Cosa vi ho nascosto:

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Un buon tentativo, ma

Imporre un «tetto» ai prezzi del petrolio e del gas russi è una idea politicamente curiosa, ma economicamente mi sembra un po’ dubbia. Lo è per almeno due motivi. A breve termine, con il prezzo massimo che impone l’Europa, le risorse naturali russe potrebbero diventare più richieste nel mondo: se l’UE dovesse dire «invece di 100, paghiamo al massimo 50», l’ipotetica India potrebbe dire «noi prendiamo tutto a 52 e a voi conviene accettare perché altrimenti non vendete proprio». A questo punto la Russia continua a incassare, l’India risparmia e l’Europa rimane senza le nuove forniture di petrolio (e con meno gas). Fortunatamente, l’Europa ha già le scorte sufficienti per passare serenamente l’inverno, ma, intanto, l’obbiettivo politico di togliere i soldi al regime di Putin non funzionerà.
A lungo termine, poi, il prezzo massimo del petrolio e del gas potrebbe contribuire a cambiare più velocemente la logistica del mercato globale del petrolio. La Russia cercherà e sicuramente troverà altri acquirenti, i quali, a loro volta, rivenderanno lo stesso petrolio all’Europa.
C’è una soluzione migliore rispetto a quella appena partorita in UE? Boh, per ora non lo so. Per fortuna, io non sono pagato per inventarla. A differenza dei vertici europei.


Ancora le turbine

Il governo canadese ha deciso di inviare in Germania le restanti cinque turbine del «Nord Stream 1» che erano bloccate dopo i lavori di manutenzione iniziati prima dell’inizio della guerra. La motivazione della decisione: evitare che la propaganda putiniana spieghi la mancanza del gas in Europa con l’applicazione delle sanzioni contro la Russia.
Non so bene quanta differenza ci sia – ai fini della suddetta propaganda – tra le sanzioni e la decisione europea di liberarsi dalla dipendenza dal gas russo (entrambe mi sembrano logiche, giustificate e sensate). Infatti, negli ultimi mesi ho visto tantissimi articoli e meme creati dagli autori russi pro-governativi che deridevano la presunta decisione europea di stare al freddo d’inverno.
Ma allo stesso momento capisco che il cancelliere Scholz sta cercando di risolvere, senza troppo rumore, risolvere il problema temporaneo del gas. Tra i due governi – quello canadese e quello tedesco – il secondo sta facendo forse una figura un po’ meno brutta.


Il sostituto

La statunitense Starbucks – che conoscete sicuramente tutti – è una delle migliaia di quelle aziende che hanno lasciato il mercato russo dopo l’inizio della guerra contro l’Ucraina. Precisamente, l’addio è stato annunciato alla fine di maggio, mentre all’inizio di giugno è stato comunicato che l’intero attivo della Starbucks in Russia è stato venduto al «duo» composto da un noto rapper e un noto ristoratore russi.

Ebbene, ieri (il 18 agosto) a Mosca è stato aperto – in uno dei locali dell’ex Starbucks – il primo punto-vendita della nuova catena di caffè. Si chiama «Stars Coffee» e ha il logo con una ragazza che indossa un kokošnik.

Non si tratta di un caso singolo della fantasia particolarmente ricca. È una delle tante manifestazioni del tentativo di imitare due cose: la «normalità» e la convinzione di «farcela anche senza l’Occidente». La storia insegna che nei primi mesi di ogni invasione militare si osservano delle tendenze del genere. Ma poi l’umore cambia radicalmente.


Gli effetti delle sanzioni

Alla fine di maggio l’Unione Europea aveva approvato un embargo parziale sulle importazioni del petrolio russo. Una eccezione era stata fatta solo per le forniture di petrolio attraverso il ramo meridionale dell’oleodotto «Druzhba» verso Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia (i tre Stati più dipendenti dalle forniture russe).
Il 10 agosto l’azienda ucraina Ukrtransnafta ha interrotto il pompaggio di petrolio dalla Russia all’Ungheria, alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia attraverso il ramo meridionale dell’oleodotto «Druzhba». È successo perché l’azienda ucraina fornisce i servizi di trasporto del petrolio con pagamento anticipato al 100%, mentre l’azienda russa Transneft non è stata in grado di effettuare un nuovo pagamento a causa delle sanzioni contenute nel «settimo pacchetto» adottate dall’Unione Europea alla fine di luglio.
Capisco l’utilità e il senso delle sanzioni, ma allo stesso tempo spero che i dettagli come quello appena illustrato vengano inseriti sui manuali di storia dell’UE. Prima o poi qualcuno riuscirà imparare qualcosa dalla storia?


