Cosa vi ho nascosto:

L’archivio del tag «soldi»

Poteva andare peggio

Sicuramente lo avete già letto: è stato raggiunto l’accordo sul Recovery Fund. All’Italia, in particolare, vanno 81,4 miliardi di aiuti «gratuiti» e 217,4 di prestiti. Ma il punto che a noi interessa di più è il momento nel quale dovrebbe iniziare la restituzione del debito: a partire dal 2027.
A questo punto non tutti potrebbero rendersi conto di un aspetto in un certo senso paradossale: alle persone comuni conveniva un debito più grande possibile. Perché? È semplice, cercate di seguire la logica.
I debiti vanno restituiti e per farlo bisogna in qualche modo guadagnare dei soldi.
I Capi di Stato e di Governo che raggiungono gli accordi sui debiti non producono e non guadagnano, quindi pagano i debiti concordati con i soldi dei cittadini (nel linguaggio popolare si chiamano tasse).
Per pagare le tasse il comune cittadino deve lavorare.
Per pagare con le proprie tasse un debito pubblico alto il cittadino comune deve lavorare tanto.
Per lavorare tanto… tutti devono avere la possibilità di lavorare tanto (ma in realtà anche di spendere tanto per fare lavorare gli altri).
Di conseguenza, tenendo in mente il momento della restituzione, ci accorgiamo che ogni miliardo di debito in più verso l’UE riduce ulteriormente il rischio di un nuovo lockdown del cazzo*.
A questo punto potrei anche dire, in merito all’accordo raggiunto, che poteva andare peggio. Ma l’espressione significa che il prestito (= debito) poteva essere ancora più basso.

* Uno Stato del Nord Europa è stato molto criticato dalla gente isterica per non avere introdotto il lockdown. Tantissime persone hanno sottolineato il numero dei contagiati e dei deceduti più alto rispetto agli Stati vicini. Tutti i critici hanno preferito dimenticare che quello Stato – rispetto ai vicini – ha il numero più alto delle case di cura (luoghi di alta concentrazione delle persone altamente a rischio) e dei ghetto per gli immigrati (dove è difficile imporre qualsiasi regola, compreso l’eventuale lockdown). Sempre gli stessi critici isterici si dimenticano di riconoscere che in quello Stato, alla fine, non è alcunché di più grave rispetto alla media mondiale, anzi. E che ora i numeri sono migliori a molti altri Stati europei.


La casa per le vacanze

Una delle idiozie più grandi nella vita è l’acquisto di una [seconda] casa per le vacanze. Ho almeno due motivi per affermarlo.
Il primo motivo è di carattere economico. Perché spendere tutti quei soldi in acquisto, imposte sugli immobili (da pagare ogni anno) e manutenzione se poi la casa è utilizzata al massimo per un mese all’anno? Anche se avete la fortuna di poter dedicare il 100% delle ferie alle vacanze e di potere fare utilizzare quella casa a qualche amico e/o parente, resta comunque vuota per la maggior parte dell’anno. A quel punto conviene prenderne una in affitto quando ce n’è il reale bisogno. Oppure andare in un bel albergo.
Il secondo motivo per il quale la casa delle vacanze non va comprata è di carattere psicologico. Ma pure educativo. Avete notato che i proprietari delle seconde case si sentono obbligati ad andarci per tutte le vacanze? Lo fanno perché logicamente cercano di giustificare quel grande acquisto. Ma il risultato è tristissimo: quelle persone non vedono il mondo. Passano tutta la loro vita tra la casa, il lavoro e la casa delle vacanze (in questo periodo particolare, poi, solo tra le due case). In sostanza, si sono incatenate con le proprie mani. Che tristezza…
P.S.: in generale, secondo me è inutile l’acquisto di tutti gli oggetti costosi di uso non quotidiano (barche, aerei, spesso anche auto), ma questo è l’argomento di un altro post.

P.P.S.: ricordo a tutti che a partire dal 3 giugno sono consentiti gli spostamenti in tutta Italia. A partire dal 1 luglio, se non dovesse succedere qualcosa di catastrofico, si potrà viaggiare anche all’interno dell’UE. Di questi tempi non è poco. In più, si tratta già di una porzione del mondo interessantissima.


