Cosa vi ho nascosto:

Crespi d’Adda, 26 aprile 2019

Crespi d’Adda (frazione di Capriate San Gervasio in provincia di Bergamo) è un villaggio operaio costruito tra il 1878 e la fine degli anni ’20 del XX secolo e conservato fino ai giorni nostri nelle condizioni quasi originali. Proprio quest’ultima caratteristica lo rende particolarmente interessante (oltre ad avere reso possibile il suo inserimento nella Lista del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO).
Il riassunto del relativo articolo di Wikipedia non è però tra i miei obiettivi. Come in tutte le occasioni precedenti, ritengo più utile e interessante raccontare la vita reale contemporanea. Questa volta il piano di esposizione mi è imposto dal piano urbanistico originale:

La pianta che avete appena visto è esposta sul belvedere costruito su una delle alture circondanti il villaggio. Proprio da qui è scattata una buona parte delle foto più famose di Crespi d’Adda.

Uno degli edifici potenzialmente più interessanti, la «casa padronale» (una volta utilizzata dalla famiglia Crespi in qualità di residenza estiva, oggi appartenente ad altri e in disuso come pure la fabbrica), si vede meglio dall’alto o da uno dei ponti sull’Adda che da vicino. Attualmente è circondata da una muraglia da estetica monasteriale e quasi completamente coperta dagli alberi.

La zona che si vede peggio dall’alto è l’ex opificio, mentre dalla strada può essere osservato relativamente bene solamente uno dei suoi quattro stabilimenti. L’opificio, non essendo più attivo dal 2003, avrebbe potuto essere trasformato — almeno in una sua parte limitata — in un interessantissimo museo industriale, ma è completamente chiuso. Se ho capito bene, non è nemmeno prevista l’opzione delle visite guidate su prenotazione.

La zona che non si vede proprio dal belvedere — probabilmente a causa del verde — è il cimitero locale.

Eppure, la strada verso il cimitero è la diretta continuazione della strada che portava gli operai al lavoro. Non so se tale scelta urbanistica sia stata caricata di un senso particolare da parte dei progettisti del villaggio.

La parte del cimitero ad attirare l’attenzione prima delle altre è il mausoleo della famiglia Crespi che per qualche strano motivo mi ha fatto pensare alla architettura dei maya.

Ma la vera grande particolarità da ammirare [mi sono bloccato per un attimo prima di digitare tale verbo, ma lo lascio perché rispecchia la realtà in modo più preciso] sono le file delle semplici croci sulle tombe degli operai e dei loro familiari. Comprendo che questo genere di estetica non apprezzato proprio da tutti, ma secondo me senza le originali siepi di delimitazione stanno molto bene. Le tombe decorate in modo più tradizionale si trovano ai lati del cimitero e sembrano quasi delle entità estranee.

E poi si possono fare delle scoperte di demografia storica: per esempio, ho rilevato un alto livello di mortalità infantile alla fine degli anni ’20 rispetto ad altri periodi rappresentati (tantissime tombe con gli stessi anni della nascita e della morte).

Dalla parte opposta del villaggio (e a poche decine di metri dal belvedere) si trovano le case di coloro che avrebbero dovuto minimizzare la quantità dei residenti del cimitero attraverso una continua assistenza alla popolazione. La casa del medico (a sinistra) e la casa del parroco (a destra). Inizialmente furono identiche, ma potete vedere anche voi che alla casa del medico è stato successivamente aggiunto un pezzo di dimensioni notevoli (per riceverei pazienti).

Gli operai dell’opificio, inizialmente, vissero nei cosiddetti «palazzotti». Ognuno dei tre piani fuori terra era costituito da nove stanze disposte lungo un corridoio comune (non ho trovato delle informazione sul sottotetto, il quale è pure dotato della stessa quantità di finestre). Ogni stanza era destinata a una famiglia operaia. In fondo a ogni corridoio si trovarono i servizi e una cucina comune, mentre i bagni pubblici si trovarono in un edificio a parte. A sorprendere è il fatto che questi palazzi sembrano tuttora abitati (come alcune abitazioni dello stesso tipo in Russia, pure a Mosca).

La destinazione originaria dell’unico edificio di tipo «popolare» esteticamente interessante mi è rimasta sconosciuta. Spero che l’amministrazione locale si accorga presto di tale lacuna informativa.

Nei primi anni 1880 si era però deciso di realizzare le abitazioni operaie di nuovo tipo: le case indipendenti con orto e giardino per una, due o tre famiglie. Quegli edifici sono disposti in due lunghe file…

… e solo a prima (e poco attenta) vista sembrano tutte uguali. Dalla quantità delle porte d’ingresso, per esempio, può essere individuata la loro capienza (in famiglie).

A differenza della precedente, questa dovrebbe essere per due famiglie:

Tutte le case sembrano tuttora abitate, ma il loro stato di conservazione è molto vario. Sarebbe stato curioso convertirne una (ne basterebbe solo una) in un museo della vita quotidiana operaia della fine ’800 / inizio ’900. O almeno renderla visitabile anche vuota come si fa, per esempio, con le celle dei monaci di Certosa di Pavia. Prima o poi ci arriveranno. Spero. Lo stesso vale per i «palazzotti» di cui sopra.