La turbina della discordia

L’altro ieri, il 3 agosto, il cancelliere Olaf Scholz «è andato a trovare» la turbina Siemens della Gazprom riparata, ha fatto tanti complimenti all’oggetto visto e si è pure fatto fotografare in sua compagnia. Lo spettacolo sembra un po’ ridicolo – cosa può capire un politico dei meccanismi del genere e perché dovrebbe dare a loro una visita di Stato? – ma in realtà è abbastanza sensato: Scholz sta cercando di comunicare ai propri elettori (ma anche agli europei) che sta cercando di fare tutto il possibile per riavviare le forniture del gas russo.

Ovviamente, i lettori di questo post capiscono benissimo il concetto descritto prima. Quindi io proporrei di passare al mistero seguente: la Gazprom (si legge Cremlino) non sta accettando la turbina riparata perché a) vorrebbe una decisione europea sull’annullamento delle sanzioni riguardanti il settore delle materie prime, oppure b) si sta vendicando per il lunghissimo perditempo tedesco sulla decisione circa l’attivazione del «Nord Stream 2» (verificatosi in estate-autunno 2021).
Conoscendo lo stato intellettuale di certi funzionari russi, non posso escludere del tutto la seconda opzione…


Ci vorrebbe un po’ di serietà

Ho letto che il Comitato dei Rappresentanti Permanenti dell’UE (Coreper) ha approvato il settimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Tali sanzioni dovrebbero entrare in vigore oggi, il 21 luglio.
Da quello che ho letto fino a questo momento, le uniche sanzioni in qualche modo per me interessanti sono quelle contro 48 persone fisiche e istituzioni. Tra le persone fisiche ci sarebbero politici, militari, imprenditori e propagandisti… In particolare, ci sarebbero anche i membri del club di motociclisti «Nochnye Volki» («Lupi notturni»).
Ecco, quest’ultimo dettaglio è veramente ridicolo. Infatti, da una parte è vero che il club in questione è un gruppo di buffoni pro-putiniani (ma i bikers come caz*o possono essere pro-governativi?! è un classico esempio di ossimoro!), guidati da un famosissimo idiota completamente dislessico (Aleksandr Zaldastanov). Ma, dall’altra parte, non posso non constatare che negli ultimi anni questo club è stato un po’ dimenticato dagli abitanti del Cremlino: le sue iniziative non vengono più finanziate come una volta e non vengono pubblicizzate dalla televisione di Stato. In sostanza, i «Nochnye Volki» sono stati «scaricati» addirittura ben prima della pandemia, ma gli autori delle sanzioni europee non se ne sono proprio accorti e hanno quindi fatto ridere un po’ anche quei russi che non hanno mai appoggiato la politica di Putin. Perché con tutto quello che sta succedendo in Russia e nel mondo negli ultimi anni il club «Nochnye Volki» era stato quasi dimenticato dalla gente. Mentre l’UE dimostra di essere a) poco aggiornata e b) ormai incapace di inventare delle sanzioni più serie.


Nessuna notizia

Quando il viceministro delle finanze tedesco Jörg Kukis annuncia – nel corso di una conferenza a Sydney – che la Germania smetterà di acquistare il carbone russo dall’1 agosto 2022 e il petrolio russo dal 31 dicembre 2022, fa solo una semplice cosa. Ricorda solo che la Germania rispetterà le sanzioni europee prese nell’ambito dell’acquisto delle materie prime russe. Ma io, purtroppo, continuo a non vedere una tendenza «di massa» tra gli Stati europei verso l’obiettivo prefissato.
Se qualcuno avesse l’impressione che le sanzioni contro la Russia non funzionino, bisogna evidenziare almeno due cosa. La prima è banalissima: le sanzioni economiche tecnicamente non possono funzionare come un interruttore della corrente. La seconda cosa si osserva quasi altrettanto facilmente: a volte sembra che l’adozione e la messa in pratica delle sanzioni sia troppo timidi, ma in realtà tra i Governi europei non si hanno delle idee chiare su come convincere i produttori alternativi (alternativi alla Russia) di produrre e vendere di più.


