Cosa vi ho nascosto:

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Gli investimenti della NATO

Anthony Blinken dice che la NATO starebbe valutando la possibilità di investire in armamenti di epoca sovietica utilizzati dall’esercito ucraino. Tale dichiarazione rientra nella logica di due notizie che mi è già capitato di leggere in precedenza. Prima di tutto, mi è già capitato di leggere che la NATO starebbe discutendo la possibilità di investire in vecchie fabbriche nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e in Bulgaria per riprendere la produzione di missili per i sistemi di artiglieria ucraini di epoca sovietica. In secondo luogo, alcuni Stati-membri della NATO avevano già dichiarato, in momenti diversi, di avere esaurito gli armamenti da fornire alla Ucraina. Quindi la dichiarazione di Blinken in un primo momento sembra una testimonianza di intenzioni concrete e utili (nonostante la relativa obsolescenza degli armamenti sovietici).
Quello che mi preoccupa è la tempistica: quanto tempo ci vorrà per riavviare la produzione in questione? Molto probabilmente anche secondo gli americani la guerra sarà ancora abbastanza lunga…


La NATO sulla mappa

Pensavate di sapere tutte le cose principali sulla NATO? Ebbene, il sito della NATO ne sa molte più di voi. Secondo me ne più pure della NATO stessa:

Sì, avete capito bene: gli Stati colorati di verde sarebbero i partner della NATO.


Zelensky impone una scelta

Il venerdì 30 settembre il presidente ucraino Zelensky ha dichiarato di avere firmato una richiesta di adesione accelerata alla NATO. («Accelerata» significa aggirando il cosiddetto Piano d’azione per l’adesione alla NATO preparato individualmente per ogni potenziale candidato). Per il momento provo a essere diplomatico e dico di non sapere se la presentazione di tale richiesta possa avere degli effetti sperati. Tanto, volevo scrivere di altro.
La domenica 2 ottobre i presidenti di Montenegro, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lettonia, Macedonia del Nord, Polonia, Romania e Slovacchia hanno affermato – nella loro dichiarazione comune – il sostegno alla adesione dell’Ucraina alla NATO. Il documento è pubblicato sul sito della presidenza polacca.
Ecco, la lista degli Stati con la reazione così veloce e netta mi sembra molto logica e prevedibile: è composta dagli Stati che si sentono più in pericolo a causa della vicinanza geografica con la Russia; si sentono in pericolo nonostante il fatto che l’esercito russo si sia dimostrato infinitamente meno forte di quanto si pensasse fino a poco più di sette mesi fa. Sperano dunque che una presenza maggiore della NATO nella regione possa aumentare la loro sicurezza. Anche se capiscono che alla guida della Russia c’è un personaggio per nulla razionale, sempre meno razionale, capace di colpire in qualche pure la NATO. Allo stesso momento, non so se capiscono che Zelensky – il presidente di uno Stato lontano e non enorme – sta costringendo la NATO in generale e gli USA in particolare a prendere (e manifestare) finalmente una decisione circa la partecipazione diretta nella guerra in corso. Biden e Stoltenberg non saranno felicissimi di questo fatto…
Ma ancora meno sarà felice Putin, qualora dovesse scoprire di contare – agli occhi dei leader occidentali – meno di Zelensky. Sarà il colpo finale per il suo stato mentale (che ormai non mi azzardo a definire con il termine «salute»). Spero che le persone che prendono le decisioni non se ne preoccupino più di tanto.