La parte posteriore di ogni terreno è destinata all’orto. La densità edilizia (e un po’ quella della flora) non permette di vederlo facilmente sulla foto, ma all’incrocio di ogni quattro orti è presente una piccola struttura di un piano:

Si tratta di casette con due porte per ogni orto e delle finestre rotonde ai lati. Sarebbe troppo banale pensare che siano destinati agli attrezzi di giardinaggio (io ho almeno due idee alternative).

Complessivamente, le condizioni di vita degli operai (almeno dal punto di vista immobiliare) sembrano notevolmente superiori a quelle della classe media a noi contemporanea. Guardate, per esempio, i formicai moderni in secondo piano.

Anche le case per gli impiegati e i capireparto dell’opificio sono leggermente diverse tra loro.

Le case dei dirigenti mi sono sembrate stilisticamente ripugnanti, quindi evitiamo il loro studio attento. Mi limito a constatare che si trovano in un ambiente più verde e tranquillo.

Sono ancora in piedi sette delle dodici baracche di legno costruite all’inizio degli anni 1920 per i reduci della guerra di Abissinia. Una di quelle baracche è l’unico edificio in vendita in tutto il villaggio. Chi vuole una casa estiva in un posto unico?

Gli abitanti di tutte le case indipendenti sono uniti nella gara della cassetta postale più assurda. Se avessi visto solo una qualsiasi di queste, avrei scritto che si tratta di un esempio di thrash colossale. Raccolte tutte insieme in uno spazio limitato di pochissimi chilometri quadri, costituiscono una particolarità locale simpatica.

Sono molto popolari anche le cassette postali americane.

Avevo letto che il bel lavatoio si troverebbe oggi in pessime condizioni di conservazione. Secondo il mio giudizio non professionale, a essere nelle condizioni disastrose è il suo tetto, mentre il resto non presenta dei danni gravi visibili. Sono ai loro posti pure i rubinetti! Ma qualche vandalo ha appeso i cartelli «proprietà privata» e «acqua non potabile».

Per nulla pubblicizzato è un altro lavatoio del villaggio: si trova dietro alla centrale idroelettrica, a poche decine di metri dal primo. Essendo realizzato in cemento armato, esteticamente è molto meno bello. Però è più grande, meglio conservato e strutturato in un modo più comodo per gli utenti.

Della centrale stessa si dice che sarebbe stata riattivata nel 2005 dopo quattro anni di inattività. Potrebbe anche essere, ma al momento della mia visita non se ne vedeva alcuna testimonianza. La facciata ristrutturata non è certamente un indicatore del funzionamento.

Nell’edificio della ex scuola attualmente ha la sede l’ente turistico locale e, la cosa altrettanto importante, la fonte del Wi-Fi gratuito.

La chiesa locale sarebbe la copia di proporzioni ridotte del Santuario di Santa Maria di Piazza di Busto Arsizio. Io non ci sono mai stato a Busto, quindi ho osservato con curiosità l’alternativa al campanile.

Il simbolo della città ideale viene utilizzato ormai dappertutto: non solo sugli edifici dell’opificio, ma anche sugli elementi decorativi moderni: pubblici e privati.

Il fondatore della azienda e del villaggio Cristoforo Benigno Crespi di tutta la commemorazione possibile si è guadagnato solo un busto, installato vicino alla chiesa.

La sua fabbrica è rimasta attiva fino al 2003, ma esteticamente è rimasta quasi identica a come era alla fine del XIX secolo. I fabbricati moderni chiaramente visibili da fuori sono solo due, molto probabilmente costruiti prima dell’inserimento del villaggio nella lista del Patrimonio dell’Umanità (avvenuto nel 1995). Se la mia ipotesi fosse realistica, potremmo dire che lo sviluppo della fabbrica è stato bloccato per trasformare l’intera area in un museo abitato. Ma senza delle attività economiche, un museo è comunque condannato, nel lungo periodo, a perdere gli abitanti e quindi morire. Per una strana coincidenza non lontanissimo da Crespi d’Adda si trova il parco «Minitalia».

I visitatori dotati di una capacità di osservazione media possono notare che entrambe le ciminiere (quella della fabbrica e quella della centrale idroelettrica) sono state allungate di qualche metro in tempi abbastanza recenti. Questa è la seconda — e ultima — modernizzazione visibile degli impianti produttivi.

La quantità dei turisti in visita al villaggio mi è sembrata abbastanza bassa (solo alcune coppie e/o famiglie), ma questo probabilmente dipende dal periodo dell’anno o della giornata. Però ho visto gruppi di scolari (non sono bravo a indovinare l’età, ma direi di 14–16 anni). Il concetto che voglio trasmettere è però importante: la località non è affollata dai cinesi turisti e può essere studiata con molta tranquillità.

Anche se alcuni divieti in vigore sul territorio del villaggio non lo rendono particolarmente attraente.

C’è qualcosa di paradossale nel fatto che una via con tale nome mi sia capitata per la prima volta (in Italia) proprio in un museo. Oppure è una triste constatazione del fatto?

Le forme del progresso vero più vicine si trovano comunque fuori da Crespi d’Adda.

Ma questo non significa che manchino delle cose da invidiare. Così, per esempio, vorrei vedere anche nelle altre città del mondo delle panchine fatte con le vecchie travi metalliche.

I lampioni di Crespi d’Adda, secondo me, in origine furono belli. Ma poi sono stati modernizzati in un modo troppo primitivo (quindi rovinati).

Ora abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere. Almeno dal punto di vista urbanistico, la vita degli operai di Crespi d’Adda non mi è sembrata particolarmente grigia.

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