Aiutare salvandosi la faccia

Dicono che la Germania sta bloccando da oltre un mese un pacchetto da nove miliardi di aiuti destinati dall’UE all’Ucraina. Allo stesso tempo, sembra che la Germania sia intenzionata a restituire alla Gazprom la turbina della Siemens riparata ma bloccata in Canada a causa delle sanzioni.
A questo punto si potrebbe pensare che nell’ottica della guerra in Ucraina il comportamento della Germania, come pure di diversi altri Stati europei, sia abbastanza strano. Più uno Stato è lontano dalle zone dei combattimenti e più è strano il suo comportamento (anche sulla questione della fornitura degli armamenti). È strano anche perché dopo il comprensibile entusiasmo iniziale nell’adottare le sanzioni contro la Russia, l’Europa sta lentamente passando alla necessità di «salvare la faccia» (© Macron) propria e non di Putin: azzerando, appunto, ogni forma di partecipazione politica-economica al conflitto incorso ma continuando a stare dalla parte del bene.
E quindi spero che si trovi almeno il modo di adottare l’idea alternativa (l’ho già sentita da più economisti) che consiste nell’acquistare più risorse naturali possibile dalla Russia, far precipitare i prezzi e applicare una sorta di tassa o dazio su tale prezzo (per esempio il 30%) a beneficio del bilancio ucraino. In tal modo verrebbero raggiunti almeno tre obiettivi:
1) lo Stato russo incasserà molto meno, anche rispetto ai tempi pre-bellici;
2) gli aiuti all’Ucraina non costeranno alcunché ai contribuenti europei;
3) in Europa non ci sarà la crisi del gas e del petrolio.
Tutto questo non aiuta molto a fermare la guerra, ma almeno potrebbe aiutare a raggiungere dei risultati positivi più visibili e immediati.


Le sanzioni private

In tanti sanno che la Gazprom ha ridotto le forniture del gas via il North Stream, ma non tutti hanno capito bene il vero motivo.
È vera quella parte della notizia secondo la quale si è rotta una delle turbine (della Siemens) utilizzate per «pompare» il gas nel gasdotto. Ma è solo una parte della notizia più ampia. In realtà, la Siemens è una di quelle numerosissime aziende occidentali che hanno lasciato il mercato russo dopo l’inizio della invasione militare della Ucraina. Di conseguenza, la Russia sta seriamente rischiando di rimanere non solo senza i nuovi prodotti della Siemens (treni, macchinari ospedalieri, attrezzature per il trattamento delle materie prime etc.), ma pure senza i pezzi di ricambio. Senza i pezzi di ricambio, come potete facilmente immaginare, molte attività rischiano di fermarsi. Anche il trasporto del gas.
Non so ancora se e come possa essere trovata una soluzione – più o meno legale – del problema con le forniture via il North Stream. Ma posso già constatare che nel valutare l’efficacia delle sanzioni adottate contro la Russia bisogna prendere in considerazione anche quelle introdotte dalle aziende private per l’iniziativa propria. Potrebbero rivelarsi più sensibili e capaci di produrre effetti in tempi più stretti.


Buon tentativo

Le circostanze non sono molto divertenti, ma ieri sera ho scoperto uno dei futuri vincitori dell’Ig Nobel per l’economia. In sostanza, il Ministero delle Finanze russo ha deciso di combattere le sanzioni occidentali con delle mosse magiche: per esempio, rendendo segreti (quindi non consultabili dai non addetti ai lavori) i dati sulle spese del bilancio russo. Il servizio stampa del ministero ha comunicato:

A causa delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dal Regno Unito e da altri Stati ostili nei confronti della Federazione Russa e dei singoli individui, si è reso necessario limitare parzialmente la diffusione di informazioni, anche per quanto riguarda la formazione del bilancio.
[sì, la frase è un po’ storta anche nella sua redazione originale]

In pratica, qualcuno al Ministero ha pensato che su questo pianeta nessuno sappia cosa esporta nel mondo e cosa importa dal mondo la Russia. Molto probabilmente ha pure pensato che le merci non siano tracciabili se venduti con l’aiuto degli intermediari. Boh, l’unica cosa che possiamo fare di fronte a tale convinzione è augurare una buona fortuna agli inventori della mossa «geniale».
Nel frattempo, i dati sulla esecuzione del bilancio russo pubblicati ieri per il periodo di gennaio – maggio contengono solo le informazioni sul totale delle spese e delle entrate; è impossibile trovare i dati sulle spese per le sezioni specifiche.