I nuovi membri della NATO

La grande notizia di ieri era in realtà scontata: Erdogan ha «acconsentito» l’adesione della Svezia e della Finlandia alla NATO. Era scontata non solo perché la diplomazia è sempre una trattativa, ma anche e soprattutto perché Erdogan è un uomo dell’est. Un uomo dell’est non vende alcunché senza trattive lunghe, accese e piene di pseudo-rifiuti «categorici» di accettare le proposte della controparte. Molto probabilmente la maggioranza dei miei lettori occidentali conosce poco o per nulla tale modo di fare, mentre per me è sempre stato evidente il concetto di base: Erdogan alla fine accetta, ma bisogna vedere in cambio di cosa.
In sostanza, Erdogan ha ottenuto due cose. La prima era facilmente immaginabile: la Finlandia e la Svezia hanno concordato di «prevenire le attività» del Partito dei Lavoratori del Kurdistan e delle altre strutture che la Turchia considera terroristiche. Inoltre, si sono impegnate a non sostenere la Forza di autodifesa curda siriana (YPG) – affiliata al Partito dei lavoratori del Kurdistan – e il movimento FETO del predicatore Fethullah Gülen.
La seconda cosa ottenuta da Erdogan era un po’ meno ovvia (probabilmente in forza delle nostre dimenticanze), ma sempre logica: la Finlandia e la Svezia hanno accettato di revocare l’embargo sulle armi alla Turchia precedentemente imposto in risposta alle azioni della Turchia in Siria nel 2019.
Direi che in entrambi i casi la vittoria diplomatica di Erdogan può anche essere considerata temporanea (almeno nel lungo periodo: in futuro nessuno impedisce, per esempio, a riavviare le discussioni sul destino dei curdi), mentre l’importante rafforzamento della NATO è permanente.
Tutti, compresi i nuovi due membri, ringraziano vivamente lo sponsor politico principale di tale rafforzamento. Conoscete benissimo il suo nome, quindi è inutile che io lo scriva ancora una volta.


Il problema dell’essere un tattico

Il summit della NATO si terrà a Madrid dal 28 al 30 giugno. Ma già ieri il segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato due delle misure che quasi sicuramente verranno adottate:
1) Le forze di risposta rapida della NATO saranno aumentate da circa 40 mila persone attuali a più di 300 mila (l’aumento è stato richiesto da alcuni Stati dell’Europa dell’Est).
2) Secondo il nuovo concetto strategico della NATO, la Russia sarà indicata come «la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza della alleanza».
Ovviamente si tratta di una nuova grande «vittoria» di Vladimir Putin… Molti di voi avranno già imparato bene la mia (e non solo mia) constatazione che non è uno stratega ma un tattico. Quindi evito di dedicare tanto spazio a tale concetto e passo direttamente a una delle sue conseguenze.
Il fatto è che i risultati de tattici – soprattutto di quelli di qualità non eccezionale – sono facilmente prevedibili. Quindi io prevedo già ora che in Europa aumenteranno anche le armi della NATO. Infatti, alcuni osservatori spiegano la lentezza nelle forniture degli armamenti pesanti alla Ucraina con l’attuale scarsa disponibilità fisica di queste ultime (e questo sarebbe la migliore risposta a tutti coloro che vedono la NATO come una alleanza aggressiva). Ebbene, sarebbe logico prevedere la correzione anche di questo dettaglio.
Anticipiamo dunque altri complimenti a Putin.


L’agente segreto della NATO

È ormai largamente noto il fatto che Vladimir Putin è infastidito dell’allargamento della NATO verso l’est. Non minacciato (la minaccia militare è una giustificazione della propria politica estera venduta alla popolazione), ma aggredito nella propria concezione della «geopolitica» (essendo un adepto di questo pensiero già di per sé obsoleto, vede ancora il mondo nell’ottica della conferenza di Yalta del 1945: diviso nelle aree di influenza dell’epoca). Di conseguenza, possiamo e dobbiamo fargli tanti complimenti per un risultato «fantastico» già raggiunto con la guerra contro l’Ucraina: è riuscito a ottenere un altro importante, veloce e non previsto fino a tre mesi fa allargamento della NATO verso i confini russi. Ha ottenuto proprio quella cosa che dichiarava di volere evitare.
Non penso di avervi comunicato qualcosa di nuovo.
Ma voglio comunque sottolineare un dettaglio importante. L’eventuale adesione di ogni singola ex-repubblica sovietica alla NATO avrebbe rappresentato una operazione fortemente sbilanciata: l’Alleanza sarebbe costretta a offrire tanto senza ottenere dei vantaggi di alcun genere, mentre ogni nuovo Stato-membro sarebbe stato solo un recipiente senza riuscire a contribuire seriamente alla potenza della Alleanza (in entrambi i casi della protezione). Con l’adesione della Finlandia e della Svezia, invece, la NATO non solo si allarga, ma pure si rafforza: perché vede aggiungersi due Stati sviluppati e ricchi, dotati degli eserciti già forti, addestrati e attrezzati.
Insomma, Putin è riuscito a rendere la NATO non solo più grande, ma anche più forte. Complimenti…


