Cosa vi ho nascosto:

L’archivio del tag «legge»

Il mistero dei consensi

La serie delle pubblicazioni de The Guardian sull’uso relativamente largo dell’istituto del «Queen’s Consent» è interessante non solo dal punto di vista puramente giuridico. Quindi merita di essere letta almeno nei punti più importanti.
Il consenso della regina è, in sostanza, una cosa semplicissima: deve essere consesso per discutere in Parlamento ogni tipo di norma giuridica che possa in qualche modo toccare gli interessi della famiglia reale. Una persona comune non saprebbe avanzare delle ipotesi più o meno attendibili sulla quantità delle norme del genere, ma i giornalisti de The Guardian hanno calcolato che solo la regina attuale abbia utilizzato – con gli obiettivi e risultati di volta in volta diversi – almeno un migliaio di volte. Non tutti gli interventi della regina hanno una connessione (almeno quella visibile) con gli interessi della famiglia. Ma, in ogni caso, si potrebbe constatare che l’espressione «regna ma non governa» non corrisponde del tutto alla realtà dei fatti.
Leggendo la lista delle norme, la discussione delle quali ha in varie epoche richiesto una trattativa per ottenere il consenso della regina, ho effettivamente notato gli argomenti di genere molto vario (per esempio, le regole sulla pesca del salmone o sui parcheggi automobilistici). E per l’ennesima volta mi sono dispiaciuto che nemmeno la regina abbia trovato il modo di intervenire sulla tristissima storia del Brexit.
Del «Queen’s Consent», invece, non posso dire alcunché di negativo. È un attributo normale della monarchia e, vista la qualità della vita nell’UK, non sembra essere abusato (lmeno a un osservatore molto estraneo come me). Quindi esista pure.


L’arte di definire

Come ben sanno molti miei lettori, in tutto il mondo si osserva la tendenza di regolamentare l’uso (stavo per scrivere la guida) dei monopattini in città. Io, personalmente, non trovo particolarmente necessaria e/o urgente la legiferazione in questo ambito specifico. Perché moltiplicare le regole, aggiungendo quelle sulle manifestazioni più semplici della vita umana? Al massimo, secondo me, si potrebbe scrivere qualcosa come «i monopattini si muovano seguendo i medesimi percorsi riservati alle biciclette». Ma pure gli autori delle leggi devono avere la possibilità di giustificare il proprio stipendio, quindi fino a un certo punto potremmo anche tollerare le loro fantasie.
Quindi oggi vi propongo un curioso esempio della attività legislativa in materia. Il Ministero degli Interni russo ha finalmente inventato un termine con il quale definire i monopattini (tradizionali ed elettrici), gli skateboard, le monoruote, gli hoverboard e i pattini. Tutti questi dovrebbero chiamarsi, secondo il Ministero, i «mezzi di mobilità individuale» (l’Italia che sta ancora perfezionando la propria legislazione in materia, potrebbe anche «copiare»!). Dovrebbero, secondo il progetto di legge, muoversi lungo le piste ciclabili o, in loro assenza, sui marciapiedi. In questo ultimo caso la velocità non deve però superare i 20 km/h. Effettivamente, sotto la velocità indicata l’uso di quei non avrebbe molto senso.
Mi capita sempre meno di frequente proporre degli esempi russi positivi in materia legislativa, ma spero che la semplicità razionale si affermi in tutto il mondo. Quindi pubblicizzo.


Con le cuffie

Nel nostro mondo imperfetto esistono due categorie delle regole: le regole importanti e le regole del terzo piede.
Nella regolamentazione del traffico automobilistico, per esempio, è assolutamente inutile la P gigantesca applicata sulle auto dei guidatori inesperti. Guidando, incontro spesso degli «esperti» che fanno le cose immaginabili anche per i terroristi dell’ISIL. Di conseguenza, quando si guida bisogna essere attenti a tutte le auto incontrate.
E poi esiste il pericolo reale: il guidatore con le cuffie. Le cuffie, stranamente, non sono contemplate dal codice della strada. Quindi dal punto di vista formale un automobilista, un camionista, un motociclista o un ciclista che ascolta la musica con le cuffie non viola alcuna norma. Eppure quei personaggi sono pericolosissimi!
Un guidatore (di qualsiasi mezzo) con le cuffie ha una capacità ridotta di orientarsi nello spazio: non sente l’arrivo di altri mezzi, il suono del clacson altrui, il grido della vecchietta investita etc. Ma la legge non vieta le cuffie. Allo stesso tempo la legge vieta di parlare al telefono, cioè una attività abbastanza innocua.


Anche Putin sbaglia

Il presidente russo Vladimir Putin non ha la fama di un grande apologeta della democrazia. In Occidente, però, non tutti sanno della grande attenzione che egli presta al rispetto delle formalità. Infatti, non si sveglia mai con il pensiero di emanare un ordine del tipo «per la Nostra altissima volontà il diritto X dei cittadini da oggi viene ridotto a livello Y». Per ogni azione che ritiene necessaria da compiere fa approvare una apposita legge alla Duma. In sostanza, vuole che tutto sia fatto «a norma di legge».

Uno dei difetti del sistema descritto è la riduzione del Parlamento al rango della segreteria del Presidente: il primo si limita ad approvare le norme volute dal secondo.

Il 3 luglio 2016, però, è successo un fatto eccezionale: per la prima volta le formalità non sono state rispettate. Infatti, Vladimir Putin ha firmato un testo di legge diverso da quello votato dalla Duma e approvato dal Consiglio Federale. La cronologia dei fatti è la seguente:

21 giugno 2016 la Duma approva la Legge Federale n. 150/2016 «Sulle armi». Una delle norme della legge stabilisce che il permesso per la detenzione di armi da fuoco viene concesso al cittadino privato per un periodo di 10 anni.

