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La musica del sabato

Improvvisamente, per il post musicale di oggi ho voluto selezionare qualcosa di positivo e rasserenante. In tal senso potrebbe andare bene il concerto per flauto in sol maggiore di Christoph Willibald Ritter von Gluck:

Mi dispiace tanto che diverse composizioni di Gluck siano andate perse…


La musica del sabato

Il duo country-rock statunitense The Everly Brothers fu particolarmente famoso e popolare nel primo perido della propria attività: dal 1956 (l’anno dell’esordio) al 1963 (l’anno in cui i fratelli Phil e Don furono chiamati alla marina militare USA). La stilistica del duo influenzò diversi gruppi famosi dei decenni successivi: in particolare (secondo me) il ben noto anche a voi duo Simon and Gurfunkel (il quale, però, è diventato meritatamente famoso senza imitare cecamente i protagonisti del mio post di oggi).
Ricordando i gruppi di una simile popolarità e influenza, ma allo stesso tempo anche datati (quest’anno The Everly Brothers avrebbero festeggiato 66 anni di attività), è sempre ammissibile postare anche le loro canzoni più famose: c’è sempre qualcuno che non se le ricorda o addirittura non conosce. Quindi per il post musicale di oggi ho scelto le seguenti due canzoni de The Everly Brothers.
La prima è la «Bye Bye Love» (dall’album «The Everly Brothers» del 1957). Si tratta del secondo singolo del gruppo nel senso cronologico e della prima loro canzone diventata popolare.

La seconda canzone selezionata per oggi è la «Cathy’s Clown» (dall’album «A Date with the Everly Brothers» del 1960). Questa è stata la prima canzone pubblicata dallo studio americano Warner Bros. Records in UK; nel 1963 The Beatles avevano arrangiato la parte vocale di «Please Please Me» seguendo l’esempio di questa canzone.

È abbastanza curioso ricordarsi del fatto che non troppo tempo fa (certo, relativamente) questa era la musica giovanile alla moda.


La musica del sabato

Volevo selezionare qualche bella musica adatta per il periodo festivo in corso, e penso di esserci riuscito.
Oggi vi propongo il Concerto grosso in sol minore (fatto per la notte di Natale) di Arcangelo Corelli. Mi piace questa sua esecuzione della Orquesta Sinfónica de Galicia diretta da Ton Koopman:

E poi vi ricordo che si tratta dell’ottavo dei dodici concerti grossi del compositore: si trovano tutti facilmente su internet.


La musica del sabato

La prima canzone natalizia che viene in mente alla maggioranza delle persone è quella di un duetto degli anni ’80. Ma io quest’anno vorrei postare qualcosa di meno banale (almeno dal punto di vista quantitativo).
Per esempio, potrei postare la «Driving Home For Christmas» di Chris Rea:

Della suddetta canzone esistono anche delle cover più o meno simpatiche (per chi fosse interessato a questo genere). Così, ha senso di ricordare l’interpretazione di Helene Fischer:

Oppure l’interpretazione della stessa canzone da parte di Glennis Grace:

Sì, a volte ci vuole qualcosa di leggero.


La musica del sabato

Di fatto siamo già in inverno, quindi per la scelta della musica del sabato posso applicare le stessa logica dell’estate, della primavera e dell’autunno.
Oggi ascoltiamo le composizioni «invernali» di Pyotr Ilyich Tchaikovsky scritte per il suo ciclo per il pianoforte «Le stagioni» (del 1876).
«Dicembre. Vigilia di Natale»:

«Gennaio. Vicino al caminetto»:

«Febbraio. Maslenica»:

Gli interessati conoscono (o possono ascoltare anche grazie ai miei post precedenti) le altre nove parti del ciclo…


La musica del sabato

Il gruppo inglese Jethro Tull nel corso della propria storia aveva sperimentato – di solito per il volere del proprio leader Ian Anderson – con diversi generi musicali: dopo essere partiti con il blues rock, i Jethro Tull hanno in diverse epoche aggiunto alla propria musica degli elementi di folk, jazz, musica classica e delle varie correnti del rock. I cambiamenti così forti – si tratta dei generi spesso abbastanza lontani tra essi – hanno costituito una delle cause principali dei cambiamenti frequenti della formazione del gruppo: c’era sempre qualcuno disinteressato (usiamo pure questo temine diplomatico) al nuovo genere adottato. Ma, sorprendentemente, i vari cambiamenti non hanno danneggiato la popolarità del gruppo. Anzi, i Jethro Tull, pur essendo sempre lontani dal mainstream, utilizzando degli arrangiamenti difficile e scrivendo dei testi particolari, hanno avuto un buon successo commerciale per oltre un decennio.
Ora, non ha molto senso tentare di riassumere tutta la storia musicale dei Jethro Tull in un solo post. Tale storia, come si è appena detto, è troppo lunga e varia. Sarebbe invece più utile e bello dedicarsi a un periodo stilistico alla volta. Di conseguenza, oggi ho deciso di dedicare il mio post musicale al periodo iniziale del gruppo: quello caratterizzato dal progressive blues e rappresentato dal loro primo album «This Was» del 1968.
Il primo brano scelto per oggi è il «Serenade to a Cuckoo», una cover della omonima melodia del musicista-compositore jazz Roland Kirk. In questa occasione è anche possibile apprezzare l’uso del flauto da parte di Ian Anderson (si dice che sarebbe stato il primo a utilizzare questo strumento nella musica rock).