Tiger Team

La Casa Bianca avrebbe creato un gruppo di lavoro «Tiger Team» (nome non ufficiale), il quale sta sviluppando un piano di risposta da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati in caso dell’uso da parte della Russia di armi di distruzione di massa: quelle chimiche, biologiche o nucleari. Allo stesso tempo, i funzionari statunitensi valutano i rischi dell’uso di armi nucleari da parte della Russia come bassi.
Di fronte a tale notizia dobbiamo preoccuparci? Direi di no: anzi, considerato un alto grado di precisione con il quale i militari statunitensi hanno predetto l’inizio della guerra, possiamo presumere che siano altrettanto precisi anche nelle loro valutazioni circa le bombe atomiche. Considerano il rischio come basso, ma non possono non reagire del tutto in presenza di un rischio…
Certo, è probabile che la mia mente stia cercando sostituire l’analisi con la speranza, ma lo scrivo comunque: ci sarebbero meno motivi per preoccuparsi.
Quindi ora potete leggere serenamente l’articolo linkato sopra e scoprire su quali scenari stanno lavorando negli USA.


Tutti simulano la guerra

In Europa più o meno tutti continuano ad aspettare l’invasione russa dell’Ucraina. Aspettarla temendola; aspettarla sperando che si eviti una nuova guerra in Europa. Io continuo a considerare quella guerra poco probabile (ho già scritto più volte che non reputo Putin capace di prendere le decisioni di questa portata), ma forse oggi conviene aggiungere alcune altre considerazioni.
1) Inizierei dall’ipotizzare il punto di vista della NATO. In questi anni Putin ha dimostrato di essere uno stratega, pensatore e politico assolutamente mediocre: può fare dichiarazioni radicali e inattese, ma non ha la capacità di raggiungere obiettivi politici. Allo stesso modo, non si è dimostrato capace di calcolare le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni (non è uno stratega ma solo un tattico). Qualsiasi cosa faccia, l’effetto è sempre dannoso per lo Stato. Così è successo anche questa volta, quando gli è stato chiesto di spiegare il senso della concentrazione delle truppe russe vicino al confine con l’Ucraina: Putin ha improvvisamente cominciato a dettare gli ultimatum geopolitici alla NATO. Ed è stata una auto-fregatura colossale: approfittando del suo tono aggressivo, la NATO ha intenzionalmente alimentato una isteria sull’argomento «la Russia sta per attaccare» per fare finalmente ciò che volava fare da tempo voleva. Mancava solo un pretesto formale e presentabile per pompare l’Ucraina con le armi moderne e rafforzare le forze della NATO in Europa orientale. Quindi la retorica stupida di Putin sul «necessario» ritiro della NATO dall’Europa ha avuto l’effetto opposto: una scusa legale per la NATO per espandersi e rafforzarsi. Putin si è messo a giocare una partita troppo difficile per lui e ha ottenuto lo scacco matto in tre mosse.
2) Inoltre, possiamo provare a ipotizzare il punto di vista dei politici europei e statunitensi (in quest’ultimo caso in realtà possiamo parlare al singolare). A differenza di quanto succede in Russia e negli altri ex membri dell’URSS ora totalitari, i politici europei e americani dipendono fortemente dai loro elettori e fanno il possibile per conquistare la loro simpatia. Quindi di recente hanno scoperto un nuovo modo di conquistare dei grandi benefit politici con il minimo sforzo. Il trucco si chiama «Convincere Putin a non fare la guerra» e consiste in tre passaggi. Il primo passaggio: si afferma che Putin sta per iniziare una guerra. Poiché l’immagine internazionale di Putin è – meritatamente – quella che è, l’affermazione sembra credibile. Da questo deriva il secondo passaggio: esprimere costantemente preoccupazione, chiamare Putin e/o andare da lui ogni giorno per dei negoziati. In questa fase ogni nuovo giorno senza la guerra è presentato (o, se preferite, percepito) come una vittoria personale di quel politico occidentale che è «riuscito temporaneamente a dissuadere Putin». (In questo gioco Putin viene usato, usato come uno spaventapasseri, ma non se ne rende conto ed è contento per l’attenzione da parte dei grandi di questo mondo e orgoglioso per la propria «importanza globale»). Il secondo passaggio consiste – per il politico occidentale – nel presentarsi come un salvatore del mondo e della pace, ottenendo quindi dei bonus politici nel proprio Paese. Di conseguenza, è normale chi in tanti si sono messi ora in fila per «negoziare» con Putin: Biden, Macron, Scholz…
3) Infine, possiamo ipotizzare il punto di vista di Putin. Probabilmente Putin sta sospettando che le sue residenze siano spiate: da qualche dispositivo tecnologico o da una talpa. Quindi per scoprire con esattezza il punto della fuga delle informazioni, sfruttando le poche abilità acquisite grazie alla prima professione, si sposta da una stanza all’altra e pronuncia delle frasi diverse. Nel cesso dice: «Ordino al ministro della difesa di attaccare Kiev domani!». Nella camera da letto dice: «Voglio creare un sito di test nucleari nell’Artico!». Nel salotto dice: «ho finalmente deciso a fare una proposta di matrimonio alla regina Elisabetta!» Etc. etc… Insomma, in base alla frase diventata di dominio pubblico tenta di individuare il punto di fuga delle informazioni. A quanto pare, la cimice è nascosta nel cesso.

Pur non essendo un grandissimo esperto nelle questioni militari, avrei potuto tentare un confronto tra le dotazioni tecniche-militari russe e quelle della NATO. Ma questo, in ogni caso, è un altro argomento.


L’incontro tra Biden e Putin

Sull’incontro tra Putin e Biden di ieri – tenutosi nel formato di una video call – le cose da sapere e capire sono in realtà poche e abbastanza banali. Le segreterie dei due presidenti ci hanno già fornito l’elenco degli argomenti dei quali si era parlato: come abbiamo visto, non c’è stata alcuna sorpresa o alcuna affermazione che non avremmo potuto sentire o immaginare anche qualora quell’incontro non avesse mai avuto luogo.
Prima di tutto bisogna capire che l’incontro era voluto prevalentemente da Putin: aveva bisogno di essere riconosciuto ancora una volta un politico di importanza mondiale, di importanza almeno non inferiore a quella di Xi Jinping (con il quale Biden ha recentemente parlato sempre via video). Consideratela pure una forma di gelosia. Ma non tutti si rendono conto che, di conseguenza, è il presidente americano a riconoscere o meno l’importanza di ogni politico.
In secondo luogo, Putin spera – ed è una speranza pubblicamente dichiarata – di ottenere una garanzia ufficiale scritta della non-estensione della NATO verso i confini della Russia. Non so bene come possa essere formulata giuridicamente e spiegata logicamente (da parte della NATO) una garanzia del genere. Non so nemmeno (e forse è una mancanza di conoscenza ancora più profonda) perché Putin sia così ossessionato dalla posizione geografica delle truppe della NATO: anche qualora si decidesse, per qualche stranissimo motivo, di attaccare uno Stato dotato delle bombe atomiche, una alleanza geograficamente estesa e tecnologicamente moderna avrebbe trovato il modo di organizzarsi senza preoccuparsi di qualche centinaio di chilometri in più o in meno… So solo che vuole vivere, a livello internazionale, in un mondo antico, simile a quello creato dagli accordi di Yalta, un mondo diviso nelle aree di influenza. Quindi è costretto a collocare le truppe al confine per allarmare la controparte e costringerla a un dialogo diretto. Costringerla per essere riconosciuto un politico di livello mondiale.
Insomma, l’incontro tra Biden e Putin è stata una cosa inutile, senza senso, al fine di sé stessa. Di conseguenza, è inutile dedicarle troppe parole.


Nagorno Karabakh

Dato che i media occidentali in qualche modo tentano di parlare del conflitto che si è riacceso nel Nagorno-Karabakh, provo a fare pure io un commento. Non mi metto a raccontare tutta la storia pluridecennale del problema – chi si interessa se la (ri)legge da solo – ma vi aggiorno sulle sue particolarità attuali. L’obiettivo è dimostrare che non tutti i problemi possono essere risolti dalle «potenze» geograficamente più vicine.
Formalmente, il conflitto in corso vede confrontarsi due Stati (l’Armenia e l’Azerbaigian) per il controllo del territorio Nagorno Karabakh (in teoria sarebbe uno Stato non riconosciuto più o meno da tutto il mondo).
Quindi da una parte c’è l’Armenia: è l’unico Paese menzionato nelle cronache babilonesi che al giorno d’oggi esiste ancora. Nel corso dei millenni trascorsi tra la suddetta citazione e la data odierna, l’Armenia ha perso quasi tutti i suoi territori, compreso il suo grande simbolo: il Monte Ararat. Tutti quei territori sono stati staccati, a pezzi, dai vicini-invasori.
Quando parliamo dei vicini-invasori, prima di tutto dobbiamo pensare alla Turchia e all’Azerbaigian (la seconda parte formale del conflitto), i quali si offendono tantissimo ogni qualvolta si tenta di ricordare a loro anche la storia più o meno recente. Così, per esempio, molte edizioni delle guide e promemoria distribuiti ai turisti in visita in Turchia avvisano esplicitamente: mai chiamare Istanbul col nome Costantinopoli in presenza dei turchi. I turchi di oggi vivono nella capitale dell’Impero Bizantino che i loro antenati hanno conquistato in una guerra offensiva. Conquistato e, dopo avere massacrato la popolazione, anche semi-distrutto fisicamente. Ancora oggi lo Stato turco (solo per non ripetere i nomi delle nazionalità) continua a convertire le chiese cristiane in moschee, ma allo stesso tempo non ama che qualcuno gli ricordi quanto appena scritto. Ci sono moschee e santuari musulmani sul territorio dell’Armenia. Non ci sono chiese armene (quindi cristiane) sul territorio della Turchia e dell’Azerbaigian (l’Armenia, tra l’altro, è il primo Paese al mondo ad aver adottato ufficialmente il cristianesimo). Gli antichi cimiteri e santuari armeni, finiti in diversi anni all’interno dei confini della Turchia e dell’Azerbaigian assieme ai territori conquistati, sono tutti distrutti. E lo Stato turco non riconosce tuttora il genocidio armeno condotto cento anni fa. Anzi, manifesta delle reazioni furiose quando qualcuno tenta di parlarne.
In continuazione della logica storicamente affermata (purtroppo), anche il Nagorno-Karabakh – tradizionalmente abitato dagli armeni – è sempre stato l’oggetto dell’odio in Turchia e in Azerbaigian. Naturalmente, i piani per l’annessione di questa regione venivano preparati da molto tempo (oggi i politici turchi e azerbaigiani parlano di una «soluzione definitiva della questione»).
Proprio per questo l’Armenia contemporanea ha inizialmente puntato praticamente tutto sulla Russia. Proprio per questo le unità militari russe sono state ufficialmente di stanza in Armenia per tutti questi anni: la Russia aveva promesso all’Armenia di fare da garante della pace nella regione e di fornire una protezione quando i turchi o gli azerbaigiani dovessero finalmente attaccare militarmente. Nessuno ha mai dubitato di quest’ultima opzione: né l’Armenia, né la Turchia con l’Azerbaigian. Non si tratta dunque dell’intento dichiarato di richiedere un aiuto militare nel caso di una invasione attesa. Si tratta delle truppe russe presenti sul territorio in modo permanente – nelle proprie basi militari – già pronte da anni a intervenire. Trattandosi più di una certezza che di un rischio, lo Stato armeno ha sempre dimostrato la disponibilità di tollerare anche degli episodi abbastanza gravi: per esempio, la fuga di un soldato russo impazzito finita con l’uccisione una famiglia armena: l’accordo di protezione con la Russia ha l’importanza vitale per l’intero Stato.
