penisola della Kamčatka e il lago Bajkal.
Ecco, io oggi vi faccio vedere il risultato: il cortometraggio si chiama semplicemente «In Russia», è realizzato in lingua inglese e, in una sua parte consistente, è dedicato agli stereotipi sulla Russia.

Vincent Urban ha già promesso di girare una seconda parte. Vedremo…


Il cinema russo sul monitor

Non ne ho trovato una conferma ufficiale, ma per dei motivi abbastanza ovvi posso immaginarlo anche da solo: questo settembre a Milano non si svolgerà l’annuale «Missione culturale russa». Di conseguenza, non ci sarà nemmeno la tradizionale proiezione dei film russi di qualità usciti negli ultimi anni. Ma questo non significa che non posso consigliarvi, anche quest’anno, qualcosa di bello da vedere (in generale, è da un po’ che non lo faccio).
In primo luogo, ricorderei a tutti i due film di Kantemir Balagov: il bellissimo «Tesnota» del 2017 e il bel «La ragazza d’autunno» del 2019. So che sono stati proiettati nei cinema italiani, ma non vorrei che ai tempi qualcuno li abbia persi. Soprattutto il primo.
In secondo luogo, potrei consigliarvi il buon thriller del 2008 «The Ghost»: so di certo che è disponibile con i sottotitoli in inglese (cliccare sulla «rotella» in basso a destra del player di YouTube e scegliere l’opzione dei sottotitoli), ma potete anche provare a cercarlo doppiato.

In terzo luogo, aggiungerei la stranissima commedia «The Monk and the Demon» del 2016 (sempre con i sottotitoli in inglese). Questo film sembra essere fatto di due parti di qualità non uguale (in parte a causa di un budget molto ridotto), ma complessivamente è un film interessante.

Ecco, per questa volta è così. Spero che la situazione epidemiologica migliori notevolmente per l’autunno prossimo, permettendo dunque di doppiare e mostrare sullo grande schermo alcuni interessanti film più recenti.


Un grande mistero cinematografico

Uno dei più grandi misteri cinematografici che mi sia mai capitato di tentare di risolvere è perché il film «The Lighthouse» di Robert Eggers sia stato classificato anche come horror. Infatti, tutti i suoi elementi interpretabili come «orribili» (con un certo sforzo comunque) sarebbero stati tali al massimo secondo gli standard dei primi anni ’50 del secolo scorso.
Il film stesso, in ogni caso, è sorprendentemente bello. Anzi, più ci penso e più mi sembra interessante. Illustra perfettamente l’evoluzione della follia di una persona costretta alla solitudine in un ambiente chiuso e per nulla amichevole. Sì, secondo me si tratta di un personaggio solo, la cui vita è raccontata con il ricorso a una infinità di allegorie più o meno evidenti.

Sarei pure andato a rileggere qualcosa di Nathaniel Hawthorne, ma l’ho scoperto troppo poco tempo fa.