Il destino del Telegram

Chi si interessa dell’argomento, lo sa già benissimo anche senza il mio aiuto: in teoria oggi, il 30 aprile, doveva essere lanciata la criptovaluta Gram sviluppata dalla squadra del Telegram. Molto in teoria perché il lancio è bloccato da un lungo procedimento giudiziario tra Pavel Durov e il Securities and Exchange Commission statunitense.
A interessarci oggi non sono i dettagli del suddetto procedimento, ma il destino del Telegram. Infatti, Pavel Durov ha proposto agli investitori del Gram tre soluzioni:
1) riavere subito il 72% della somma investita,
2) aspettare l’esito positivo del procedimento e avere le proprie «monete» Gram tra un anno esatto,
3) aspettare l’esito negativo del procedimento e ottenere il 110% della somma investita tra un anno esatto.
Le risorse necessarie per la terza opzione, se dovesse essere preferita dagli investitori, saranno ricavate dalla vendita – da parte di Durov – delle azioni delle compagnie proprietarie del Telegram. Ecco, a questo punto qualcuno potrebbe chiedersi se l’eventuale cambio della proprietà possa influire sulla qualità tecnica e sulla politica del Telegram.
Io, essendo un famosissimo esperto del mondo finanziario (triplo ahahaha), predico: la maggioranza degli investitori preferirà riavere subito il 72% dei soldi ora e chiudere così il proprio rapporto con il Gram. Lo preferirà perché dietro l’angolo ci aspettano la crisi, l’inflazione e tante altre belle cose. Quindi forse è meglio avere una parte dei soldi ora che la carta colorata tra un anno.
Di conseguenza, il Telegram resterà a Pavel Durov. E, eventualmente, sarà venduto, chiuso o rovinato più avanti e per altri motivi. Motivi che oggi non possiamo nemmeno immaginarci.


Una moda misteriosa

Uno dei misteri più grandi del periodo corrente è la diffusione pressoché totale della moda di consentire l’accesso libero alle risorse digitali.
Certo, dal punto di vista sociologico (o forse psicologico) si tratta di un esperimento molto curioso: esso permette di capire se nella vita normale le masse non «consumano» la cultura perché non hanno soldi o perché in realtà non se ne interessano. Perché se non accedono a una risorsa culturale nemmeno se è gratuita e accessibile dal computer personale, la presunta mancanza di soldi o di tempo diventa solo una scusa miserabile della propria pigrizia intellettuale.
Ma io non riesco a capire l’aspetto economico del fenomeno di cui all’inizio del post. Quale logica economica ci potrà mai essere nell’aprire l’accesso a tutto solo perché è aumentata la domanda? È la paura di perdere in popolarità? Ma la popolarità non si mangia, non si beve e non funziona come un pezzo di abbigliamento. Di cosa vivranno domani gli autori dell’accesso libero? Si lamenteranno della crisi economica e della mancanza degli aiuti?
In realtà non c’è alcunché di male nel guadagnare con il proprio lavoro. I soldi in entrata sono un equivalente degli sforzi professionali e degli investimenti necessari per realizzare un qualsiasi prodotto o servizio. Il male sta nel tentativo di trasformare tutti i lavoratori in volontari e umiliare tutti coloro che manifestano il proprio disaccordo.
Tutto deve essere pagato. Se non vuoi pagare, non ricevi.


La prima regola della beneficenza

Come avete già probabilmente letto o sentito, dal mese di ottobre l’Australia è colpita dai gravi incendi forestali. E non è ancora stato trovato il modo di fermarli.
Negli ultimi giorni mi è capitato – forse anche a voi – di leggere di alcune iniziative per la raccolta dei soldi da destinare alla lotta contro gli incendi australiani e i loro effetti. Ma la storia più paradossale è quella legata alla donazione annunciata dal fondatore e amministratore delegato dell’Amazon Jeff Bezos.

In sostanza, Bezos ha comunicato della donazione da parte dell’Amazon di un milione di dollari australiani (circa 690.000 dollari statunitensi) per la lotta contro gli incendi. E si sono subito manifestate delle menti alternative persone scontente: qualcuno è scontento per la somma «bassa» e qualcuno per il fatto che i soldi donati siano quelli dell’azienda e non personali.
Sarebbe troppo banale sottolineare che la beneficenza è una azione volontaria sia nella azione stessa sia nella sua entità.
È molto più importante sottolineare che il mondo è pieno di gente che si sente autorizzata di dettare le regole di altruismo finanziario senza avere ne voglia ne capacità di dare un buon esempio. Come se le persone che sanno lavorare e guadagnare fossero perennemente in debito con chi non lo sa fare. Di conseguenza, ricordo a tutti una semplicissima regola: la beneficenza deve essere sempre anonima, non pubblicizzata. Lo sanno bene le persone e le aziende ricche costantemente assediate da mendicanti di vario livello (fondi, organizzazioni etc.), impariamolo anche noi servendoci del triste esempio di Bezos.
Al massimo, se qualcuno dovesse rompervi troppo con delle pretese finanziarie, limitatevi a rispondere con una frase semplicissima: «sostengo già il fondo XYZ».


