Cosa vi ho nascosto:

L’archivio del tag «merkel»

La probabile foto dell’anno

Sono in molti a dire che questa foto è la più probabile vincitrice del «World Press Photo 2018» (sebbene siamo ancora a metà giugno).

Sicuramente è una bellissima foto. Ma ha una concorrente fortissima che ha tutte le possibilità di batterla:

Si tratta di un ambito nel quale indovino quasi sempre (nel nostro mondo pseudo corretto a volte ci vuole poco). Purtroppo, però, non sono in grado di convertire questa mia capacità in soldi. Di conseguenza, propongo di ricordare questo post e di offrirsi alle scommesse a scopo di lucro.


L’alternativa per tutti

Dopo le elezioni tedesche di ieri potrei fare due constatazioni semplicissime (non sono un politologo stipendiato, quindi non mi sento obbligato ad apparire un analista intelligente e onnisapiente).
La prima constatazione semplicissima: la stabilità politica tedesca è impressionante. Infatti, Angela Merkel è l’ottavo Cancelliere tedesco dal 1949 (in tutta la storia della Germania attuale) e il terzo dal 1982 (negli ultimi 25 anni). Sempre dal 1949 ad oggi negli Stati Uniti ci sono stati 13 presidenti. Enon posso dire che la Germania sia uno Stato notevolmente meno democratico degli USA.
La seconda constatazione: il terzo posto della Alternative für Deutschland è un risultato ben prevedibile, mentre il 12,6% dei voti mi sembra sorprendentemente basso. Nelle prime ore della giornata di oggi ho avuto l’occasione di leggere i commenti di alcuni esponenti/simpatizzanti della sinistra italiana: una notevole parte di loro considera il risultato Alternative für Deutschland come una conseguenza della assenza alternative ideologiche o semplicemente della scomparsa della vera sinistra dalla scena politica europea contemporanea. Col cazzo, cari sinistrosi. Il problema è molto più grave.
Il crescere della popolarità degli estremisti e dei populisti – di destra e di sinistra – che osserviamo in Europa negli ultimi anni è dovuto alla dilagante tendenza dei politici «convenzionali» a mascherare la propria incapacità/paura/mancata volontà di risolvere i problemi più gravi con un finto buonismo. Per farvi capire cosa intendo con l’espressione «finto buonismo» vi ricordo che nel linguaggio politico attuale è uno dei reali sinonimi di «multiculturalismo» e «tolleranza». Non intendo solo la gestione cretina della immigrazione, ma pure le politiche verso tutti quei gruppi sociali che presentano oggi un peso ingiustificato per l’itera comunità.
Nessuna campagna elettorale o la propaganda quotidiana può distrarre la gente dalle questioni reali quotidiane all’infinito. La correlazione delle parole con la realtà che manca per troppo tempo porta alla stanchezza mentale e emotiva, quindi si traduce, prima o poi, nelle scelte elettorali perverse.
Se nemmeno in Germania, lo Stato che ha fatto e sta facendo i progressi più notevoli nella rieducazione del proprio popolo, si è riuscito a ingannare il 12,6% degli elettori – forse è il momento di rivedere il proprio modo di affrontare i temi difficili.
Questa è la mia dose odierna delle banalità.


Le denunce di Erdogan

Per pura curiosità ho provato a studiare le norme giuridiche su cui si basano le denunce di Erdogan contro il comico Boehmermann e la conseguente autorizzazione a procedere «da parte della Merkel» (il significato delle virgolette diventerà chiaro alla fine della lettura del post).

Come al solito, ho concluso che a gente protesta perché non capisce un cazzo del funzionamento del mondo. Ora provo a illuminarvi io. E voi provate a seguirmi.

Il famoso articolo 103 del Codice della procedura penale tedesco fu introdotto per volontà di Bismarck nel 1871. L’obiettivo della norma fu quello di proteggere i propri cittadini (tedeschi) dai vari deficienti di alto livello stranieri (ce n’erano tanti anche all’epoca). In tal senso la norma funziona benissimo anche nel XXI secolo.

Per la legge tedesca, una denuncia come quella di Erdogan può essere presentata (ed è stata presentata) in due modi differenti dalla medesima persona: in qualità di un capo di Stato o di Governo o in qualità di un cittadino privato. Nel primo caso ci vuole l’autorizzazione a procedere con le indagini (solo con le indagini!) da parte del Governo tedesco e la pena massima per il denunciato eventualmente condannato è di 3 anni. Nel secondo caso, invece, non ci vuole l’autorizzazione del Governo e la pena massima è di 5 anni.

L’intenzione del legislatore tedesco del 1871 era comprensibile: se un politico vuole «schiacciare» con il proprio peso un tribunale e un cittadino tedeschi, prima deve ottenere l’autorizzazione del Governo e, in caso di successo, ottenere una condanna dell’offensore meno grave. Il Governo tedesco, da parte sua, ha la facoltà di dirgli «Sei un coglione, comportati da un cittadino comune». Insomma, l’articolo 103 concede al Governo tedesco una possibilità in più di difendere i propri cittadini da politici presuntuosi.

La scelta del Governo tedesco di fornire l’autorizzazione non mi piace, ma questo non significa che non mi piace l’idea originale dell’articolo 103. Infine preciso perché la colpa viene attribuita alla Merkel: in caso di parità dei voti tra i membri del Governo, il voto del Cancelliere vale doppio.

Purtroppo questo suo errore comporterà la cancellazione, nel 2017, dell’articolo 103.


Tre dati sulla crisi ucraina

Sulle trattative tra Merkel, Hollande, Poroshenko e Putin bisogna sapere tre cose abbastanza semplici.

1. Hollande si sta sbattendo tanto per non essere considerato in Patria un Presidente totalmente fallito. In più, l’ipotetico ritorno di Sarkozy in politica lo spaventa. Merkel, invece, ha in mente l’esempio di Kohl, il quale è spesso considerato in riunificatore dell’Europa: non vorrebbe essere considerata lei la demolitrice della stessa Europa. E nessuno dei due rappresenta l’Europa, la quale non ha una posizione unica nei confronti della Russia (la Polonia è la più aggressiva per motivi geografici e storici, mentre la Grecia manifesta di essere disposta ad essere «comprata» dalla Russia).

2. Tutto dipende solo dalla volontà di Putin, per il quale il ritiro dalla Ucraina non ha alcun costo politico: avendo eliminato ogni forma di vera opposizione interna, ha la possibilità di uscire dalla crisi con un semplice «ci ho ripensato». Poroshenko, invece, non può dire «tenetevi pure l’est della Ucraina e smettiamola di litigare» perché questo sancirebbe la sua morte politica.

3. Ogni forma di mediazione occidentale è destinata a fallire. Perché Putin vede nelle relazioni internazionali con gli Stati occidentali l’unico senso della propria vita politica ma, allo stesso tempo, usa una logica da teppista. Infatti, il fatto che due leader occidentali si siano presentati da egli per trattare, viene da Putin interpretato come un segno di loro debolezza. Questo gli permetterà di non rispettare gli accordi raggiunti o non giungere ad alcun accordo.