Cosa vi ho nascosto:

L’archivio del tag «terrorismo»

Vent’anni del 9/11

Con una certa tristezza devo constatare che l’esposizione digitale disponibile sul sito del Memoriale dedicato al 9/11 è interessante nei contenuti e abbastanza noiosa nella forma. Non so se la colpa sia di un modo troppo formale di proporre i contenuti o la concezione del museo – nel senso generale del termine – un po’ antiquata che i creatori avevano (hanno) in mente. Di conseguenza, nel ventesimo anniversario di quell’attacco terroristico le cose importanti da capire sono almeno due.
In primo luogo, conviene capire che il parlare delle tragedie con una faccia tragica è spesso un comportamento conforme alle tradizioni astratte, ma controproducente sulla pratica. La mente di una persona media cerca naturalmente di fuggire dalla noia, ma probabilmente, nel caso specifico della memoria del 9/11 la fuga generale delle menti non è proprio l’obiettivo desiderato.
In secondo luogo, dobbiamo capire (o ricordarci) che l’intervento culturale sarebbe più efficace di quello militare. Una migliore pubblicità della alternativa culturale (aggiungerei quella occidentale) al radicalismo religioso non avrebbe molto probabilmente permesso di sprecare gli ultimi 20 anni in maniera così ingloriosa.
Sono queste, in sintesi, le uniche grandi banalità che possono essere dette nell’occasione dell’anniversario odierno.


Affrontare i pazzi armati

Qualcuno dei presenti avrebbe potuto leggere della sparatoria «in stile americano» avvenuta ieri in una scuola a Kazan, in Russia. Non ha molto senso commentare le azioni di un pazzo. Il commento della situazione mentale di un pazzo concreto che, secondo le sue stesse parole, ha sentito di essere un dio e di odiare tutte le creature viventi potrebbe essere troppo lungo. Altrettanto lungo e difficile sarebbe il commento sulla libertà di circolazione delle armi tra la popolazione civile. Quindi uso il suddetto fatto di cronaca solo per condividere con (o ricordare ai) lettori un documento interessante.
Il Dipartimento della sicurezza interna degli USA, assieme ad alcuni esperti, ha elaborato già anni fa una guida – in realtà abbastanza semplice e logica – sul come affrontare gli aggressori armati nei luoghi pubblici. Ovviamente dobbiamo sperare che la conoscenza di tale documento non serva a nessuno, ma nel mondo globalizzato alcune cose potrebbero accadere in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Senza alimentare il panico, nemmeno nella propria testa, ricordiamo dunque questa guida ai vari responsabili della sicurezza.
Gli americani non potevano non scriverla bene…


Uno in meno

Oggi in Giappone è stato impiccato Shoko Asahara – il leader della setta «Aum Shinrikyo» – e sei suoi «colleghi». Era stato condannato a morte nel 2004 ed io pensavo che non fosse più in vita da un po’.
E poi mi ricordo che all’inizio degli anni ’90 la sua setta era ben presente in Russia: avevano addirittura comprato delle considerevoli fette del broadcasting mattutino delle reti televisive federali è un notevole edificio per la propria sede di rappresentanza.
Il mio primo e ultimo contatto con quella gente «strana» (il mio giudizio dell’epoca) si era però limitato alla ricezione di un volantino sulla metropolitana moscovita nel 1995. Su esso si tentava di convincere la gente che la loro setta non centrasse nulla con l’attentato nella metropolitana di Tokyo…
Insomma, meglio tardi che mai.


Cervelli in fuga

The Soufan Group ci comunica che nel 2017 la Russia è diventata il principale fornitore della manodopera straniera dell’ISIS. Nell’ottobre 2017 la quantità dei cittadini russi che combattono per l’ISIS si stima in 3417 persone. Tutta l’area dell’ex è rappresentata tra le fila dell’ISIS da 8717 persone.
L’Italia, invece, è attualmente rappresentata da soli 57 combattenti.
Non so bene come è vista tale situazione dalla maggioranza degli italiani. Io, per esempio, non sarei assolutamente dispiaciuto per questa forma di fuga dei cervelli. Sarei al contrario preoccupato per la quantità superiore allo zero di questi «cervelli» che poi tornano indietro. In Russia sono tornate 400 persone, mentre in Italia 13. Immaginate quanto potrebbe essere emozionante incontrare per strada – non necessariamente di notte – uno di quei 13 che si erano riconosciuti negli ideali dell’ISIS.


Il terrorismo e la Disney

Un cartone della Disney prima e dopo l’11 settembre:


Un piccolo problema

Il sindaco di Ekatirinburg Evgeny Roizman ha raccontato su facebook una bella storia:

Un coglione radicalizzato passava il tempo a scopare gli asini nel suo paesino natale. Un bel giorno sono venuti da lui altri coglioni, gli hanno dato un pacco esplosivo e hanno detto: «Anziché scopare gli asini, fai a fare un attentato e ottieni subito quaranta vergini utilizzabili all’eternità!»
Il tipo si è dunque fatto esplodere alla fermata dell’autobus ed è finito al paradiso. Un paradiso piuttosto caotico dove nessuno si preoccupa di fornirgli le sue vergini. Egli grida: «Eccomi! Ho ucciso degli infedeli! Dove sono le mie vergini?!»
Quelli del paradiso gli rispondono «Attenda un attimo, visto che si tratta di un premio eterno stiamo scegliendo le migliori».
Passa inutilmente un’ora, il tipo non ne può più e grida: «Mi sono fatto esplodere a una fermata dell’autobus, dove sono le mie meritate vergini?! Voglio iniziare subito a godermele».
Quelli del paradiso gli rispondono: «Eh… È emerso un piccolo problema, temiamo di non poterlo risolvere…»
«Ma che dite?! Sono esaurite le vergini?»
«No, no, di vergini ne abbiamo in abbondanza. Ma nella esplosione alla fermata dell’autobus si è smembrato pure Lei e non riusciamo più trovare un suo membro…»

Da leggere ogni venerdì in tutte le moschee.


Cosa si dice di

In Italia mi fanno, a volte, una domanda piuttosto difficile: «Cosa si dice in Russia di [segue un argomento qualsiasi]?»

Nella maggior parte dei casi la suddetta domanda mi mette un po’ in crisi. Infatti, la Russia è notevolmente più grande di una stanza nella quale posso riunire le persone la cui opinione trovo interessante per me e per gli altri. Anzi, come saprete, la Russia è notevolmente più grande dell’Italia e dell’Europa. In tante zone della Russa la gente vive secondo i propri principi e con i propri problemi del posto. Un abitante di, spariamo a caso, Jakutsk segue e interreta la cronaca di Mosca o di San Pietroburgo con la stessa relativa estraneità che ha un, spariamo sempre a caso, milanese che segue gli avvenimenti di New York. In ogni zona della Russia gli argomenti che un europeo medio associa con la sua immaginaria Russia compatta e unita sono visti in maniera differente.

Fatte queste precisazioni, tento di rispondere alla domanda «Cosa si dice in Russia dell’attentato di ieri a San Pietroburgo?»

Tra tutte le reazioni all’atto terroristico di ieri (nella metropolitana di San Pietroburgo) ce n’è una che ha pochissimi anni di vita. E della quale pochi si sono accorti in Europa.

Tale reazione è: la guerra in Siria non è la nostra guerra.

Effettivamente, con la partecipazione a questa guerra lontana e poco sensata dal punto di vista degli interessi nazionali, i governanti russi hanno seriamente compromesso i rapporti con il mondo islamico. Inclusa la parte russa di questo mondo. Ma questo è grande e serio argomento separato. Quello che conta ora è il principio: il terrorismo islamico ha ora un motivo serio per colpire la Russia. Se non stato esso a farlo ieri, lo farà in un futuro prossimo.

Evito di riempire questo post di dati di cronaca: potete trovarli facilmente da voi.

Evito di cercare a indovinare il colpevole o il mandante. So troppo poco e di solito indovino male.


L’ucciso a Sesto

Verso le 3 di stanotte a Sesto San Giovanni (una cittadina praticamente attaccata a Milano) è stato ucciso Anis Amri. Quest’ultimo è l’autore dell’attentato con il camion a Berlino (19 dicembre 2016). Cosa posso dirne? Prima di tutto, complimenti a Luca Scatà per la prontezza e buona guarigione al suo collega Christian Movio ferito.

Poi, però, mi vengono in mente quelle indecenti polemiche sull’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine che sento con una buona periodicità da quando seguo le notizie legate all’Italia (quindi da anni). Secondo me i «nemici» delle armi in dotazione ai poliziotti devono unire gli sforzi con quelli del «tutti gli immigrati sono vittime innocenti».

Solo in questo modo la lotta per il Natale con dei ricchi fuochi d’artificio sarà realmente efficiente.


Selezione naturale

Molto più spesso, ormai quasi tutti giorni, leggiamo dei giovani islamizzati che tentano di lasciare l’Europa per raggiungere Siria e iniziare a combattere. Alcuni di questi personaggi vengono fermati e messi agli arresti domiciliari: di conseguenza, si devono accontentare di fare gli attentati in Europa (come, per esempio, gli autori dell’attentato nella chiesa di Saint-Etienne-de-Rouvray).

Sorge la logica domanda: se uno vuole affermarsi con la violenza, perché non lasciarlo andare a fare ciò nel luogo più adatto? Se ci va bene, il personaggio non torna più, mentre nel mondo (e in Europa prima di tutto) scende il rischio del terrorismo e si innalza l’IQ medio.

Anzi, bisogna fare di più. Bisogna fare come gli Imam sospetti: facciamo la propaganda della guerra giusta in Siria tra i cosiddetti «rifugiati» che da diversi mesi entrano in Europa da quasi tutti i confini del sud e del sud-est. In questo modo i peggiori se ne vanno (in tutti i sensi) a spese proprie, mentre i migliori dimostrano già da subito la potenziale capacità di integrarsi nel mondo civile.


Gli attacchi in Germania

Dopo l’attacco terroristico avvenuto a Monaco di Baviera il 22 luglio, alcuni politici tedeschi hanno avanzato la proposta populista di rendere più severe le leggi sull’acquisto delle armi da parte dei privati. Si tratta di populismo per due banalissimi motivi: 1) i terroristi e i criminali non comprano le armi in modo legale; 2) l’incapacità dei cittadini di difendersi non comporta l’azzeramento dei pericoli da cui doverebbero poter difendersi.

I cittadini privati maggiorenni fisicamente e mentalmente sani, senza precedenti penali, non appena tornate dalle zone di guerra e capaci di custodire le armi in modo sicuro devono avere la possibilità di possedere le armi da fuoco corte. Solo questo aiuterà a abbassare notevolmente la delinquenza quotidiana (autodifesa e prevenzione: «chissà se quella tipa che voglio violentare ha una pistola in borsa?») e di fermare in modo tempestivo i terroristi (se il camionista di Nizza non fosse stato sparato in meno di un minuto, cosa avrebbe fatto in tempo a fare? e se ci fosse stata più gente in grado di spararlo?). Se non vi è mai capitato di trovarvi in una situazione di pericolo – anche banale: trovarvi di fronte a un cane super aggressivo – fidatevi della mia esperienza: costretti dalla voglia di vivere, siamo tutti capaci di sparare. Vi dirò di più: molti di noi, pur essendo molto pacifici nella vita reale, non si fermeranno prima di svuotare tutto il caricatore contro il proprio aggressore.

E, ovviamente, devo fare una precisazione importante. Il «far west» non è quando tante persone hanno una pistola in tasca. Il vero «far west» è quando i pochi armati si sentono dei padroni del mondo. La diffusione delle armi tra la popolazione aiuta a contrastare il vero «far west».

Se torniamo ai tristi avvenimenti in Germania, c’è da constatare anche il fatto che negli ultimi 44 anni la polizia tedesca non ha fatto alcun progresso nelle capacità di reagire agli attacchi terroristici. Così, la notte tra il 22 e il 23 luglio ha bloccato l’intera città perché non si era accorta del suicidio del terrorista e del fatto che ce n’era solo uno. La sera del 24 luglio, invece, dopo l’esplosione ad Ansbach ha costretto gli spettatori di un concerto di lasciare l’area protetta (quella del concerto, appunto) e di camminare in massa per le vie buie fino a casa o albergo. In questo ultimo caso un terrorista furbo avrebbe pensato di poter fare esplodere un petardo al concerto per poi sparare la grande massa di persone cacciate via dalla polizia.