Il vero premio

Ieri si è saputo delle dimissioni dei due membri esterni del Comitato dedicato al Premio Nobel per la letteratura. Non ho capito bene le loro motivazioni e non posso prevedere i possibili risultati del loro gesto. Però conosco, purtroppo, la qualità estremamente bassa del Nobel per la letteratura: nel migliore dei casi viene assegnato agli scrittori scarsi (e nel peggiore agli scrittori dei quali non si conosce alcunché).
Di conseguenza, approfitto della notizia per ricordare ai miei cari lettori un concetto importantissimo. Il premio più onesto, più apprezzato dall’artista stesso e più consistente in termini economici è il riconoscimento da parte del pubblico. È spesso difficile fare la concorrenza al «pop», ma un bravo scrittore (ma anche musicista, pittore, scultore etc.) sarà sempre premiato generosamente dal mercato.
Mentre uno scrittore incapace di scrivere i testi interessanti per gli altri non può essere considerato bravo. Egli non viene premiato dal mercato (sinonimo del pubblico), ma, con un po’ di fortuna, viene consolato con un Nobel.
Come si fa a non elogiare il Mercato almeno in questo ambito?


Un suggerimento al Governo

In Cipro hanno revocato 26 passaporti (quindi cittadinanze) concessi in cambio degli investimenti. Si tratterebbe di nove russi, otto cambogiani, cinque cinesi e membri delle loro famiglie.
Dato che la cittadinanza cipriota attualmente costa 2,5 milioni di euro (una delle più care al mondo), non è l’unica acquistabile e rappresenta una merce abbastanza richiesta tra le persone provenienti dagli Stati non particolarmente tranquilli (Russia compresa), trovo importante sottolineare un concetto.
L’acquisto (nel senso finanziario) di una qualsiasi cittadinanza è uno dei modi migliori di sprecare i soldi. Certo, libera l’acquirente da una notevole quantità di problemi burocratici all’estero, permette di viaggiare nel mondo più liberamente e soggiornare di più all’estero. Ma nemmeno un sceicco con dieci mogli e venti figli riuscirebbe a spendere almeno un milione di euro per i visti e per i permessi di soggiorno (indipendentemente dal loro nome locale in ogni determinato Paese) in tutta la sua vita.
Allo stesso tempo, la vendita delle cittadinanze sarebbe un modo molto facile per dare un po’ di vita al bilancio pubblico. Anche all’Italia converrebbe adottarlo: tantissimi ricchi «Pinocchi» in cerca di una via di fuga legale verso l’estero sarebbero felici di approfittarne. Mentre agli italiani verrebbe risparmiata qualche tassa inutile.


Come aiutare a fingere

In questi giorni in Russia viene avviato un esperimento sociale interessantissimo, il quale può arrivare, con una buona probabilità, anche in Europa.
La catena re:Store — il distributore ufficiale dei prodotti della Apple in Russia — ha lanciato un nuovo servizio: la possibilità di noleggiare gli iPhone. Tale opzione si applica a tre versioni dell’ultimo modello (l’iPhone 11) e alle due versioni del modello precedente (l’iPhone XS). Le condizioni non sembrano particolarmente vantaggiose: per 12 mensilità di utilizzo si pagherebbero tra l’80% e il 90% del prezzo d’acquisto. Mentre l’acquisto dell’apparecchio già noleggiato costerebbe addirittura circa un quinto in più rispetto al prezzo normale.
Chi osserva almeno in modo superficiale la politica produttiva della Apple, sa bene che ogni anno esce un nuovo modello dell’iPhone. Ma non tutti gli amatori del marchio sono economicamente in grado di aggiornare il proprio apparecchio con tale periodicità. Allo stesso tempo, più o meno tutti sanno che nel mondo è largamente diffusa la tendenza di apparire, agli occhi degli altri, più ricchi di quello che si è. Addirittura, meno una persona è abbiente, e più tende a spendere gli ultimi soldi per gli oggetti costosi (in una certa misura potrebbe essere anche una forma di autoinganno). Mentre i «ricchi» semplicemente comprano le cose che piacciono, indipendentemente dal prezzo.
Ecco, ora in Russia è un po’ più facile apparire ricchi. Ma anche ingannare se stessi.
L’Europa, dunque anche l’Italia, non ha alcun modo si sfuggire a questa moda. Di conseguenza, trovo altamente probabile che in breve qualcuno tenti di esportarla.