Il secondo brano scelto dallo stesso album è la «A Song for Jeffrey», dedicata al musicista Jeffrey Hammond (il quale è diventato il bassista del gruppo tre anni più tardi).

Penso che per oggi possa andare bene così. Prima o poi tornerò ai Jethro Tull per condividere qualche altro periodo della loro storia.


La musica del sabato

Non so perché, ma per il post musicale di oggi ho voluto scegliere qualche altra sinfonia di Louis-Hector Berlioz. La «Harold en Italie» del 1834 potrebbe andare benissimo:

In questo specifico caso si tratta della interpretazione della Orchestra della Radio di Mosca (emittente non più esistente dal 1993), diretta da Vladimir Fedoseyev. Il primo violino è Yuri Bashmet. La registrazione è del 1985.


La musica del sabato

Il mercoledì 24 novembre, come molto probabilmente sapete, era il trentesimo anniversario della morte di Freddie Mercury. Mi è sembrato quindi abbastanza logico ricordare quest’ultimo nella edizione odierna della mia rubrica musicale…
A questo punto ci terrei a precisare che la breve carriera da solista di Mercury non ha secondo me portato a dei risultati particolarmente interessanti. Così come gli altri membri dei Queen, pur essendo dei bravi musicisti, non hanno saputo produrre qualcosa di realmente originale al di fuori dal gruppo, anche Mercury, una delle voci rock più interessanti e – dal punto di vista accademico – coltivate, non ha trovato delle giuste ispirazioni fuori dal suo ambiente ideale. Anzi, la sua ben nota collaborazione con la Montserrat Caballé è stata, tecnicamente, un grande fallimento: la voce più forte della musica non classica faceva una impressione pietosa «accanto» a una delle più grandi voci dell’opera mondiale.
Di conseguenza, preferisco ricordare Freddie Mercury esclusivamente come una parte inseparabile dei veri Queen (anziché continuare a parassitare sul passato, i membri rimanenti del gruppo farebbero meglio a cercare la propria strada o ritirarsi). Ecco perché per il post commemorativo di oggi ho scelto due canzoni dell’ultimo album registrato in studio: «Made in Heaven» del 1995. Si tratta di un album composto da alcune canzoni dei Queen la cui registrazione è stata completata ormai dopo la morte di Mercury e le canzoni di Mercury stesso già pubblicate precedentemente (ma in parte re-registrate appositamente per questo ultimo album del gruppo).
La prima canzone scelta è «A Winter’s Tale» (ed è l’ultima canzone registrata in studio dall’ormai gravemente malato Mercury):

La seconda canzone scelta è «Mother Love» (l’ultima sua parte è cantata dal chitarrista Brian May perché Mercury era ormai impossibilitato di tornare in studio):

Ecco, oggi è andata così, mentre nella vita quotidiana ricordo Freddie Mercury e i Queen prevalentemente per altre canzoni.


La musica del sabato

Nella storia musicale sono rimasti alcuni vecchi celebri gruppi, la cui musica al giorno d’oggi sembra ormai abbastanza ingenua: quasi «da bambini». Per fortuna, non è sempre un motivo sufficiente per rimuovere quei gruppi dal mostro playlist: la musica di alcuni di quei gruppi può benissimo funzionare da sottofondo sonoro quando, per esempio, si ha bisogno di dare un certo ritmo alla nostra attività mentale (a me capita di utilizzarla in quel modo mentre formatto i testi già pronti nella loro parte significativa o sistemo grandi quantità di dati). E poi, a volte, quella musica aiuta a ereggere una sorta di barriera tra i pensieri e i suoni del mondo esterno…
Uno dei gruppi che spesso mi aiutano nel senso appena descritto sono The Shadows. Una volta, tanto tempo fa, mi era già capitato di postare due loro brani. Oggi posso proporne altri due.
Il primo brano scelto per oggi è «Atlantis»:

Il secondo brano scelto per oggi è «Geronimo»:


La musica del sabato

Il fiorentino Giovanni Battista Lulli arrivò in Francia nel 1646 come l’insegnante d’italiano di una famiglia nobile francese. Dopo la sconfitta della fronda parlamentare — la quale fu attivamente sostenuta dalla sua «datrice di lavoro» Duchessa di Montpensier — riuscì a entrare a far parte della corte di Luigi XIV e ottenere, nel 1653, l’incarico del «compositeur de la musique instrumentale». Proseguendo la propria carriera musicale alla corte, nel 1661 prese anche la cittadinanza francese e cambiò il nome in Jean-Baptiste Lully.
Ma — quello che ci interessa maggiormente — Lully è passato alla storia della musica come il fondatore dell’opera nazionale francese e uno dei principali rappresentanti della cultura musicale barocca francese.
Per il post musicale di oggi non seleziono alcuna parte delle opere liriche di Lully, ma due esempi della sua musica da ballo: quella che all’inizio del XXI secolo lo ha reso noto anche nella cultura popolare (attraverso un film francese).
Inizio con la «Passacaille»:

E poi metterei una delle sue sarabande: