Cosa vi ho nascosto:

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Altri “Referendum”

Lo sapete già: in Veneto ha partecipato al «referendum» il 57,2% degli aventi diritto (98,1% per il sì), mentre in Lombardia il 38,25% (95,29% per il sì).
Dato che almeno in Lombardia l’evento è stato ben pubblicizzato (almeno nel senso commerciale del termine), penso di poter sottolineare una certa somiglianza del «referendum» con l’analogo gioco collettivo catalano. In sostanza, vi partecipano solo le persone favorevoli al «sì» ed i simpatizzanti dei promotori della consultazione stessa.
I contrati e gli indifferenti, invece, ignorano i giochi inutili come questo.

Per correttezza, dobbiamo sottolineare che una piccola utilità c’è stata, ma solo per la Lega: con i voti pubblici essa ha censito i propri simpatizzanti in due Regioni italiane. Auguri a tutti.


Il “referendum”

Del referendum in Catalogna non ho capito solo una cosa: perché lo Stato spagnolo abbia reagito. Non come lo abbia fatto, ma proprio il perché della reazione.
Per Legge spagnola (come per quasi tutte le altre leggi nazionali) la consultazione in questione non poteva avere effetti legali, quindi era solo un gioco collettivo i cui risultati possono e devono essere ignorati dalle Istituzioni. Al massimo avrebbe avuto senso limitarsi a perseguire quegli amministratori locali che hanno sfruttato la propria posizione di potere per trarre in inganno i cittadini sulla possibilità reale di un referendum del genere.
Nel corso della vita ho osservato che molti nostri problemi (e molti nostri nemici) si materializzano solo grazie ai nostri notevoli sforzi nell’affermare la loro esistenza, nella autoconvinzione che esistano. L’unico effetto possibile della lotta ai fantasmi è la comparsa dei fantasmi.
P.S. Agli amanti dilettanti del diritto internazionale ricorderei che quest’ultimo è schizofrenico. Esso si basa su due principi che si escludono a vicenda: l’autodeterminazione dei popoli e l’integrità territoriale degli Stati.


Votate il ritrattista

Le idee e i valori, buoni o cattivi che siano, se ne vanno. I ritratti, invece, restano. La morale: alle prossime elezioni (o referendum) votate un ritrattista.

Oppure trasferievi in Corea del Nord: il rispetto delle tradizioni ormai c’è solo lì…


Non imitatelo

A giudicare da quello che dicono e scrivono gli italiani, quasi nessuno si è accorto di un fatto piuttosto grave: a buttare nel cesso una delle più importanti riforme italiane degli ultimi anni è stato proprio Matteo Renzi.

Il suo errore colossale sta nell’aver politicizzato il referendum con la frase «se vince il no, io mi dimetto» (aveva addirittura promesso di ritirarsi dalla politica, ma questa ultima promessa è verificare nel tempo). Ma era troppo facile prevedere che dopo queste parole tanti partiti di opposizione diversi dal suo si sarebbero approfittati della occasione per far cadere il Governo. Sì, si tratta di una delle occasioni meno opportune per chi è capace di ragionare sul futuro nel lungo termine. Sì, questo comportamento illustra bene quanto è basso il livello della responsabilità dei politici italiani nei confronti delle generazioni future. Sì, sappiamo anche che una delle funzioni principali di un qualsiasi politico è quella di lottare per il potere.

Ecco, abbiamo avuto l’ennesima conferma che a molti politici italiani interessa il potere in sé. Il potere da conquistare bloccando anche le versioni più timide delle riforme necessarie per il buon funzionamento dello Stato. Quindi i personaggi in questione hanno fatto di tutto per convincere gli italiani che la reale domanda del referendum sia «Vogliamo Renzi al Governo?».

Inoltre, abbiamo avuto l’ennesima conferma che il gregge degli elettori senza cervello è sempre pronto e addirittura felice di sostenere nella lotta per il potere proprio i politici di cui sopra. Ovviamente non rendendosi conto di aiutare proprio quei politici che fino al giorno prima loro stessi accusavano di volere solo il potere. Bravi! Ci vorrebbe un applauso…

Matteo Renzi ha buttato nel cesso anche la possibilità di entrare nella storia come un grande riformatore italiano. Entrerà invece nella storia solo come il premier di un Governo di destra-sinistra. E, magari, per essere stato vittima di un vecchio vizio della politica italiana: quello di affidare l’approvazione di ogni questione minimamente importante al voto di fiducia. Beh, almeno può accontentarsi dei manuali di scienza politica dove farà da esempio su come non si presentano al giudizio popolare le riforme costituzionali.


Referendum sul futuro

Come molto probabilmente sapete, io non sono italiano. Io stesso so che non dovrei intrommettermi in certi «affari interni» italiani, ma, visto che passo in Italia una notevole quantità di tempo all’anno e un po’ me ne sono affezionato, il futuro di questo Paese non mi è del tutto indifferente.

Avevo dunque pensato di scrivere un lungo dettagliato testo sulla importantissima scelta che i cittadini italiani saranno invitati a fare questa domenica. Poi ho capito che le cose fondamentali sono già state scritte dalle persone molto più popolari e autorevoli di me. Quindi cercherò di essere sintetico.

Prima di tutto bisogna comprendere una cosa semplice. Al referendum del 4 dicembre NON vi si chiederà se siete di sinistra o se vi piace Renzi. Al referendum vi si chiederà, invece, se siete favorevoli alla modernizzazione dello Stato (opzione Sì) oppure volete continuare a vivere nel glorioso 1947 (opzione No). Conviene quindi trovare l’onesta intellettuale (o il coraggio) di riconoscere che si tratta del momento meno opportuno per ribadire le proprie preferenze politiche. Almeno una volta nella vita bisogna provare a ragionare sui contenuti.

Il progetto di riforma sottoposto al referendum si trova sotto questo link. Le istruzioni d’uso: cliccare per aprire la pagina, prendere in mano la Costituzione italiana e confrontare la redazione attuale degli articoli interessati con i nuovi testi proposti. I più pigri possono servirsi della tabella che si trova sotto quest’altro link.

Ma siccome la maggioranza delle persone esprime le opinioni (e, il fatto ancor più grave, il voto) senza fare lo sforzo di informarsi sull’argomento, vi faccio un piccolo riassunto.

La riforma non tocca…
– i poteri del premier,
– i poteri del Presidente della Repubblica,
– l’autonomia della Magistratura,
– l’indipendenza della Corte Costituzionale,
– l’autonomia della Magistratura,
– i Principi Fondamentali della Costituzione,
– la Prima Parte Parte della Costituzione.

La riforma, invece, apporta i seguenti cambiamenti (al Titolo V della Costituzione):

– il nuovo Senato verrà composto dai rappresentanti dei territori (quindi politici locali più vicini e meglio noti alla gente comune) e deciderà solo sulle questioni più importanti (si vedano i cambiamenti degli articoli 55, 57, 70, 71 e 73). A chi sembra una cattiva idea?;

– il Presidente della Repubblica nominerà i suoi cinque senatori per 7 anni e non più a vita (si veda il cambiamento dell’articolo 59). Se per voi si tratta di una perdita, provate a spiegare in cosa consiste;

– i parlamentari saranno obbligati a presentarsi regolarmente al lavoro (si veda il cambiamento dell’articolo 64). Chi si lamentava dei deputati fannulloni?;

– il Presidente della Repubblica sarà tenuto a promulgare le leggi approvate entro un mese (si veda il cambiamento degli articoli 73 e 143). Fa parte della burocrazia pagata con le tasse anche lui;

– saranno abrogate le Provincie (si veda il cambiamento del Titolo V). In sostanza va eliminata una forma di centralismo intermedio, il che può essere interpretato anche in un senso positivo;

– sarà abrogato il CNEL (si cancella l’articolo 99). Se la perdita di un organo che negli anni si trasformò in un gigante burocratico al fine di sé stesso vi preoccupa, provate a spiegare in modo logico la sua utilità (per esempio: vi ha aiutato a trovare un lavoro? Un lavoro che vi soddisfa in tutti i sensi?).

Vanno infine sottolineati il risparmio dei soldi pubblici (mi dispiace per quelli che vogliono tutto o niente) e l’elevazione a livello costituzionale di alcuni principi espressi nella legge 241/1990 (trasparenza della Pubblica Amministrazione).

Chi ha studiato bene la storia italiana o il diritto costituzionale, sa bene che l’obiettivo dei costituenti non fu quello di scrivere una legge della natura. Il loro obiettivo fu quello di creare uno strumento efficiente nella realtà politica e sociale del dopoguerra. Ma i tempi cambiano. Il mondo cambia. Lo Stato deve adeguarsi per non rimanere indietro. Per non diventare definitivamente un museo al cielo aperto, adatto solo per i turisti e pensionati.

Quindi con il post di oggi vi propongo di fare due cose:

1) partecipare al referendum (domenica 4 dicembre dalle 7:00 alle 23:00),

2) scegliere l’opzione «Sì».

Io, se fossi italiano, avrei fatto così.


Brexit

Lo sapete già: il 48,1% ha detto di voler restare, mentre il 51,9% ha detto di voler tornare libero.

A differenza di molti non vedo una grossa tragedia nell’abbandono dell’UE o addirittura nella disgregazione di quest’ultima. Infatti, ogni Stato, se diretto da persone professionalmente adatte, è capace di produrre in proprio la burocrazia idiota o, al contrario, le regole vantaggiose per le aziende e persone straniere. Anzi, al di fuori da una organizzazione interstatale altamente regolamentata ci sono più possibilità di offrire qualcosa di veramente interessante al mercato globale e concorrenziale. Insomma, non è detto che l’Inghilterra debba per forza cadere in una crisi permanente: dipende tutto da come sfrutta la propria libertà nei prossimi anni.

Quanto ho appena scritto può essere collocato nella categoria dei vantaggi a lungo termine. Tra gli effetti a breve termine, però, gli elettori inglesi hanno già raggiunto i seguenti:

1) L’imminente trasferimento del centro finanziario dell’UE in Germania;

2) Il rafforzamento del peso politico nell’UE della Germania e della Francia (si spartiscono la parte inglese);

3) Il rischio di vedere una sequenza di referendum sul modello di quello scozzese, ma con i risultati opposti a quello del 2014;

4) L’indebolimento della moneta nazionale (ma questo può anche essere, se dura nel tempo, un vantaggio per l’economia).

Ora facciamoci una scorta di pop corn e mettiamoci a osservare. L’esperienza inglese può tornare utile a tutti.


Indipendenza rinviata

In Spagna, per effetto del ricorso del Governo alla Corte Costituzionale, è stata sospesa per 5 mesi la legge catalana sul referendum. Il 19 settembre, in fatti, dal parlamento locale era uscita una legge che autorizzava il referendum sulla indipendenza; successivamente, esso era stato programmato già per il 9 novembre.

Si potrebbe scherzare sull’ottimismo dei catalani: pensavano di organizzare un referendum credibile in appena 7 settimane. Si consideri che per preparare quello scozzese ci erano voluti 5 anni.

Si potrebbe scherzare sulla ingenuità dei catalani: è ovvio che qualsiasi Governo nazionale di qualsiasi Stato del mondo creerà tutti gli ostacoli possibili ai referendum del genere.

Ma è meglio scherzare sulla loro miopia politica: l’Europa composta da un grande numero di piccoli Stati indipendenti conviene solo ai burocrati della Unione Europea. Perché uno Stato piccolo (e quindi poco popolato) nelle Istituzioni dell’UE non conta un ca…o, di conseguenza con il moltiplicarsi degli Stati cresce solo l’importanza dei burocrati.

Purtroppo i promotori dei referendum hanno altre cose per la testa. E, sempre purtroppo, prima o poi inizieranno a vincere.


Il referendum scozzese

Abbiamo già i dati definitivi del referendum scozzese: il 55,3% dei votanti si è espresso contro l’uscita dal Regno Unito. Almeno una volta i nazionalisti sono stati sconfitti dalla dura realtà. I produttori di whisky ed i banchieri hanno vinto evitando la fuga, almeno dal punto di vista legale, verso Londra.

L’unica cosa ad avermi sorpreso è stato lo shock di alcuni giorni fa, manifestato a livello planetario dalla gente poco informata sulle reali intenzioni di voto degli scozzesi. Sì, nonostante i problemi economici facilmente prevedibili un sacco di persone in Scozia voleva la separazione. Posso capire uno che fino a due settimane fa ignorava il fatto del referendum stesso. Non posso capire quegli inglesi che non hanno dei particolari problemi a farsi un breve viaggio in treno per svolgere una semplice indagine empirica.

Vabbè, è andata come è andata ed io ne sono soddisfatto. Arriverà il giorno in cui anche il nazionalista più convinto si accorgerà: l’epoca degli Stati nazionali si è conclusa quasi settant’anni fa e il mondo sta andando in un’altra direzione.

Concludo con una foto, trovata ieri sera, che testimonia: la aritmetica elettorale putiniana è adottata anche dalla CNN.