P.S.: ovviamente invito tutti ad agire in modo razionale anche nell’ambito degli acquisti. Il telefono, come la maggioranza degli altri oggetti, è prima di tutto uno strumento. Uno strumento che ognuno sfrutta nei limiti delle proprie capacità e fantasia.


I like dell’Instagram

Il 17 luglio l’Instagram aveva annunciato i test dell’oscuramento del numero totale dei like per ogni foto pubblicata. I test erano stati condotti su alcuni account in Australia, Brasile, Canada, Irlanda, Italia, Giappone e Nuova Zelanda. La settimana scorsa, invece, tale innovazione è diventata definitiva per gli utenti di tutto il mondo. È possibile continuare a mettere i like («mi piace»), ma la loro quantità non viene più indicata: si vede un nome e «altri» anonimi non calcolabili.

Lo stesso vale per le foto proprie:

L’Instagram aveva già a luglio dichiarato: «Vogliamo che i vostri amici si focalizzino sulle foto e sui video che condividete, non sulla quantità dei like ottenuti».
La spiegazione reale è però molto più banale. Il Facebook (proprietario dell’Instagram) guadagna da anni con la pubblicità target ed è totalmente disinteressato alle problematiche degli influencer (utenti popolari) capaci di guadagnare con i propri post pubblicitari. Anzi, non sapendo come «tassare» i guadagni dei propri utenti, il Facebook vorrebbe mantenere il monopolio della pubblicità. Di conseguenza, ha finalmente deciso di ostacolare l’individuazione facile delle persone popolari alle quali le aziende terze possano proporre contratti pubblicitari.
Il 27 settembre la sperimentazione della stessa misura (l’oscuramento della quantità delle reazioni: like e altri) è partita pure su Facebook. Ma per ora solo in Australia.
Insomma, d’ora in poi le persone intenzionate a guadagnare con l’Instagram e il Facebook saranno costrette, periodicamente, a pubblicare manualmente le statistiche dei propri account. Un po’ come i proprietari dei siti tradizionali che non hanno la possibilità di creare l’accesso libero ai dati statistici di Google Analytics.
La consultazione delle statistiche dei propri account è sicuramente un argomento già ben noto alle persone interessate all’argomento. Per tutti gli altri, prima o poi, scriverò una guida completa.
P.S.: cari lettori, non siate tirchi come Mark!


Pagare con le mani

Il New York Post comunica che l’Amazon sta testando nei propri uffici la metodologia di pagamento con i gesti delle mani da introdurre nei negozi fisici. Tale metodologia permetterebbe di risparmiare tempo: mentre il pagamento con una carta bancaria richiede 3 o 4 secondi, la scansione e il riconoscimento della mano richiederebbe appena 300 millisecondi. Gli utenti non dovranno toccare fisicamente alcun monitor o sensore.
Ecco, la tecnologia in sé mi sembra abbastanza curiosa. Ma, allo stesso tempo, so benissimo quanto potrebbero essere curiosi gli errori. Così, per esempio, mi ricordo della mia abitudine di leggere o ragionare sulle cose scritte appoggiandomi al tavolo solamente con i gomiti: a scuola, tantissime volte, gli insegnanti si convinsero che io stessi alzando la mano (e qualche volta ne è conseguita la chiamata alla lavagna indesiderata). Una mia conoscente italiana universitaria – un altro esempio – involontariamente incrociava sempre le braccia attraverso un movimento che faceva pensare a un determinato gestaccio (e raccontava di essere stata ripresa qualche volta).
Insomma, in un futuro non troppo lontano la famosa intelligenza artificiale potrebbe interpretare i nostri numerosi gesti involontari con dei risultati imprevedibili e curiosi…
Ops, ho la sensazione di avere fatto un discorso da vecchio!
Smetto subito.
Alla prossima.