Quindi nella situazione attuale, quando gli azeri hanno nuovamente radunato le proprie forze armate e hanno iniziato l’invasione del Nagorno-Karabakh, la Russia avrebbe potuto fermare la guerra con una mossa semplice e poco impegnativa: solo per ricordare di essere una alleata dell’Armenia, avrebbe potuto far fare un volo esemplare ai suoi aerei stanziati sulle basi locali. Non sarebbe servito nemmeno un bombardamento, nemmeno un episodio di combattimento da parte delle truppe russe: solo una dimostrazione di forza e di volontà politica. E la guerra sarebbe finita subito. Né l’Azerbaigian né la Turchia (che era entrata in guerra dalla sua parte su un territorio straniero) avrebbero trovato oppotuno scontrarsi militarmente con la Russia.
Ma la Russia non farebbe mai nemmeno quella semplice mossa. Perché? Prima di tutto, Putin è un – usiamo un termine un po’ diplomatico – fifone. In tutti i vent’anni che si trova al potere, non ha preso una sola decisione realmente forte. Tutto quello che sa fare è agire alla chetichella. Sa mandare in uno Stato vicino i sabotatori in uniforme senza i gradi, contrabbandare le attrezzature militari all’estero mascherandole con un convoglio umanitario, far applicare delle sostanze velenose sulle porte altrui, e, ogni volta beccato, ripetere: non siamo stati noi, noi non c’entriamo niente…
In secondo luogo, bisogna ricordare che la Russia è il peggior alleato che si possa immaginare. La Russia non ha amici: la Russia ha litigato con tutto il mondo che la circonda, ha rovinato i rapporti non solo con le grandi potenze mondiali, ma anche con quasi tutti i propri vicini. In tempi di pace, la Russia può anche prendere impegni con l’Armenia e garantirle generosamente la protezione. Può farlo per dei piccoli guadagni a breve termine. Ma sicuramente non rispetterà gli impegni presi nel momento decisivo, quando ce ne sarà il reale bisogno.
La Russia – intesa come un insieme delle personalità al governo – ha i suoi problemi e suoi obbiettivi. È in corso lo scandalo con l’avvelenamento dell’oppositore Navalny, di conseguenza si intuiscono le nuove sanzioni occidentali in arrivo, la caduta del rublo, la minaccia di non poter completare/sfruttare il nuovo gasdotto Nord Stream-2. Ecco perché la Russia, e prima di tutto Putin, fa tutto il possibile per «non ricordare» degli impegni presi. Anzi, in un certo senso la guerra in Armenia conviene alla Russia. Perché permette di «invitare le parti alla pace», fare la faccia triste davanti alle telecamere, inviare un paio di scatole di bende nelle zone di combattimenti e apparire un umile pacificatore nella speranza di rafforzare, in questo modo, la propria immagine internazionale scossa. Ma l’aiuto concreto all’Armenia nell’ambito dell’accordo di alleanza non è assolutamente nei piani della Russia.
In realtà questa è la risposta alla domanda perché tutti Stati del mondo – anche quelli che geograficamente, culturalmente e spesso politicamente sono più vicini alla Russia – si rivolgono alla NATO in ogni occasione di difficoltà. Lo fanno perché capiscono: una alleanza con la NATO è mille volte più sensata e sicura di una alleanza con la Russia. Perché la Russia tradirà nel momento del primo problema serio.
L’Armenia ha sempre puntato tutto – o quasi – sulla sua amicizia con la Russia: questo è stato un suo errore fatale.
La Turchia è da tempo nella NATO (il fatto di cui la NATO si sta pentendo da tempo). Ora la Turchia ha gli F-16 con armamenti missilistici e droni, i quali, pur essendo vecchi, possono, nel caso di un conflitto diretto, distruggere facilmente qualsiasi mezzo militare di produzione russa. Le armi russe di produzione contemporanea, purtroppo, non possono assolutamente competere con anche le più antiche generazioni di quelle occidentali. Non c’è dunque alcun problema per la Turchia a dichiarare di essere un alleato all’Azerbaigian e di andare in guerra sul territorio di un altro Stato semplicemente per l’amicizia e per la ricerca della «soluzione finale della questione». Ma la Russia si aggrapperà certamente alla scusa che il Karabakh non è esattamente l’Armenia, quindi gli accordi non funzionano e bla bla bla…
Bene, ora avete qualche elemento in più per orientarvi bene nella situazione.