3 luglio 2016 Vladimir Putin firma una testo della legge che contiene una durata del permesso diversa: pari a 5 anni.

6 luglio 2016 la «Rossiìskaja Gazeta» (l’analogo russo della Gazzetta Ufficiale) pubblica il testo della legge: sulla versione cartacea il periodo è di 10 anni, mentre sulla versione online è di 5 anni. Alcuni esperti se ne accorgono e si scatena il caos delle opinioni sulle possibili soluzioni del problema.

Molto brevemente (e in parole comprensibili) spiego la situazione. Il presidente non ha il diritto di modificare la legge approvata dal Parlamento ma solo firmarla o rifiutarsi di farlo. Nella seconda opzione può rimandarla al Parlamento per delle modifiche. Alcuni esperti del diritto costituzionale russo sostengono, quindi, che la divergenza tra i due testi di legge possa essere interpretata come il rifiuto di firmare il testo della legge nella sua formulazione attuale (in questo caso non è chiaro perché il testo sia stato pubblicato dalla stampa giuridica ufficiale). Il portavoce di Putin, invece, sostiene che si tratta solo di «un errore nei database di vari siti web, compresi quelli istituzionali» (una palese stronzata, visto che sono gli stessi database che i deputati consultano nel corso delle votazioni).

Io non so ancora come verrà risolto il caso. Sicuramente vi terrò aggiornato. Ma, intanto, faccio una proposta a coloro che intendono scrivere una tesi di laurea in diritto pubblico: provate a ipotizzare un errore simile fatto dalle istituzioni italiane. Quali soluzioni potreste proporre? Quali misure di correzione dovrebbero essere codificate?


Le denunce di Erdogan

Per pura curiosità ho provato a studiare le norme giuridiche su cui si basano le denunce di Erdogan contro il comico Boehmermann e la conseguente autorizzazione a procedere «da parte della Merkel» (il significato delle virgolette diventerà chiaro alla fine della lettura del post).

Come al solito, ho concluso che a gente protesta perché non capisce un cazzo del funzionamento del mondo. Ora provo a illuminarvi io. E voi provate a seguirmi.

Il famoso articolo 103 del Codice della procedura penale tedesco fu introdotto per volontà di Bismarck nel 1871. L’obiettivo della norma fu quello di proteggere i propri cittadini (tedeschi) dai vari deficienti di alto livello stranieri (ce n’erano tanti anche all’epoca). In tal senso la norma funziona benissimo anche nel XXI secolo.

Per la legge tedesca, una denuncia come quella di Erdogan può essere presentata (ed è stata presentata) in due modi differenti dalla medesima persona: in qualità di un capo di Stato o di Governo o in qualità di un cittadino privato. Nel primo caso ci vuole l’autorizzazione a procedere con le indagini (solo con le indagini!) da parte del Governo tedesco e la pena massima per il denunciato eventualmente condannato è di 3 anni. Nel secondo caso, invece, non ci vuole l’autorizzazione del Governo e la pena massima è di 5 anni.

L’intenzione del legislatore tedesco del 1871 era comprensibile: se un politico vuole «schiacciare» con il proprio peso un tribunale e un cittadino tedeschi, prima deve ottenere l’autorizzazione del Governo e, in caso di successo, ottenere una condanna dell’offensore meno grave. Il Governo tedesco, da parte sua, ha la facoltà di dirgli «Sei un coglione, comportati da un cittadino comune». Insomma, l’articolo 103 concede al Governo tedesco una possibilità in più di difendere i propri cittadini da politici presuntuosi.

La scelta del Governo tedesco di fornire l’autorizzazione non mi piace, ma questo non significa che non mi piace l’idea originale dell’articolo 103. Infine preciso perché la colpa viene attribuita alla Merkel: in caso di parità dei voti tra i membri del Governo, il voto del Cancelliere vale doppio.

Purtroppo questo suo errore comporterà la cancellazione, nel 2017, dell’articolo 103.


Fumatore ordinato = piromane

Come forse sapete, il 2 febbraio 2016 è entrata in vigore la legge n. 221 del 28 dicembre 2015. Tale norma regola alcuni aspetti del rapporto tra il cittadino e l’ambiente circostante. L’articolo 40, in particolare, vieta «l’abbandono di mozziconi dei prodotti da fumo sul suolo» (comma 3) e consente di sanzionare i trasgressori con una multa da 30 a 300 euro (comma 3 lettera b).

Inoltre, lo stesso articolo obbliga i Comuni a «installare nelle strade, nei parchi e nei luoghi di alta aggregazione sociale appositi raccoglitori per la raccolta dei prodotti da fumo» (comma 1 lettera a).

E ora passiamo a una storia più interessante: il conflitto tra la norma di legge e la vita reale. Sapete quale città italiana, tra tutte quelle che mi è capitato di vedere finora, è meno attrezzata per l’applicazione della legge di cui sopra? Quella città si chiama Milano.

Facciamo un breve excursus storico. Nella prima metà degli anni 2000, quando io e Milano ci siamo appena conosciuti, tutti i cestini milanesi erano ancora fatti così (un po’ brutti ma con posacenere incorporati, anche se spesso rotti):

Nella seconda metà degli anni 2000 la maggior parte di quei cestini è stata sostituita (in centro città) da quelli cilindrici, sprovvisti da posacenere. A quel punto mi ero un po’ rammaricato: avevo appena acquisito l’abitudine di spegnere e buttare via i mozziconi in una maniera civile. Vabbè, almeno si poteva spegnere sul bordo piatto del cestino.

Il nuovo decennio ha portato a Milano un nuovo modello di cestini, ancora una volta non Continuare la lettura di questo post »